

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.
Grillo, 52enne napoletano, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto la quattordicesima puntata del suo:
“DIARIO DI UN REAZIONARIO”
6 gennaio
Alle tante merci in transito nel mio appartamento non ho mai prestato troppa attenzione. Lo so,dovrei conoscerne la natura, ma in sostanza ne controllo solo la movimentazione senza soffermarmi sull’oggetto in sé. Sono come un operaio addetto al controllo di un nastro trasportatore, preciso e routinario nella valutazione dei prodotti: solo quelli che presentano difetti di fabbricazione vanno presi in considerazione ed eliminati. Ed è per questo motivo che ancora non riesco a spiegarmi come mai il mio interesse si è concentrato sulle pistole: ogni qualvolta me ne affidano una, nell’osservarla, la mia immaginazione proietta un cerchietto rosso che la contrassegna e la cataloga in rapporto al modello, al calibro e alla precisione. Da quando Ciccio mi ha raccontato la sua disavventura, più che immedesimarmi nel suo ruolo di vittima mi sono calato invecenei panni del ragazzo che gli ha sparato,tentando di provare le sensazioni del giovane killerintento a colpire un bersaglio mobile vivente: uno stato di sovraeccitazione alimentato da continue scariche di adrenalina. Questo è quanto viene descritto nella letteratura poliziesca; nel caso della mezzasega travestita da giustiziere che ha fatto fuoco contro il mio “amico,” credo che a renderlo euforico e a farlo sentire onnipotente sia stata solo la cocaina, senza la quale il coraggio non sarebbe mai venuto fuori. La manovalanza è scadente, inaffidabile e, soprattutto, sacrificabile. Lo sanno bene i caporioni che mandano allo sbaraglio adolescenti a cui tremano le mani e che per portare a termine un semplice lavoretto sprecano munizioni inutilmente, lasciando la gente comune nella convinzione che si tratti di feroci sicari. Possedere e utilizzare, all’occorrenza, un’arma è un privilegio riservato agli uomini di carattere. Come me.
11 gennaio
Ci ho pensato giusto il tempo necessario a produrre le referenze richieste, poi mi sono fiondato ad iscrivermi al poligono di tiro. Quando si è destinati a seguire una strada e il caso ci spinge in quella direzione, è inutile opporre resistenza. La struttura abusiva dove mi dovrò esercitare è in aperta campagna e il mio istruttore è un contadino-cacciatore con abilitazione, conseguita da autodidatta, all’uso e al maneggio di qualsiasi arma leggera. Le linee di tiro sono disseminate lungo vari sentieri protetti dalla folta vegetazione di un boschetto e sono al riparo, trattandosi di una proprietà privata, da occhi indiscreti. Nessuna preoccupazione neanche per il crepitio degli spari: le poche orecchie che ascoltano non hanno voce. Il corso prevede dieci lezioni durante le quali il mio maestro mi insegnerà le tecniche di smontaggio e rimontaggio di pistole di vario calibro, il posizionamento corretto lungo la linea di tiro, il giusto puntamento. In cima alle sagome che fungono da bersaglio si possono apporre, volendo, le foto di persone conosciute o di personaggi famosi – così – tanto per condire con un pizzico di realismo le fasi operative dell’addestramento. Comincerò ad allenarmi con una calibro 22, arma leggera destinata all’uso sportivo, per poi progredire in un crescendo incontenibile fino ai revolver, cannoncini in miniatura. Mi sono ripromesso di non pubblicizzare la mia nascente passione per non ascoltare i commenti inappropriati da parte dei soliti invidiosi e per mantenere un profilo basso, indispensabile quasi quanto una polizza contro gli infortuni.
