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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quinta puntata, seconda parte)

Avevamo annunciato che questa quinta puntata
sarebbe stata divisa in cinque parti.
L’autore ha deciso di ridurle a tre.
Il romanzo
Non è vero niente, con questo suo appuntamento del sabato, sta creando relazioni inaspettate e se fuori piove e il tetto gocciola,
Andrea senza grammatica, il protagonista di un suo vecchio racconto, ascolta, impara e segue Lucia che dovrà tirare fuori il meglio di sé,
il colpo di reni che la terrà in piedi.
Buona lettura.

Quinta puntata
Seconda parte
——————————

 

Lascivo… pausa… fastidio per qualche pensiero molesto che ha fatto.

Lucia incrina verso il basso la testa. Succede. C’è sempre qualcosa di brutto che ritorna alla mente quando meno te l’aspetti. Qualcosa che non avresti voluto fare e che hai fatto.

-Tesoro mio… tesoro… hai messo al mondo tre figli… hai portato in mezzo a noi il futuro. Non immagini, figlia, cosa ha significato questo per noi che temevamo d’avere un orizzonte limitato.  Ed invece? Eccoci qua. Senza di lui e pieni di lui. In quei ragazzi c’è la sua luce, in te c’è la sua luce. Noi dobbiamo guardare avanti. Domani sera vi voglio tutti qui. Domani sera si cena assieme. Avvisa Dario, digli che voglio dargli un bacio.

-Mamma è brutto questo dolore. Non vederlo è davvero difficile da accettare quando l’unico pensiero che c’è nella testa è l’Assenza che ti dice: sono morto. Dario sarà contento di venire con i ragazzi. Siederai al posto suo, vero? La famiglia non resterà senza un punto di riferimento. La vita continua e sarai tu a dirlo ai ragazzi. Mamma, sai a cosa sto pensando? Che, forse, sarei più sollevata se avessi una sorella o un fratello.

-Sei venuta solo tu.

-Lo so, e per il Babbo questo era scritto nel destino, nel vostro. Io ero il nuovo inizio. L’unica. Dopo di me, un’altra gravidanza sarebbe stata fatale. Quando nacque Nanà disse ch’era il Babbo più fortunato del mondo. Dopo la nascita di Nicola e di Nando gli prese l’euforia. E in lui, prepotente, si fece  la convinzione di essere un capostipite, di essere colui da cui discente una famiglia. E fu un altro uomo, sempre più intrepido nell’andare controcorrente. Un giorno, mentre cambiavo il pannolino a Nando, mi si avvicinò, non lo sentì arrivare. Mi comparve dinanzi all’improvviso. Mi spaventai e lui si mise a ridere e mi abbracciò. Non volevo spaventarti mi disse, ma stavo pensando ad una cosa bella e volevo che lo sapessi: con lui siamo in sette, e indicò Nando. Poi aggiunse: Da tre a sette, un numero perfetto, tanto per cominciare.

-Un pazzo visionario, tuo padre era un essere speciale. Diceva: la loro missione generazionale  sarà quella di salvare il mondo, di curare i colpi che abbiamo inflitto alla Terra, di ricostruire l’armonia tra l’uomo e la natura sconfiggendo il male oscuro che ci ha sempre fatto abusare l’uno dell’altro. E quando gli feci notare ch’era un po’ troppo, lui mi rispose: la missione dei nostri padri è stata di liberarci dalla dittatura, la nostra di ricostruire il Paese, la vostra di sperperare con il superfluo e di  fare innumerevoli cazzate, la loro di salvare il mondo.

-Il Babbo era una persona meravigliosa. Già con la nascita di Nanà il suo umore cambiò. Il suo pessimismo cosmico cominciò ad inclinarsi. Perfino il suo amore per me divenne più intenso. Perché, come diceva lui, sapevo abbracciare lo sporco della miseria senza provare repulsione.

-Quando metteremo le mani tra le sue cose spero di trovare quel foglietto di carta sul quale appuntò alcuni suoi pensieri, proprio la sera che nacque Nando. Ci scrisse: Questo è il terzo seme che Lucia offre, amore madre terra. Fa che le sue sorelle siano acqua e fonti fresche da bere. Fa che i suoi fratelli siano uomini che depongono le armi. Fa che l’aria che respiriamo, amore madre terra, sia mia figlia. Che per me è luce e vento.

-Ho sempre avvertito il suo amore profondo, autentico, disinteressato. E’ stato un padre ed un nonno fantastico. Nanà, Nicola e Nando si sono nutriti delle sue favole inventate che avevano sempre un seguito per la sera dopo e delle sue storie che sovvertivano gli avvenimenti e che spesso si concludevano senza il lieto fine. Così gli ha  insegnato ad avere fiducia in se stessi, nella loro forza generazionale, nel loro compito storico di farla finita con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e far cambiare verso alla globalizzazione, che colpisce fuori l’uscio di casa per creare il panico nelle città, nelle Nazioni, nei continenti, e creare un nuovo ordine mondiale nel quale anche per l’ultimo degli uomini ci sia rispetto.

