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Agosto 17, 2018
IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quarta puntata, seconda parte)
Agosto 25, 2018

IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quarta puntata, prima parte)

Questa quarta puntata è il capitolo più lungo del romanzo.
Lo pubblicheremo in sei parti.
Buona lettura.

Quarta puntata
Prima parte
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30 settembre 1986
Domani Lucia si sposa

 

Di qua e di là, su e giù per la città.  

Fermarsi in un posto e correre verso un altro.  

Chinarsi e rialzarsi e mettere a dura prova la spina dorsale.  

Queste ultime settimane sono state così.

Non immaginavo che organizzare un matrimonio fosse così impegnativo, ma tu sei stata fantastica, non hai lasciato nulla al caso.

Sono seduto alla mia scrivania, sulla mia sedia di pelle nera con le rotelle, nel mio studio e quasi non ci credo di avere tante ore da dedicare a te e a Lucia.

Che bella serata è questa. Senza luna, senza cielo e con una voglia incontenibile di scrivere mentre dormi accanto al mio cuore.

Credo che lascerò riposare la sedia, questa sera non la spingerò verso gli angoli dello studio cercando di scaricare la tensione e afferrare, come se stessi sulla giostra volante, le chiavi che pendono in alto, legate ad un nastro tricolore, per fare gratis un altro capogiro.

Questa sera sto bene. So cosa devo fare e lo farò. Non perderò un secondo. Sto rubando tempo al tempo, ed è una situazione appagante.

Quaderno, penna. Devo rispondere agli interrogativi, far confluire gli avvenimenti dentro una narrazione che mi aiuti a trovare le risposte giuste per godere appieno questa eccitazione del giorno prima delle nozze.

Possiamo affermarlo: i preparativi per il matrimonio di Lucia sono finiti. Domani sarà il gran giorno e tutto andrà per il verso giusto.

Sento che sarà una festa allegra e che finirò ubriaco.

Tutto tace intorno e il silenzio che ha invaso la casa è la ciliegina sulla torta, è il massimo del piacere, l’acquolina in bocca, il bacio al miele dell’atmosfera giusta per non sprecare le parole e  baciare il passato prima di iniziare a scrivere nuove pagine, quelle del nonno.
Amore mio,  organizzare questo matrimonio è stato davvero una viva esperienza, una specie di messa a nudo di tutta la nostra comunità familiare e sociale.

Quando la festa sarà finita e i camerieri sparecchieranno i tavoli, spazzeranno e laveranno il pavimento e metteranno in ordine ogni cosa,  ti donerò questo quaderno.

Sei andata a dormire presto, contrariamente alle tue abitudini.

Sta succedendo spesso.

Sono davvero contento.

E’ un segnale preciso: stai guarendo dalla tua ossessione di combattere il sonno.

“ Buonanotte, un bacio, vado a letto, domani sarà una lunga giornata “.

Qualche minuto dopo che Lucia è uscita.

Non prima di avermi raccomandato di lavare i piatti, di sistemali e di non fare tardi.

Domani comincerà molto presto e la casa si animerà di gente.

Verrà il parrucchiere, poi Francesca, l’amica truccatrice di Lucia.

Mi piace assai, Francesca. E’ sempre allegra e la sua ironia è sorprendente: “ trucco le belle per farle apparire brutte e le brutte per essere più brutte “.

Poi non si capirà più niente tra fiorai, parenti, amici e vicini sarà un via vai.

Prima di venire qui, in questa stanza, a mettere un po’ d’ordine dentro di me, sono passato da te e mi sono fermato sulla porta.

La luce bassa della lampada sul comodino espandeva tenui colori notturni sul tuo corpo rotondo e nudo completamente coperto dal lenzuolo a da una coperta di lana leggera.

Solo i capelli erano fuori, sul cuscino adagiati. Come eri bella, morbida.

Ho ascoltato il tuo respiro calmo e il tuo cuore battere lento ed ho combattuto la tentazione di infilarmi sotto il lenzuolo e la lana leggera per far scorrere le mie mani sulla tua pelle e fare l’amore.

Domani Lucia si sposa.

Questa mattina ha  portato via le sue ultime cose e adesso è con le amiche a fare baldoria per salutare il nubilato.

Non riesco a pensare ad altro, vederla così felice è una gioia per l’anima.

L’accompagnerò all’altare, mamma della sposa.

