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Settembre 16, 2026

Schlein batte un colpo e il “campo largo” va in tilt

La lettera a Meloni sull’energia spiazza Conte e Bonelli. La segretaria Pd rivendica la sua autonomia: “non è che si debba sempre fare tutto insieme”. Insomma, parla da leader. Ma gli alleati sono sul piede di guerra

di Annalisa Pinto

Elly Schlein si dà una mossa e, per la prima volta, costringe i suoi alleati a correrle dietro. Un piccolo dettaglio, ma politicamente non irrilevante: per una volta è la segretaria del Pd a dettare l’agenda e gli altri del “campo largo” a inseguire, protestare, mugugnare. L’iniziativa di prendere carta e penna e scrivere direttamente a Giorgia Meloni, da pari a pari, per proporle un patto di collaborazione sul terreno minato dell’energia, della crisi climatica e del caro bollette, ha spiazzato tutti. Soprattutto quelli che, evidentemente, erano abituati a essere avvertiti prima ancora che Schlein aprisse bocca.

Nessuno, infatti, era stato informato. Ci mancherebbe. Giuseppe Conte è andato su tutte le furie, proprio mentre era alle prese con Nova, l’evento di partito destinato a lanciare in pompa magna la sua campagna elettorale e quella del Movimento. E così, indispettito, ha sentenziato che “nessuna collaborazione è possibile” con il governo, definendo la sortita della segretaria Pd quanto meno “intempestiva”.

Tradotto dal politichese: Conte avrebbe preferito che Schlein continuasse a bussare alla porta del M5S prima di provare a bussare a quella di Palazzo Chigi. Ancora più irritato Angelo Bonelli di Avs, che insieme agli altri alleati aveva annunciato l’approdo in Parlamento di una proposta di legge sullo stesso tema. I punti qualificanti di quella proposta, però, Schlein li ha sostanzialmente ripresi nella sua lettera. Apriti cielo.

Nel “campo largo” non basta più litigare sulle idee: adesso si litiga perfino su chi abbia avuto per primo l’idea di averle. Schlein, però, questa volta non è sembrata affatto intenzionata a farsi intimidire dalle proteste dei partner. Anzi. “Io ho fatto solo delle proposte, non c’è nessuna mano tesa”, ha spiegato, limitandosi — si fa per dire — a “suggerire cosa fare per impiegare i 14 miliardi di flessibilità accordati da Bruxelles”.

E quando le è stato contestato di non aver coinvolto preventivamente gli alleati, la risposta è stata ancora più significativa: “non è che si debba sempre fare tutto insieme, concordare ogni uscita”. Una frase che, dentro un’alleanza nella quale ciascuno sembra pretendere il diritto di veto sull’altro, suona quasi come una rivoluzione copernicana. Insomma, nessun ripensamento. Schlein ha rotto gli indugi e, anche sotto la pressione di una parte del suo stesso partito che la considera “inadeguata”, ha finalmente deciso di mostrare le unghie. O almeno di far vedere che le ha. Il problema è capire se dietro questa improvvisa assertività ci sia una nuova strategia oppure soltanto un lampo destinato a spegnersi alla prima raffica di vento contrario.

Perché nel frattempo, nel “campo largo”, si apre un’altra faglia di tensione che va ad aggiungersi alla guerra sulle primarie, all’assenza di un programma davvero condiviso e soprattutto al nodo — finora inestricabile — del sostegno all’Ucraina, compreso quello militare. Altro che squadra. Qui siamo ancora alla prova generale, con gli attori che litigano su chi debba stare al centro del palcoscenico. Lei, però, non si dice preoccupata: “Alla fine troveremo un accordo”. Parla da leader. Resta da capire se sia l’inizio di una leadership più autonoma o soltanto un momentaneo  scatto d’orgoglio. Mah! Staremo a vedere se si tratta solo di un fuoco di paglia.

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