di Giancarlo Tommasone
Diciamocela tutta, l’evento per la cittadinanza napoletana a Maradona si è trasformato nella sagra del populismo, con un re e una serie infinita di mezze figure, prima di tutte quella del sindaco Luigi de Magistris, senza tralasciare però il giullare di corte che, svestiti i panni dello scugnizzo di Fuorigrotta, da anni si è ormai impuntato soltanto nello scimmiottare Massimo Troisi. Nel giorno che doveva vedere il suo trionfo anche mediatico (almeno era stato così nelle intenzioni), Giggino si vede occupato il Comune da esponenti dei centri sociali aderenti alla campagna ‘Magnammece ‘o Pesone’ (gli stessi che lo hanno appoggiato in campagna elettorale), deve svolgere la cerimonia di corsa e assediato in Municipio, e soprattutto fugge da piazza del Plebiscito, per paura di fischi e contestazione. L’organizzazione del Maradona day ci dà dunque la dimensione di de Magistris, che negli annali, già si vedeva accanto a personaggi come Fidel Castro e Hugo Chavez, gli ultimi grandi compianti (e non) leader che abbiano benedetto e lucrato sulla svolta guevarista del Pibe de Oro. L’evento organizzato per Diego è la bomba mediatica scoppiata tra le mani di chi ormai da mesi lo stava sponsorizzando, tra approssimazione, disinformazione, populismo e scaricabarile. Solo dopo il via libera della Prefettura (parliamo di cinque giorni fa), hanno potuto effettuare i sopralluoghi a piazza del Plebiscito per capire in che modo affrontare la questione della capienza e di seguito ipotizzare il numero degli spettatori. C’è stato il via libera, poi la situazione, tra polemiche sul cachet, cifre dichiarate e poi smentite e le chiarificazioni dello stesso Maradona – che si è detto a Napoli praticamente senza compenso e solo per amore – è stata costellata di colpi di scena, fino a quelli di oggi: occupazione del Comune e ‘incoronazione’ di Diego spostata da piazza del Plebiscito in Municipio. Gestire un evento di massa di tale portata, significa lavorarci da mesi e nei giorni scorsi non si sapeva nemmeno chi avesse ideato e organizzato la manifestazione. Si è parlato di Alessandro Siani, per poi scoprire che veste soltanto i panni di direttore artistico. Alla fine era stato il vicesindaco Raffaele Del Giudice, quasi alle corde, ad ammettere che l’organizzazione era stata affidata al Comune di Napoli. Ma a parte tutte le falle di questo sistema organizzativo, c’è da fare una considerazione politica. Il sindaco de Magistris ha da tempo compreso la portata di un evento mediatico che abbia come protagonista il Pibe de oro. Nel suo piccolo e perseguendo la propria linea populista, non gli sembrava vero essere accostato ai leader marxisti sudamericani che hanno avuto al loro fianco Diego negli ultimi anni. Solo che il ‘Caudillo’ del Vomero più che ai già citati Castro e Chavez può essere accostato a un ridimensionato emulo di Peròn, un ‘Peròncino’ tanto per intenderci. La politica, il calcio, l’amore per la città sono altre cose e pure per fare il populista bisogna tenere la stoffa di leader. Se l’avesse posseduta si sarebbe impuntato, avrebbe aperto le porte del San Paolo e lì avrebbe incoronato Maradona, ma il San Paolo è off limits perché territorio ‘aureliano’, e allora a Giggino non tocca altro che procedere alle celebrazioni in fretta e furia e scappare velocemente da piazza del Plebiscito (forse) per evitare fischi e pernacchi.