

di Giancarlo Tommasone (giornalista e rocker)
La Napoli di mezzo non esiste più. Oggi si vive di bianco e di nero a scapito dei grigi in una città che sembra divisa in due grandi contrade. È solo un’apparenza di dualismo, però, perché a ben guardare si ha a che fare con un unico polo che produce (è questo il termine che mi viene più appropriato) cultura di sistema. È una cultura che deve per forza di cose promuovere un brand da esportare nel mondo, ma anche in questo caso non è permesso il pluralismo di marchi. Il logo è dettato dai signori del populismo più pericoloso perché non fa altro che accrescere il potere dei pochi accoliti a scapito dei molti che non trovano spazio, che sono relegati nella dimensione della trasparenza. Ce ne accorgiamo da diversi prodotti marchiati a fuoco dall’imprenditoria di sistema: la pizza, la musica, la scrittura, la bellezza. Sì anche la bellezza, che diventa solo forma. La sostanza è nulla. Napoli sta rubando a se stessa, è ferma, come la squadra che ha trovato la formula per vincere e continua a propinare sempre lo stesso gioco e diventa stucchevole e monotona. Vincerà pure, ma è un organismo che si nutre del grasso accumulato. È destinato presto a collassare. È come se, a cena la sera, mangi o sei convinto di mangiare sempre aragosta. Prima o poi la schiferai e vorrai anche altro. Però sei assuefatto e pensi solo a mandare giù. E c’è di più, tutto ciò si continua a vendere come prodotto pregiato, affidandosi alla formula che il ritorno alla tradizione, alle radici, sia l’unica strada per professare l’identità di un Popolo, nel caso di Napoli, oserei dire di una Nazione. Niente di più sbagliato. La tradizione non si rivisita a oltranza, né si ostenta, non deve essere un brand per fare cassa e per fare campare i propri accoliti; la tradizione è un punto imprescindibile da cui partire, ma va alimentata con la linfa del nuovo attraverso la creatività, caratteristica principe della nèa pòlis (sì, il nome greco di Napoli, tradotto è proprio città nuova) che Napoli sta perdendo giorno dopo giorno a causa di un ripiegarsi su se stessa, sulla copia parossistica, sulla politica dello sfruttare consapevolmente la propria immagine e la propria storia. La tradizione va perfino violentata, se necessario, amata e odiata di volta in volta, concepita come una sorta di rivoluzione continua. E invece guardo Napoli e mi sembra di vedere una vecchia imbellettata o peggio una bella ragazza che puzza di vecchio