

di Giancarlo Tommasone
“Una narrazione della città antistorica e soprattutto al di fuori della realtà che oggi Napoli sta vivendo. Un giudizio falso, superficiale…”, così parlò Giggithustra (o Bellavista, se vi pare), intervenendo dalle telecamere della Tv di ‘reame’ per il commento di rito circa la classifica del ‘Sun’ che pone la metropoli partenopea tra le 10 città più pericolose al mondo, prima in Europa. Come fu per il ‘Foglio’ e per Vittorio Feltri, il sindaco di Napoli non si è fatto passare la mosca sotto il naso e ha subito difeso Partenope e i partenopei. Certo, scelta meno felice per le parole usate non poteva esserci. In un momento storico come questo in cui siamo riconosciuti all’estero come gli abitanti di un centro nevralgico di roghi alla diossina, malaffare, anni e anni di malapolitica, camorra, intrallazzi vari, ‘paranze dei bambini’ e ‘Gomorra’, il primo cittadino, nella novella veste di filosofo di scuola democritea, sembra avere una percezione alquanto stravolta della realtà e fa affidamento più alle emozioni che dovrebbe emanare il paradiso delle sirene che fu, piuttosto che guardare ai fatti. Certo lui non immagina nemmeno, che una volta tornato in patria, il turista straniero può pensare: ma che cazzo di città è una che per spostarmi da una quartiere a un altro in metropolitana devo aspettare anche 45 minuti? (e ti è andata più che bene). Certo lui non immagina che oltre a piazza del Plebiscito, via Toledo, via Chiaia, il Lungomare liberato, la pizza, la sfogliatella, il mandolino, ci siano pure Scampia, Ponticelli, Secondigliano, Poggioreale, la Sanità, Forcella e tutti gli altri quartieri, stralciati dalla cartolina perfetta imposta dal nuovo corso. Con il Vesuvio in fiamme, il simbolo di ‘difendi la città’ per antonomasia che brucia da giorni insieme a ogni parte della provincia, ci saremmo aspettati una presa di posizione forte e incisiva, pure rischiando di essere tacciata come populista, magari una comparsata del sindaco con mascherina e secchio d’acqua in mano, alle falde del vulcano mentre dà manforte anche solo morale ai colleghi dei comuni messi in ginocchio dall’emergenza. Napoli invece ci viene venduta come il regno intoccabile della tradizione, la Napoli che non deve cambiare difesa dal ‘maniaco nervoso’ Funiculì Funiculà di “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, con i cantori di regime che se la cantano e se la suonano da soli, che fanno riferimento alla Villanella mentre qua ci sta la merda da spalare. Per fortuna, come mi suggeriva qualche collega, tra un po’ ricomincia il campionato, ci sarà il suo posto nella tribuna d’onore del San Paolo (forse) e lui insieme a noi tutti potrà continuare a scandalizzarsi per i cori inneggianti al Vesuvio, per i rigori non dati e per quelli generosi fischiati a favore della Juve, non dell’Inter, eh, sia ben chiaro. Potrà continuare a cantare insieme a noi tutti “di tempo ne è passato ma sono ancora qua e oggi come allora, difendo la città”. Io non voglio un sindaco filosofo, un sindaco magistrato, un sindaco inquisitore, un sindaco censore. Voglio un sindaco sindaco.