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Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ospite al programma televisivo di LA7 ''Otto e mezzo'', Roma, 14 settembre 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI

di Peppe Papa

Un capolavoro di comunicazione politica quello di Matteo Renzi l’altra sera a Otto e mezzo su La7. Di Maio “ricorda Bettino Craxi e il mariuolo Mario Chiesa”, ha affermato riferendosi alla vicenda dei falsi rimborsi da parte di alcuni (per ora) parlamentari Cinquestelle che sta investendo in questi giorni il Movimento. Parole che hanno spiazzato tutti per la durezza e la nonchalance con cui sono state pronunciate.  A partire dalla conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber e dal direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti ospite in studio, fino a scatenare la reazione indignata non solo dell’interessato, ma anche quella di molti commentatori politici, simpatizzanti e esponenti del suo stesso partito, oltre naturalmente i figli dell’ex premier socialista, Stefania e Bobo. Un riferimento certo azzardato, non tanto per la vicenda in se tra l’altro svoltasi in un contesto storico completamente diverso, quanto per l’accostamento del leaderino del M5S a un gigante della politica e uomo di Stato come il segretario socialista degli anni ’80. Una specie di bestemmia in pratica, ma che ha avuto il merito di parlare alla pancia del paese, sensibile a questo genere di cose e utile a sottolineare senza giri di parole l’ipocrisia e la pochezza dei pentastellati. Una scelta precisa quella di Renzi di abbandonare i modi soft e politicamente corretti che hanno caratterizzato finora la campagna elettorale del Pd e che, stando ai sondaggi sfornati al ritmo di decine al giorno, lo stanno sprofondando sempre più giù nel gradimento degli elettori, per passare al contrattacco cambiando appunto registro comunicativo. Sfruttare ogni occasione per sollecitare gli istinti meno nobili degli italiani i quali, come la storia insegna e il caso Craxi ne è la conferma, sono sempre pronti a scendere in tempo utile dal carro di chi, fino al giorno prima, si ossequiava con convinzione. Esattamente quello che capitò al capo del Psi il 30 aprile del 1993 all’uscita dell’hotel Raphael, quando una folla inferocita lo affrontò lanciandogli contro monetine, sassi e ogni genere di ingiurie decretandone definitivamente la fine politica. Quindi, chiamare le cose con il loro nome, anche se con qualche forzatura di cui dover poi chiedere scusa così come ha fatto con i Craxi attraverso il suo portavoce Marco Agnoletti, serve a uscire dall’angolo e definire il profilo dei suoi avversari senza infingimenti ribattendo colpo su colpo a muso duro all’assedio mediatico di cui è fatto oggetto. Dunque, grillini mariuoli e massoni, come il caso ‘rimborsopoli’ sta dimostrando. Un nuovo verso dato alla campagna elettorale che ha investito nelle ultime ore anche Pietro Grasso, frontman di LeU, al quale ha ricordato di non essersi opposto all’eliminazione dei tetti retributivi del Senato imposti dal governo e di non avere versato il contributo al partito così come si era impegnato a fare al momento della sua elezione nelle liste del Pd. “In politica gente che sa dire ‘grazie’ ce n’è poca, ma bisogna farci i conti – ha detto nel corso di un’intervista a Rtl – io sono stupito di tanta gente che quando le cose andavano bene, elogiava ben oltre i meriti, e oggi insulta oltre i demeriti. Oggi tante persone che nel corso degli anni hanno detto cose esagerate, fingono di essere smemorate. Ma chi se ne frega, se qualcuno non sa cosa è la parola grazie è un problema suo”. Insomma, il rush finale verso il 4 marzo è lanciato e c’è da giurare che saranno fuochi pirotecnici fino a quella data.

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