Silenzio.

Lucia insegue i suoi pensieri e sua madre si mette sulla sua scia per non lasciarla sola.

Affronterà il viaggio assieme a lei: muta, invisibile, accanto.

Sua madre sa che le farà bene partire, anche se, quando si sostiene un viaggio a ritroso, c’è il rischio di perdersi perché il coinvolgimento emotivo è totale e mette  a dura prova il coraggio.

Ciò che è conosciuto del tragitto è solo il luogo della partenza e sua figlia non ha preparato le valigie, non ha itinerari programmati, non ha luoghi d visitare, non ha persone da incontrare.

Sua figlia è in viaggio, ora, nuda e sola, deve capire cosa è accaduto, trovare un suo equilibrio. Ha bisogno di silenzio, di lasciare alle spalle i legami e le relazioni, allontanarli da sé, affrontare il distacco guardando in faccia la morte prima di arrendersi e riconoscere ad essa la forza dell’ignoto. E infine accettare che la morte, come la vita, viene incontro.

Lucia è una freccia scagliata da un arco. Il suo obiettivo è fare centro, esplodere in un grido liberatorio e tornare da sua madre, da Dario, dai suoi figli che hanno una missione da compiere: salvare l’umanità, il suo habitat, il suo genio.

Una freccia, un lasso di tempo infinitesimale e breve nel quale si può andare verso l’alto o il basso o uno dei lati, a destra o a sinistra e cadere lontano dal cerchio.

Tutto è possibile alla velocità della freccia.

Nel peso della freccia, nella potenza dell’arco, nell’allungo c’è il passaggio nell’aria e ci sono i ragazzi di Metrofavela.

Guardali bene, Babbo. Sono disorientati. Anche Nanà, Nicola, Nando lo sono. Anche se hanno coscienza degli avvenimenti, non sono attrezzati per fronteggiare questa assenza di futuro.

I nostri ragazzi sono cresciuti con l’egemonia berlusconiana, con il mito della ricchezza.

I loro professori sono stati i televenditori di illusioni che si sono materializzati all’improvviso come dei guru ed ogni cosa è sembrata a portata di mano, facile da ottenere e il conflitto tra giustizia e ingiustizia si è trasferito dalla realtà ai videogiochi, alla morte per finta che finta non è.

Sono cresciuti in un tempo alterato e quando l’economia ha cominciato a rallentare, quando il denaro ha smesso di circolare facile e la paura di ritornare poveri si è fatta paranoica i cuori vecchi occidentali si sono induriti.

La parte più numerosa della popolazione, le formiche che hanno risparmiato una vita intera per affrontare la vecchiaia con serenità si sono  sentiti aggrediti.

Così, per difendere le proprie pensioni e le proprie rendite hanno messo le inferriate alle finestre, hanno alzato mura di cinta, hanno ottenuto il porto d’armi, hanno impiantato allarmi e telecamere e messo nei giardini cani da guardia aggressivi.

E quando lasciano le loro case, lo fanno a malincuore.

Ah, questi vecchi. Sono persone orrende. Hanno smesso di starci in questo mondo.

Si sono messi sotto chiave o si sono lasciati portare negli ospizi dove la vita è bella e trallalà trallalà e si può raccontare di aver messo su mattone dopo mattone, di aver comprato le comodità ad una ad una.

Si può urlare alla luna: non ho bisogno di una badante che mi chiama nonnino e mi maltratta. E maledire i figli.

I primogeniti che hanno partecipato alla grande abbuffata di Stato e i secondogeniti e i terzogeniti e via contando che si sono e si drogano perché la vita o è un continuo orgasmo o non è.

Dicono così per eludere le responsabilità. Le loro responsabilità.

Sono stati questi vecchi occidentali tumulati dentro le loro case gli educatori di questa generazione che conosce  trecento parole di media a testa e ha tatuato sul corpo trecento tatuaggi.

Sono loro che hanno insegnato ai loro figli, divenuti a loro volta padri e madri, come me e Dario, che la libertà ha un prezzo.

Giungendo fino alla fonte, lì dove il popolo è sovrano. Comprando con poche decine di euro il voto dei deboli, degli affamati, degli sventurati, dei malavitosi.

Mi fanno schifo, questi vecchi mi fanno schifo.

Aveva ragione Luigi, il Maestro: questo è il paese di Machiavelli e di Pulcinella. Per il primo il fine giustifica i mezzi, per il secondo la fame giustifica l’essere ora ribelle, ora pelandrone.