Saremo elegantissimi.

La casa è già piena di fiori e i regali sono sparsi ovunque.

Siamo circondati dal bene, cara.  La Favela è in festa per noi. Sembra un sogno.

Ho tante cose da scrivere, so che mi perderò. Ma non voglio sprecare questa occasione. Chiederò alla penna, a questa incredibile e preziosa invenzione degli uomini, di andare in libertà di coscienza. A lei affiderò il compito di dare un senso a questo insopprimibile bisogno di entrare in contatto con te, ora che sto interpretando il ruolo di padre in un rito antico di cose sacre e di cose  profane per dirla alla De André.

Vacillo: il pensiero di  essere un padre della sposa inadeguato, così come lo sono stato da sposo, in quell’abito monopetto che mi stava scomodamente a pennello, mi riempie d’ansia.  

Ho parlato con Dario. Non sta nella pelle. L’ama.

Immagino la sua espressione stupefatta quando vedrà la sua sposa varcare l’entrata della chiesa, dal sacrato di Santa Chiara: lontana, irraggiungibile puntino bianco  sul fondo dell’immensità della navata, che lentamente, al suono della marcia nuziale, passo dopo passo, al mio braccio, andargli incontro.

Rivivendo quei minuti lunghissimi d’attesa  mentre venivi tu verso di me.

Hanno fatto tutto molto in fretta.

Tutta la loro storia si compirà, come per noi due, dentro il matrimonio, senza nessuna introduzione.

Sono molto contento per questo, come lo sei tu.

Ho la radio accesa a basso volume, passano  musica leggera napoletana, quella che svuota il cervello dai pensieri pesanti, dalle preoccupazioni perché il mondo è una palla che zompa e che balla, non una stonata cantata neomelodica.

A Lucia e Dario è accaduto ciò che successe a noi due: si sono innamorati e non si sono più separati e hanno deciso di promettersi dinanzi alla comunità cristiana della Favela più antica della città,  nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia.

Ma non possiamo negarlo: Lucia ci ha sorpreso. E,  per quello che ho capito, anche la famiglia di Dario non si aspettava questo matrimonio.

Ti ricordi quando ce lo comunicò? Eravamo a letto a guardare qualche cosa alla televisione.

Entrò nella stanza e disse: babbo mamma mi sposo, senza una virgola.

Rimanemmo senza fiato.

Dario è comparso nella sua vita come una primavera. Bello, allegro, sicuro di sé. Da quando si sono conosciuti non hanno mai smesso di cercarsi e ogni scusa è stata buona pur di stare insieme a fare progetti per il futuro, spensieratamente innamorati.

Quando la notizia del matrimonio si è diffusa,  non tutti l’hanno presa bene. E questo ci sta. Ciò che fa contento uno può dispiacere l’altro. E anche se spesso le ragioni non sono nobili, accade. Ma qui si tratta della mia famiglia d’origine.

Ingenuamente avevo pensato che questo evento potesse riavvicinarci, potesse essere l’occasione da cogliere per stare assieme non più come estranei l’uno all’altro. Non è andata così, è andata come doveva andare. Ciò mi ha rattristato.

La malapianta dell’invidia nella mia famiglia è sempre rigogliosa come quella della gelosia.

Ostili, sono ostili. Sono il mio contrario.

Quando ti ho incontrata, ciò che mi ha folgorato, oltre alle tue gambe lunghe,  ai tuoi fianchi stretti, al tuo seno tondo, alla tua faccia mozzafiato mediterranea, ai tuoi capelli corvini, al tuo sguardo/sorriso è stato il tuo essere gentile nei movimenti, nel tono della voce.

Quando ti ho incontrata  è cambiato il mio destino.

Così, di primo impatto.

Senza che l’occhio di fuoco di mia madre potesse far niente per impedirlo.

Ti avevo così tanto cercata, amore, che quando ci presentarono  l’emozione prese la forma del nodo alla gola.

Per me parlarono gli occhi.  

Anche per te.

Nero di pece e grigio marino.

Fu un colpo di fulmine.

E quando mi presentasti alla tua famiglia, così numerosa e rumorosa d’allegria, fui felice come un bambino davanti alla sorpresa.

Nessuno mi chiese niente, fui il benvenuto per il solo fatto che amavo te.

Ne rimasi incantato.

Quanta armonia.

