

di Peppe Papa
C’è un momento in cui la politica smette di essere l’arte del compromesso e diventa semplice rinuncia. Elly Schlein quel momento lo ha superato da tempo. Le parole di Giuseppe Conte sulla Russia – ridotta a una minaccia gonfiata ad arte per giustificare il riarmo europeo, mentre i “poteri forti” ingrasserebbero sulle spalle del welfare – rappresentavano l’occasione perfetta per fare finalmente chiarezza. Invece nulla. Silenzio. Un altro silenzio.
Eppure, non si trattava di una sfumatura programmatica o di una disputa lessicale. Qui è in gioco la collocazione internazionale dell’Italia, il rapporto con l’Europa, con la Nato, con l’Occidente. Tutto ciò che separa una forza di governo da un movimento permanentemente in campagna elettorale. La risposta politicamente dignitosa sarebbe stata una sola: prendere atto che con un leader che minimizza la minaccia rappresentata da Putin non può esistere alcun progetto comune di governo. Rompere. Chiudere. Voltare pagina.
Schlein, invece, continua a comportarsi come chi teme più di perdere Giuseppe Conte che di perdere la propria credibilità. È il paradosso di una segretaria che guida il maggiore partito del centrosinistra, ma si muove come se fosse la contraente debole della coalizione. Ogni veto del leader pentastellato viene accettato, ogni provocazione assorbita, ogni incompatibilità nascosta sotto il tappeto nella speranza che nessuno se ne accorga. Il risultato è un Partito democratico incapace perfino di difendere la propria cultura politica. Gli eurodeputati votano a Strasburgo una linea europeista e atlantica; il giorno dopo Conte la smentisce da un palco e il Pd resta immobile. Una schizofrenia che non può diventare metodo di governo.
A questo punto la domanda non riguarda più il leader Cinquestelle. Conte fa Conte. Da tempo costruisce il proprio consenso inseguendo il pacifismo più radicale, l’ambiguità internazionale e una retorica anti-establishment che cambia bersaglio ma non linguaggio. La domanda riguarda il Pd: fino a quando accetterà di farsi dettare la linea dal suo alleato più ingombrante? Ed è qui che entra in scena il grande convitato di pietra: Matteo Renzi.
Lo si può amare o detestare. Gli si possono imputare errori, rotture, personalismi, perfino eccessi di protagonismo. Ma c’è un dato che gli avversari fanno fatica a contestare: negli ultimi anni è stato il più tenace, documentato e incisivo oppositore parlamentare di Giorgia Meloni. Mentre molti si limitavano agli slogan o agli hashtag, Renzi sceglieva l’aula del Senato, i dossier, i numeri, le contraddizioni del governo. Costringendo spesso la presidente del Consiglio a confrontarsi nel merito, anziché rifugiarsi nella propaganda.
È singolare che proprio l’unico leader del centrosinistra capace di incalzare Meloni sul terreno della competenza venga ancora trattato come un appestato. Non perché lo impongano gli elettori, ma perché lo pretende Giuseppe Conte. È il diritto di veto elevato a criterio politico. E il Pd, invece di respingerlo, continua a subirlo. Ma anche i riformisti democratici hanno responsabilità che non possono più essere occultate. Da anni denunciano le ambiguità del Movimento 5 Stelle. Da anni spiegano che senza atlantismo, europeismo e cultura di governo non si costruisce un’alternativa credibile. Da anni organizzano convegni, manifesti, appelli, circoli e correnti. Poi, quando arriva il momento di trasformare quelle analisi in una scelta politica, tornano disciplinatamente al proprio posto.
Quante dichiarazioni serviranno ancora prima che chiedano un chiarimento vero sulla linea del partito? Quante inversioni a U di Conte dovranno ancora essere archiviate come semplici “differenze di sensibilità“? Se la politica estera è il fondamento dell’identità di una forza di governo, allora non è più rinviabile un congresso della verità. O il Pd sceglie definitivamente la propria cultura riformista ed europeista, oppure ammetta di aver deciso che il proprio baricentro politico coincide ormai con quello del Movimento 5 Stelle.
Non stanno meglio i sedicenti centristi. Carlo Calenda, Alessandro Onorato, Ernesto Maria Ruffini, Pina Picierno e gli altri protagonisti dell’arcipelago moderato trascorrono le giornate denunciando l’inadeguatezza del “campo largo”, salvo poi fermarsi un passo prima della conclusione inevitabile. Molte analisi, molte interviste, molte convention. Pochissime decisioni. La domanda che dovrebbero porsi è semplice: quale ragione giustifica oggi la loro esistenza politica se non quella di costruire finalmente un’unica casa riformista, liberale, popolare ed europeista?