Babbo, come faranno ad arginare quest’onda che continua a montare con il suo carico distruttivo?

Sono dei  ragazzini.

Cosa possono fare i nostri figli? Io e Dario ne abbiamo messi al mondo tre e siamo indicati dalle statistiche come una famiglia numerosa. E sai perché? Perché, la nostra generazione ha fatto un figlio e mezzo a testa esagerando. E sai perché? Perché i vecchi con il loro egoismo hanno lasciato che la corruzione dilagasse e che la realtà si drogasse di irrealtà. Per cui a vincere, ad affermarsi come pensiero egemone è stata l’eterna giovinezza del lifting viso collo seno pancia braccia bacino vagina pene gambe.

Che tristezza, per strada non si capisce chi è figlio e chi è padre, chi è figlia e chi è madre.

Ed è stata colpa loro, della loro volontà di arricchimento.

Colpa di questi vecchi che a novantanni ora sono grilli ora sono allettati nelle loro solitudini.

Non ho storicamente compassione per loro. Loro ch’erano fascisti e che dalla sera alla mattina diventarono antifascisti. Che votarono per la monarchia. Che si trovarono a loro agio nel bel mezzo della guerra fredda perché potevano allattare le proprie ambizioni ora con i russi, ora con gli americani. Una generazione che ha diffuso l’eroina, la Regina Bianca, per sterminare la generazione del sessanta.

Un arma fatale, la Regina Bianca. Usata per fermare quella fame di libertà dei giovani di allora che cercavano tra le vie della terra la pace, l’armonia, la felicità.

Dovevano essere annientati e lo furono.

Ognuno a casa sua, Italiani! Per i quali il nemico è chi ruba per fame, chi fugge dalla guerra, chi è clandestino.

Questi vecchi, queste generazioni di vecchi non hanno fatto niente per contrastare l’accumolo della ricchezza nelle mani di pochi pochi.

Il 10% dell’umanità detiene il 90% delle ricchezze del pianeta.

Vecchi! I vostri mattoni e le vostre comodità non hanno alcun valore.

Posso gridarlo per tutta la notte, per una settimana intera o per un mese o per un anno o per sempre: i sordi non sentono.

Queste generazioni di vecchi sordi non sentono chi dice la verità. Loro non  intendono distribuire equamente alcunchè. Perché su tutto c’è sempre quello spregevole sentimento del possesso, per il quale le risorse non bastano mai se si vuole farla franca, morire nel proprio letto guardando gli eredi scannarsi tra loro.

E si rivolge a Dio. Gli fa la domanda delle domande. Sempre la stessa: Dove sei?

Con gli infelici, gli sventurati, i miserabili, i feriti, i vinti che hanno bisogno di compassione, di chi si occupa di loro, di chi l’aiuta a rimettersi in piedi e li accompagna per un tratto.

Dove sei? Dio! E la sua voce si spegne dopo l’Angelus.

La piazza si svuota. L’emozione svanisce.

Chi l’ha ascoltata sa cosa fare. Gli altri continuano il tour nella città eterna incuranti delle mani stese, dello sporco fisico, dell’odore dell’alcol, dell’abbandono di un umanità dolente che si tiene con lo sputo, che non vuole precipitare, che vorrebbe strappare dalle orecchie dei ragazzi e delle ragazze le cuffiette, far tacere la musica e essere ai loro occhi visibili. Per incoraggiarli a farli fuori una volta per tutte o salvarli.  Perché la realtà non è un’immagine, un’apparizione, un determinato momento. La realtà è tessuto, è la rappresentazione esatta di ciò che siamo, e noi siamo sbandati, abbiamo perso i legami, conduciamo una vita disordinata e lasciamo che i figli se la cavino da soli spargendo sangue con lo scopo di superare i livelli più difficili e migliorare il mondo.

Sono nell’irrealtà, sono supereroi. Vivono nella finzione occidentale che tutto va bene, anche se non è vero, anche se lo sanno che non è vero che sono dei supereroi, che non sono nemmeno soldati perché loro, a differenza dei soldati e dei supereroi,  nella realtà, non ce la farebbero proprio ad uccidere un hacker, anche se fosse nel mirino e bastasse un semplice clic. Proverebbero a neutralizzarlo. Esaminerebbero la situazione. Perderebbero tempo. Finirebbero per perdere l’attimo fuggente.

Non sono supereroi e non sono soldati. Finiranno annientati, se le democrazie non si attrezzeranno, finiranno così. Perché gli hacker a servizio degli Illuminati hanno come missione di entrare nel cervello dei computer dove un peccato di gola lo si trova sempre per mettere in atto il ricatto. Così, oggi, si indirizzano le scelte dei singoli e dei popoli.

Chi gli darà il coraggio di uccidere?

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