Nella tua casa ognuno era unico e incomparabile. Nessuno si paragonava all’altro, voleva essere uguale, desiderava le cose altrui e il rispetto per gli altri era un valore assoluto.

L’esatto contrario della mia famiglia d’origine che invidiava perfino il basso affianco perché vi entrava una lenza di sole in più.

Incontrai te e compresi mio padre, la sua esortazione a cercare lontano dalla sua casa vuota d’amore, la felicità.

Mi disse, quando ti conobbe: la tua donna è amorevole, è estranea  alle donne del vicolo che hanno tra le gambe il sesso e che dicono ai loro uomini: vai a rubare e portami i soldi. E loro ci vanno a rubare, ci vanno perché non trovano altro di meglio per zittire quella voracità della miseria che è troppo antica per essere messa in discussione.

In questi anni vissuti con te, gli incontri con i miei fratelli e le mie sorelle sono stati molto pochi.

Tutti assieme, solo ai funerali.

Ai matrimoni chi si e chi no, perché se c’è quello non c’è l’altro e se non c’è l’altro non ci vado nemmeno io.

Ci somigliamo tutti, e questione di sperma e di sangue. Questo è il punto che ci tiene  legati anche se tra noi ci sono fossati e se potessimo cancellare questa nostra somiglianza così marcata nei volti lo faremmo.

Per fortuna che in mezzo ai dieci c’è Tonino, lui è come me. Dio toglie e dà. A me ha dato come fratello Tonino. Lui sarà presente al matrimonio di Lucia con tutta la sua grande famiglia al completo. Sei maschi per una femmina. Eleonora è una bimba bellissima. I cugini non stanno nella pelle per Lucia sposa. I ragazzi sono cresciuti e questa occasione, per loro, è un addio alle belle giornate d’estate, al mare di Licola, al lido Pagano con le sue cabine di legno con il patio. Alla fanciulleria che tanto li aveva resi complici nei giochi bambini e negli innamoramenti adolescenziali.

Quando Lucia ha deciso di sposarsi, abbiamo deciso di rispettare il protocollo e d’invitare tutti i parenti.

Quando siamo arrivati ai miei, ho avuto qualche dubbio.

Poi ti ho dato retta e li ho spediti.

Non verranno.

Non sono dispiaciuto. C’è Tonino, ci sono tutti.

La mia famiglia sei tu, la tua famiglia è la nostra famiglia. Sono stato fortunato. Lo è stata Lucia. Ma dentro di me c’è un dolore acutissimo, pensavo fosse scomparso, ed invece, eccolo qua, presente.

La verità è che quanti sforzi facciamo per dimenticare il pensiero molesto, alla prima occasione torna e assilla con le sue domande che non hanno ricevuto risposta. E che mai l’avranno. Perché si finisce in quell’ordinarietà che divora la mitezza.

Quando penso ai miei fratelli e alle mie sorelle, quando penso a loro, penso alla miseria che stava dentro e fuori casa, ai silenzi inespugnabili di mia madre.

E’ morta quattro anni fa, aveva ottantadue anni.

Umberto L’ha trovata apparecchiata sul letto sotto lenzuola fresche di lino, tra le mani aveva un rosario intrecciato sul petto, sul cuscino una nuvola di capelli bianchissimi ben pettinati.

Mia madre era davvero una bella statua.

Nessuno versò una lacrima.

Ad accompagnarla verso il cimitero un corteo di figli, di generi, di nuore, di nipoti e di gente sconosciuta che aveva da dire su mia madre su come trattava le persone di cui aveva bisogno e quelle di cui non sapeva che farsene.

In quel corteo funebre di mia madre, compresi, dagli abiti e dai capelli e dal trucco eccessivo che  eravamo finiti, senza accorgercene, in un’altra epoca.

Tu e Lucia eravate al mio fianco.

Ricordi cosa dissi: siamo spacciati, siamo agli eccessi.

Mia madre è morta ad ottantadue anni, nell’’82. Il giorno dell’Assunta, del suo compleanno/onomastico.

A scoprirla cadavere  fu mio fratello Umberto. Si recò da lei per farle gli auguri.

Bussò alla sua porta inutilmente.

Fu la vicina che gli disse che dal pomeriggio del giorno prima non sentiva più la radio trasmettere.

Con il telefono della vicina chiamò i vigili del fuoco. Che giunsero presto insieme ad un’autombulanza ed una gazzella dei carabinieri.

