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Di Maio alla Farnesina per non nuocere: un’uscita di scena prestigiosa, se sarà capace di approfittarne

di Peppe Papa

Quando uno si dice baciato dalla fortuna. Prendete Luigi Di Maio, un giovanotto di bella presenza che si è ritrovato, senza arte e ne parte, nel giro di sei anni catapultato prima in parlamento con appena 189 voti conquistati alle parlamentarie nel 2013 e subito dopo, con 173 voti eletto vicepresidente della Camera dei deputati, il più giovane della storia della Repubblica. Come la chiamate questa?

Ed è stato appena l’inizio di una travolgente ascesa sulla scena politica che conta, proseguita con la nomina a capo politico M5S, vice premier e pluriministro del governo gialloverde fino all’incarico di questi giorni di ministro degli Esteri italiano. Niente male, è come a dadi fare sei ad ogni lancio, praticamente impossibile se la buona sorte non ti è più che amica.

Tocca a lui ora approfittarne, anche perché la dea bendata è volubile e improvvisamente scompare così come è apparsa, la Farnesina una buona occasione per preparare la sua prossima vita, lontano dalla politica ad alto livello, alla fine dell’attuale legislatura. Inevitabile conseguenza di una esperienza di governo fallimentare al traino di Matteo Salvini che è costata una emorragia di consensi alle elezioni europee di maggio scorso e un crollo inarrestabile nei sondaggi subito dopo.

Beppe Grillo lo ha mollato e punta tutto su Giuseppe Conte, l’ex avvocato del popolo fattosi statista, il quale ha dimostrato inaspettate doti politiche, cultura istituzionale, pragmatismo e il necessario cinismo per guidare il Movimento del futuro, quello meno ‘fricchettone’ entrato a pieno titolo nel ‘sistema’che voleva demolire.

Il dicastero che gli è stato assegnato è prestigioso, adatto a costruire relazioni internazionali al fine di arricchire il proprio curriculum e sfruttarle in seguito per ambire a un incarico di rilievo in Europa, o lobbysta di qualche importante apparato economico-finanziario. Tutto è possibile, soprattutto se la fortuna continuerà ad assisterlo e si deciderà una buona volta a studiare prima di aprire bocca. A trentatre anni ha una vita davanti, tutto il tempo per dare spessore alla sua ambizione che è smisurata.

Agli Esteri parte da zero, non si contano le gaffe commesse su questo fronte a partire dalla prima crisi diplomatica provocata con la Francia che causò il ritiro del loro Ambasciatore a Roma. L’offerta fatta ai gilet gialli dell’utilizzo della piattaforma Rousseau mentre questi mettevano a ferro e fuoco Parigi e si dicevano pronti ad assaltare in armi l’Eliseo. La Lettera a Le Monde per rimediare all’improvvida iniziativa, in cui lodava la “tradizione democratica millenaria” dello stato francese (sic), oppure la figuraccia rimediata a Shanghai nel corso di un incontro ufficiale chiamando “Ping” il presidente cinese, Xi Jinping.

Fino a definire la “Russia un paese del Mediterraneo”, accusare le aziende giapponesi di “scippare i nostri gioielli di famiglia”, Renzi di restare nell’Euro per far contenta la Merkel e “svendere tutto pur di saziare le banche europee”. Senza parlare dell’appoggio offerto al dittatore Venezuelano, Nicolas Maduro a dispetto di tutti gli alleati della Nato, imponendo al governo di non riconoscere l’oppositore al regime Juan Guaidò, oppure del memorandum firmato con la Cina per la nuova Via della Seta che ha irritato non poco gli Stati Uniti d’America.

Insomma, un vero disastro. Basterebbe questo per considerare irresponsabile chi ha deciso la nomina. In realtà, però le cose non stanno così per fortuna. Gli addetti ai lavori sanno bene che l’apparato della Farnesina è composto da personale diplomatico e amministrativo di alto profilo e che nelle stanze ovattate del ministero, senza clamore, vengono decise le linee operative dei delicati dossier di competenza che generalmente non fanno notizia. In pratica il Ministro pro tempore non tocca palla e se lo fa è in maniera ‘anonima, vedi Moavero, la politica estera la fa il potere di garanzia del Quirinale essendo membri fondamentali del patto Atlantico e dell’Unione europea.

Di Maio, che è un ragazzo ignorante ma sveglio, lo ha capito ed è pronto ad adeguarsi, d’altronde nessuno dei suoi predecessori ha mai battuto ciglio, garantendosi in cambio un prestigio spendibile a tutti i livelli. Una via d’uscita onorevole che salva la faccia e evita altri danni al Paese. Il posto è di tutto riguardo e ricco di vantaggi, serve solo non sprecare l’opportunità voltando le spalle incautamente alla propria ‘buona stella’ che ancora resiste.

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