

di Peppe Papa
Ah, nostalgia canaglia. Cosa c’è di meglio di una bella rimpatriata in un teatro della Capitale a raccontarsi dei bei tempi che furono con la promessa di intraprendere la traversata nel deserto, ma in direzione opposta a quella prospettata da Renzi e compagni. Gli ex Ds si sono ritrovati in una lunga seduta di autocoscienza per decidere il ritorno a casa e rifondare la sinistra, abbandonando il Pd al suo destino. Ne ha dato una dettagliata cronaca su La Stampa di Torino, Andrea Carugati il cui resoconto delle dichiarazioni dei convenuti lascia poco spazio all’interpretazione circa le finalità di un incontro che ha visto la partecipazione di tutti i big della vecchia “balena rossa”.
Chiamati da Goffredo Bettini, non hanno mancato di intervenire Anna Finocchiaro, Antonio Bassolino che il Pd lo ha già lasciato, Livia Turco, Massimo Bruti, Mario Tronti. Gli astri nascenti della new gouache , Andrea Orlando e Nicola Zingaretti intento a “prendere appunti” ha sottolineato Carugati. Mancavano solo Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, con loro sarebbe stato en plein, sarà per la prossima volta.
In circa tre ore di discussione – sì come quelle belle di una volta – i toni non sono stati per niente concilianti sulla parabola renziana, cui sono state attribuite tutte le colpe della débàcle elettorale e del progressivo disfacimento del partito. “Accenderemo un grosso conflitto politico” ha affermato, tanto per dire, la Finocchiaro, alla quale il mancato dialogo con i Cinquestelle è rimasto sullo stomaco: “ci siamo condannati all’irrilevanza, dimostrando una incapacità politica che va valutata con serietà”. E Bettini ha rincarato la dose prendendo di mira direttamente Renzi accusandolo di avere imposto al Pd il ruolo di “osservatore” invece che di “attore” della scena politica. Di invettiva in invettiva le cose si sa come vanno a finire tra i ‘comunisti’: parole a fiume, analisi storiche profonde, richiami ai vecchi slogan ed ecco che appaiono i temi più cari. “Tornano parole come ‘lotta di classe’, ‘critica al capitalismo’, ‘subalternità al dominio del mercato’ – ha scritto Carugati – e poi (l’immancabile) autocritica per non aver capito le conseguenze della globalizzazione, l’aumento della forbice tra ricchi e poveri, e l’aver trascurato la questione sociale”. E mentre Bassolino metteva in discussione una intera storia a partire dall’Ulivo, vagheggiando la necessità di “ridare al Paese una sinistra”, Andrea Orlando rompeva gli indugi concludendo la kermesse con un lapidario interrogativo: “Il Pd è ancora uno strumento utile?”. Parole che, anche alla luce del fatto che un governo M5S-Lega sembra sia questione di ore e che tempo ce ne sarà per battagliare senza la preoccupazione di una nuova campagna elettorale almeno fino alle europeee del 2019, pesano in funzione della assemblea nazionale del 19 maggio. Luogo dove potrebbe arrivare un’altra deflagrazione interna e la celebrazione di una nuova cerimonia degli addii. Sarebbe un modo per fare chiarezza consegnando un quadro preciso delle forze in campo nell’agone politico italiano all’epoca dei populisti al potere. Auspicabile per tutti.
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Bene, ricominciamo, ma con valori nuovi che vadano incontro ai bisogni della gente. I vecchi slogan non servono.