Era il giorno di ferragosto e la città era semideserta.

Fu assai complicato, per Umberto, raggiungere e informare ognuno di noi.

Eravamo tutti in vacanza. Come c’eravamo finiti in spiaggia, al mare, in villeggiatura noi che fino ad ieri non tenevamo nemmeno gli occhi per piangere?

Adesso lo so, allo stesso modo in cui finimmo negli anni cinquanta, negli anni sessanta, negli anni settanta: senza capire un cazzo di quello che ci accadeva intorno.

Ecco cosa pensai il giorno del funerale di mia madre.

Compresi in quella sfilata di volti abbronzati e di parei colorati che eravamo nel  tempo dell’individualismo, del successo dei presunti vincenti, del soldo facile, dell’usa e getta della propria vita.

In una parola: nella baldoria sociale.

Amore mio, per fortuna noi ci siamo persi nei nostri paesaggi senza consumo, nel nostro immaginario mondo delle piccole cose, nella nostra umana criminale Favela che è in festa per noi.

Vorrei descrivere questa gioia, scaricare dalla mia testa le immagini in bianco e nero che si susseguono a scorrimento lento per ricordarmi che senza di te non avrei visto facce rose e facce rugose sorriderci e accompagnarci. Non avrei avuto una famiglia con la quale condividere il tempo delle comunioni e degli addii.

Una famiglia che ha conosciuto e accolto Dario, così come fecero con me. Perché la tua famiglia è una mescafrancesca  di biondi, rossi, neri, olivastri, mulatti, asiatici con tante sfumature appena annunciate o tratti decisi che è uno spasso.

La luce del mattino, che nel fotogramma entra da finestra a finestra mentre vengono aperte l’una dietro l’altra, si adagia sui colori di una generazione che l’ha scampata,  che è sopravvissuta alla sete, alla fame, alla fuga, alla guerra e al dopoguerra.

Guardo con gli occhi di allora, da sposo,  la grande casa dei tuoi genitori.

Bianchi e neri. Odori di fiori freddi. 1960, dicembre. Acqua e vento.

Le mura pittate di fresco emanano fragranze.

Tutto è pronto per il matrimonio, per la nostra festa. Aspettiamo Lucia. Il tuo abito non lo nasconde, la mia mano sulla tua pancia lo testimonia. Siamo felici, siamo famiglia.

Gli invitati arrivano a piedi, sotto braccio, riparati dagli ombrelli camminano vestiti dei loro abiti più eleganti e sono accolti nella grande stanza delle feste come se ognuno fosse l’ospite più atteso e su vassoi d’argento gli vengono serviti i dolci fatti in casa e il Vermut zuccheroso. Il resto lo fa la musica del tango, la nostra musica da ballo, quella che ancora ci travolge al suono della prima nota nelle passioni della vita.

Balliamo il tango, respiriamo allo stesso  istante, ogni movimento è un sincrono.

Lo spazio si svuota e siamo solo noi due a fare cerchio, ipnotizzati dai passi e dai tocchi di desiderio.

Ricordo la prima volta che ho ascoltato questa musica. Ne fui rapito e la seguì fin sopra  i Vergini, fin sotto la finestra di un uomo che ballava da solo e solo non era.

Ballai come lui quando mi innamorai di te. Furono prove e tutto andò a meraviglia. Il tango ti prese come prese me e alle feste ammiravano le nostre improvvisazioni del passo in sé.

Io guidavo, tu seguivi. Abbracciati frontalmente. Con la mano destra a tenere la schiena e con la sinistra la mano.

Io guido, tu segui.

Se non mi manderesti a fare in culo, adesso verrei da te e ti chiederei di ballare con me nel corridoio.

Sfumature di bianchi e di neri. Bouquet di margherite, cerimonia nella piccola chiesa della Favela di Poggioreale dove c’era il cimitero, il macello e la fabbrica dei fiammiferi dove lavoravano tutte femmine e zia Filomena ne era una inflessibile caporeparto e c’era la tua casa ch’era stata la casa di don Michele, del Re della Favela di Poggioreale, del guappo che riportò in città il tesoro di San Gennaro fino a quel maledetto terremoto del 23 novembre 1980, quando anche ciò che era agibile fu dichiarato pericolante e abbattuto per bramosia di denaro.

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