

Il marmocchio al freddo in carrozzina mentre padre, madre e nonna si intrattengono alle macchinette mangiasoldi, episodio choc al quartiere Arenella.
di Giancarlo Tommasone
Ha dell’incredibile quanto accaduto all’esterno di una sala scommesse al quartiere Arenella. Un bimbo di pochi mesi lasciato da solo, nel carrozzino all’ingresso, mentre i genitori sono intenti a seguire, l’uno l’esito di una scommessa giocata poco prima, l’altro (la madre) l’evoluzione della girandola del videopoker, davanti al quale è seduta. E’ quasi sera, sono circa le 19.30 e la scena che ci si para davanti è alquanto tragicomica, molto più tragica che comica, a dire il vero. Suddividendo in fasi le azioni di quanto verificatosi, la prima vede la madre nei pressi del carrozzino. E’ di spalle, fuma una sigaretta e parla al telefonino. Dalla sala esce anche una signora anziana, è la madre della donna, la esorta a fare attenzione al bimbo, poi torna dentro. La giovane, quasi infastidita, fa per allontanarla con un gesto, la nonna del piccolo torna dentro; la madre smette di parlare al cellulare, getta via la cicca e si avvicina alla postazione di gioco. Sembra ipnotizzata, uno sguardo veloce al bimbo. Il carrozzino è lasciato incustodito; nel frattempo il padre getta un occhio al monitor, un altro al pargolo, che comincia ad essere insofferente. Il marito lo nota e senza muoversi, chiede alla moglie di occuparsi del piccolo, ma la donna glissa, fa finta di non sentire, di non capire, forse perché nel frattempo è ‘entrata’ qualche combinazione favorevole. Si limita soltanto ad alzare lo sguardo per un attimo, si accerta che il carrozzino si trovi ancora nella stessa posizione di prima e poi torna a giocare, facendo scorrere con naturalezza ed apprensione le dita sui pulsanti della slot. La sala scommesse è piena, alcuni astanti, più incuriositi che preoccupati, assistono alla scena, ma sono troppo presi dalle proprie vicissitudini. Torna in campo la nonna del bambino, esce dalla sala, sistema il cappello di lana calzato dal piccolo e poi prende la strada del ritorno, verso casa, alquanto delusa. Quasi sicuramente la sua scommessa non ha portato a niente. A questo punto si affaccia il padre: è il suo turno. Si affaccia sulla soglia, anche lui si assicura che il piccolo stia bene, poi comincia a parlare con un astante, dando le spalle al carrozzino. Deve essere successo qualcosa durante il match che sta seguendo, perché si informa rapidamente e prende di nuovo posizione, attento, davanti al monitor. Passano così circa dieci minuti, lasso di tempo durante il quale per il bambino ci sono solo sguardi da lontano. Alternati, fuggenti, oseremo dire disamorati. E’ la triste cronaca di quanto può accadere quando si è presi dalla febbre del gioco. Un figlio, ciò che di più prezioso dovrebbe esistere per una coppia, lasciato da solo con la possibilità, mai remota, che possa accadergli qualcosa. Il padre, la madre e finanche la nonna del piccolo che badano alle rispettive puntate. Anche questa è una delle facce della degenerata e schizofrenica famiglia italiana, e di un bimbo che diventa la più classica delle “pazzielle in mano alle creature”.