

Fu il boss che negli anni ottanta traghettò la camorra all’interno della filiera della ‘monnezza’ e che per primo svelò tutti i retroscena del maggiore e più selvaggio stupro all’ambiente perpetrato in Campania.
di Nico Pirozzi
Quando, trent’anni fa o giù di lì, ai colonnelli del clan del Rione Traiano, di cui era la mente, indicò il nuovo core business, dal solo traffico di cocaina che importava direttamente dalla Colombia di Pablo Escobar e Gustavo Gaviria, incassava più di un miliardo delle vecchie lire ogni mese. Lui è Nunzio Perrella, 69 anni il prossimo mese di settembre, l’uomo che nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso traghettò la camorra all’interno della filiera dei rifiuti. Ma anche colui che per primo svelò tutti i retroscena che facevano da sfondo al maggiore e più selvaggio stupro all’ambiente.
Trent’anni dopo Perrella torna sui luoghi del misfatto. Rimette per la prima volta piede in quella che oggi è conosciuta col nome di Area Vasta: un pezzo di Campania a cavallo tra le province di Napoli e Caserta, strappata al mondo di Pomona, la divinità latina dei frutti, e consegnata direttamente nelle mani del dio degli inferi. Sì, perché qui, in queste campagne dove si continuano a coltivare frutta e ortaggi, dove ristoranti dai gusti che più kitsch non si può continuano a organizzare cerimonie a prezzi scontatissimi, si è interrato di tutto. E quella che, per secoli, è stata terra fertile e generosa è oggi un miscuglio di veleni. Tossine che hanno contaminato l’aria e l’acqua, pregiudicando il destino di chi oggi vive in quel pezzo d’Italia (almeno mezzo milione di persone, secondo una stima per difetto).
I nomi delle antiche masserie e delle vecchie cave, dove si estraeva la pozzolana e il tufo per l’edilizia, sono – ironia della sorte – gli stessi delle discariche. Quelle, tanto per intenderci, di Gaetano Vassallo, Cipriano Chianese, Gaetano Cerci, Raffaele Giuliani, solo per citare qualche nome. “Qui, nella discarica di Cipriano Chianese, sono stato testimone diretto dell’interramento di centinaia di quintali di rifiuti industriali provenienti dal triangolo Varese-Milano-Bergamo”, spiega Perrella. “Vernici, oli esausti, fanghi industriali… C’era veramente di tutto in quei camion. Anche tonnellate di rifiuti ospedalieri, che un imprenditore del settore, all’epoca dei fatti molto vicino al clan Nuvoletta di Marano, smaltiva in un invaso tra Qualiano e Villaricca”, aggiunge l’uomo.
“Queste cose le ho dette, per la prima volta, nel 1992. Le ho ribadite ad almeno una generazione di magistrati che, nel corso degli ultimi venticinque anni, hanno voluto ascoltarmi. Nonostante tutto non è successo niente. In questo modo si è permesso, a chi già allora faceva affari con i rifiuti, di continuarlo a fare anche nei decenni successivi. Tant’è che, probabilmente, continua a farlo”, incalza l’ex padrino, mostrando qualcosa che ha appena raccolto smuovendo di poco il terreno in cui sorge una delle tante collinette di monnezza. “I rifiuti erano un grosso business trent’anni fa. Lo sono ancor di più oggi. Questo perché si è permesso di perfezionare un sistema che le mie dichiarazioni avevano messo in crisi. Se si fosse agito allora, questo disastro, perlomeno qui in Campania, si sarebbe potuto evitare”, afferma con un moto di rabbia.
Sì perché il nord (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia e Romagna, ma anche parte della Toscana e del Lazio) era irrimediabilmente compromesso da decenni di sversamenti selvaggi. “Al Sud si è arrivati quando al Nord anche l’ultima delle buche era stata utilizzata per interrare rifiuti”. Veleni che sono finiti sotto le strade, i mega parcheggi degli aeroporti e dei centri commerciali. E anche nelle fondamenta di decine di condomini, spiega Perrella. “Quando oggi racconto queste cose ci sono magistrati che si meravigliano; che mi convocano per essere ascoltato. È accaduto a Roma, a Salerno, a Taranto e, da ultimo, a Brescia, dove l’emergenza discariche (tossiche e nocive) è nota da tempo. Ma cosa dovrei aggiungere a quello che ho già detto e sottoscritto a inizio del mio percorso di collaborazione con la giustizia? Purtroppo ho imparato a mie spese che su certe cose è preferibile tacere piuttosto che parlare. Perché dietro certe apparenti incongruenze si celano ben altre, inconfessabili verità”.