14 gennaio
Nicola mi ha dato appuntamento a casa sua con una telefonata dai toni sibillini, rifiutando di anticiparmi il motivo dell’insistenza con la quale mi chiedeva di essere preciso. Come d’accordo mi sono presentato nel suo appartamento alle 14, sperando che l’incontro si risolvesse velocemente o, quanto meno, non mi costringesse a saltare il pranzo. Appena varcata la porta d’ingresso sono stato catapultato in un ambiente asettico, ordinato, senza alcun oggetto fuori posto, come se fosse stato arredato, e non ancora inaugurato, da una coppia di sposi prossimi al ritorno dal viaggio di nozze. “Vieni accomodati – mi ha detto sollevando la sedia, senza strisciarla come si fa di solito e riposizionandola dieci centimetri più dietro – debbo parlarti di un problema che mi sta facendo uscire pazzo”. “UèNicò, e così mi fai preoccupare – gli ho risposto, ammiccando un sorrisino da ebete”. “Mario non mi sfottere… Lo sai perché faccio il rapinatore?” “No, non lo so. Istinto criminale?” Nicola ignora la mia battuta di spirito: “Ho iniziato per caso, trascinato e sostenuto dall’esuberanza dei miei quindici anni. In un primo momento non ho provato nulla, tranne lo sconforto di quando – al terzo colpo – mi hanno beccato cercando, inutilmente, di rieducarmi per un anno nel carcere minorile.Quando sono uscito ho ricominciato, da solo. Era un bisogno che dovevo ad ogni costo soddisfare e non mi preoccupavo se gli amici partecipavano o meno. In un certo senso mi sentivo costretto a farlo”. Lo ascolto giocherellando con un posacenere e quando ne abbandono la presa, stanco del trastullo, lui lo rimette a posto, alla stessa iniziale distanza dal centrotavola. “Sei mesi ne ho parlato con il medico di famiglia – continua Nicola – e gli ho raccontato una mezza verità: che mi assillava il pensiero ricorrente di compiere rapine, senza che trovassi il coraggio di farle per davvero. Il dottore dapprima mi ha guardato stranito e poi ha concluso che dovevo rivolgermi ad uno psichiatra, mandandomi da un suo amico”. Qui mi sa che la storia va per le lunghe. “E allora? – lo incalzo. “Ho scoperto di soffrire di disturbi ossessivi compulsivi. Lo specialista mi ha consigliato una terapia psicologica ma io non ho il tempo e né la voglia di dire i fatti miei a un estraneo e così gli ho chiesto se ci sono delle medicine che mi possono aiutare. E lui ha pronunciato la parolina magica: Anafranil, un antidepressivo”. “Quindi adesso hai risolto il problema? – gli chiedo. “Macché, semmai l’ho peggiorato. Derubo solo farmacie e ogni volta, oltre all’incasso, prendo una confezione del farmaco che tra l’altro non mi sta facendo neanche effetto”. Mi ha spiazzato e sono a corto di buoni consigli. Così mi congedo: “Non mi dire niente, ora mi informo anche io e vediamo se riusciamo a trovare un’altra soluzione”. E che gli dovevo dire? Che sta inguaiato?
17 gennaio
Sono disteso sul letto in attesa di essere vinto dal sonno che stasera tarda ad arrivare. Susetta già dorme da un’ora. Mi lascio trascinare da un vortice di pensieri insensati fatti di ricordi recenti mischiati a meschine aspettative sul prossimo futuro:questa è la mente ballerina che gira a vuoto e ti lascia in uno stato di inquietudine. E mentre indugio sugli ultimi avvenimenti della giornata, vedo un bagliore rosso-arancio che illumina la finestra e mi riporta alla mia infanzia. Oggi è la festa di Sant’Antonio Abate: dovunque ci sia spazio sufficiente,nugoli di ragazzini dopo averne fatto razzia, accumulano legna per alimentare il fucarazzo, il maxi falò che in origine rappresentava un rituale propiziatorio, scaramantico. Sento degli scoppiettii, piccole esplosioni come di vetri infranti che mi incuriosiscono. Cosa avranno messo da bruciare nel grande calderone? La mia auto. Quando mi affaccio la vedo scoppiettare allegramente, avvolta dalle fiamme. Non reagisco come dovrei, dando in escandescenze, scendendo giù nel tentativo di spegnere il rogo. No, me ne sto lì a contemplare lo spettacolo, distaccato e rilassato, pronto a cadere nelle braccia di Morfeo.
18 gennaio
La carcassa annerita dal fumo assomiglia a un reperto museale, ma gli amici l’hanno scambiata per una salma. Da stamattina è un viavai di persone che si avvicendano per assicurarsi che io stia bene e che non abbia sofferto troppo per la perdita. Mi promettono che si impegneranno nella ricerca dei responsabili, me li consegneranno o li giustizieranno sul posto. Queste note pittoresche mi mettono di buonumore.Proprio quello che mi serve per calmare Susetta, decisa a vendicarsi dell’affronto: “Ahh, ma se li acchiappo l’aggiaaccirere”. E’ inutile ricordarle che siamo in grado di comprarne una nuova e che l’agitazione incontrollata intorbida le acque. Anch’io voglio scoprire se si è trattato di un incidente o di un atto premeditato, ma per farlo ci vuole tempo. E calma.