Continuare a procedere in ordine sparso significa soltanto certificare la propria irrilevanza. Perché il vero nodo non è fondare l’ennesimo cartello elettorale con un nome nuovo e gli stessi protagonisti di sempre. Il nodo è riconoscere che nessuna operazione di ricomposizione può nascere escludendo Matteo Renzi per ragioni di antipatia personale o per soddisfare il veto permanente dell’avvocato del popolo pentastellato. Si può discutere della sua leadership, metterla in discussione. Ma non si può costruire un fronte riformista facendo finta che il leader di Italia Viva non esista. Il centrosinistra continua a perdere tempo inseguendo formule, geometrie e alchimie.
La verità è molto meno sofisticata. Finché Elly Schlein non avrà il coraggio di dire che con certe posizioni del M5S non si governa; finché i riformisti del Pd continueranno a limitarsi ai mugugni; finché i centristi preferiranno i convegni alle scelte; finché Matteo Renzi resterà il leader da utilizzare quando serve fare opposizione e da emarginare quando si parla di alleanze, la sinistra italiana continuerà a presentarsi agli elettori come una coalizione che discute di tutto tranne che della propria identità. E una coalizione che non sa chi è difficilmente convincerà gli italiani di sapere dove vuole portarli.
7 Comments
Ottima analisi!sono molto pessimista sul distacco pd/5stelle e non vedo come renzi,che voterò sempre,possa tornare a guidare i riformisti italiani
Condivido quanto scritto .
Condivido quanto scritto. Il PD deve far capire a Conte che non si fa politica con risentimenti personali.
La politica è ben altra cosa. Poi vorrei sapere che fine hanno fatto tutti i riformisti che militavano nel PD durante la segreteria Renzi che arrivò sl 40%.
Perfetto! È stato fatto il quadro perfetto della situazione. Alla segreteria del PD ci vorrebbe un/una politico/a con “gli attributi” , invece abbiamo la Schlein. E se il PD non cambia o atteggiamento o segretario/a rimarremo in un eterno limbo.
Concordo. Il nocciolo del discorso è tutto li. Il PD è ancora dominato dal malefico Dalema che agisce per mezzo del burattino da lui manovrato Bettini. E quindi resta appiattito come una copia sui cinque stelle. Il centro e i progressisti del PD non vogliono riconoscere la Leadership di Renzi perché tutti i capocetti (nessuno ha la statura e le capacità di Renzi di vero Statista e vero Leader) vogliono tutti “fare” il leader senza averne le capacità. E da lì non ci si schioda. DEVONO tutti confluire in Italia Viva CASA RIFORMISTA e collaborare con le primarie delle idee del professore Nannicini che sta di fatto scrivendo il PROGRAMMA DEL CENTROSINISTRA.
Mi sembra un’analisi molto lucida e corretta; se la schlein continua su questa strada, io, come pure le persone che conosco, non voteremo, mai e poi mai il centrosinistra;
Auguri al PD, evviva
Renzi
Però mi dovete spiegare, al di là delle simpatie o antipatie personali, come si caccia la Meloni senza i voti dei cinque stelle. Conte è molto amato da parecchie persone che costituiscono una quota importante come numero di voti. Adesso la destra si ingrandisce con i dannati vannacciani ed allora vi prego di spiegarmi come si vince senza Conte. Ci vuole assolutamente Renzi, con il naso tappato, e ci vuole assolutamente Conte con il naso tappato. Poi saremo costretti a fare gli equilibristi per stare insieme, ma intanto cominciamo a fare qualche riforma interessante. Se stanno in equilibrio delle intelligenze vive come i Salvini, i Tajani, i vannacci e i mediaset, forse ce la possiamo fare anche noi, con un po’ di buona volontà e tappandosi il naso come diceva il buon Indro. Altrimenti, e su questo vi prego caldamente di fare le vostre valutazioni più profonde, questi ce li teniamo ancora per otto anni, perché gli Italiani stanno dimostrando che sono ancora in gran numero quelli che hanno mal digerito la cacciata del duce e non dimenticate un fattore molto molto importante, direi determinante: la scuola ha raggiunto livelli di povertà educativa mai vista negli ultimi venti anni. E senza capacità di ragionamento critico è facile farsi grandi agli occhi di cervelli assopiti. Questo è il terrore maggiore, e la destra ci sguazza.