

di Gennaro Prisco
C’è un avverbio, Prima, che indica anteriorità, afferma, con Poi o con Dopo, discuteremo.
In politica, Prima non è una parte invariabile, è il verbo che poi determina l’azione, che può avere una forza tale per cui potrebbe portarci all’età della pietra o alla fine del governo leghista, così come è stato, in Italia, nell’anno di grazia 2019.
Adesso che è tutto cambiato e il giallo verde è stato sostituito con il giallo rosso, l’Europa cambia passo verso uno dei paesi fondatori dell’Europa politica e seconda economia manifatturiera del continente.
Il Prima, in questo caso, è stata la scelta che hanno compiuto i parlamentari europei del Movimento Cinque Stelle di votare, ed essere determinanti, per l’elezione di Ursula von der Leyen a Presidente della Commissione europea, praticamente il governo dell’Unione, il 16 luglio. Naturale sviluppo politico del 3 luglio, giorno della libertà di coscienza per votare David Sassoli, del Pd, alla Presidenza del parlamento europeo.
Con questa scelta di stampo europeista i Cinque Stelle hanno abbandonano di fatto ogni pulsione disgregativa dell’Europa. Schierandosi, in Italia, contro i sovranisti, il percolato delle nazioni. Un esercito in formazione che ha trovato la sua Prima convergenza sull’avversario da battere.
Da allora, il governo dei vice premier, di Salvini, cominciò il suo conto alla rovescia. Che avrebbe potuto avere conseguenze micidiali sulla tenuta democratica del Paese se, dopo lo strabiliante risultato elettorale europeo, la Lega avesse tolto la fiducia al premier e mandato in crisi il governo e costretto il Presidente della Repubblica a sciogliere le camere.
Azione che suggeri fare Giancarlo Giorgetti, consigliere di Salvini e che Salvini non comprese per assoluta mancanza di capacità strategica e perché ormai invasato dalla sindrome dell’invicibilità si era autoconvinto che la comandasse davvero lui la giostra.
Ed invece giù, nudo d’inanzi alle telecamere, e con il culo seduto alla poltrona del Viminale per lanciare dirette fb da social uomo qualunque, sconfitto dall’ampio consenso che ha ricevuto la richiesta di continuare la legislatura che Metteo Renzi ha fatto in Senato, mettendo davanti ai nostri occhi le condizioni di degrado senile dell’Italia, una nazione vecchia e con la paura addosso.
E’ finito il governo leghista. E’ caduto il bulimico del nordismo da marciapiede, è caduto perché si è sentito un numero primo, dopo aver detto vengono Prima gli abitanti di Morterone e poi gli altri, tutti gli altri.
Bravo il premier, Giuseppe Conte. E stupiti tutti gli altri dalla determinazione con cui, nell’ora del pericolo, ha difeso Istituti e Istituzioni repubblicane in parlamento e risvegliato sulle spiagge della penisola la ragione collettiva.
E’ nato, e non è un maschio come il Capitano leghista desiderava. E’ un miracolo laico della politica che, presa alle strette, ha scommesso sul futuro senza più partner deficitari sul piano costituzionale e mandato Paolo Gentiloni ha fare il commissario Ue degli Affari economici e all’economia, come ministro, un politico democratico di spessore europeo, come Roberto Gualtieri, dopo nove anni di tecnici. L’ultimo fu Giulio Tremonti, 2008/2011, ultimo governo Berlusconi con la Lega e Fratelli d’Italia.
Lo storico Loris Zanatta ha affermato, sulle pagine del Mattino, che è il solito vizio italiano di salire sul carro dei vincitori e che se tutto va per il meglio sui mercati e in Europa e perché ciò che ieri era separato dalle polemiche politiche, oggi non lo è più.
Giusto affermare che ciò che era separato, questo governo ha unito. Ciò che non c’è, è il carro dei vincitori.
Sfugge, forse per pigrizia mentale o forse per sfiducia cosmica a molti commentatori politici il fatto inedito che si è prodotto nel Paese con l’annuncio di Salvini, in piena estate, della crisi del governo gialloverde.
I cittadini e le cittadine non leghiste, non fasciste, che fino a quel momento erano sopite e impaurite, si sono interrogati e si sono posti la domanda: che fare? Come evitare una campagna elettorale che avrebbe potuto essere decisiva per il declino del Paese? Ed è iniziata così una discussione in Italia come mai negli ultimi decenni sul futuro della Nazione e sulla necessità di ritornare alla Costituzione e al Parlamento, che è il luogo dove si esprime la sovranità popolare e si approvano le leggi.
In questo dibattere di politica sulle spiagge, sui laghi, sulle colline e i monti non c’era il vizio di soccorrere il più forte, c’era la virtù civile di un popolo democratico, ampiamente inteso, che, economia domestica alla mano, si ritrovava, dopo quattordici mesi di governo leghista, in condizioni peggiori di prima.
E si sono affidati, gli italiani, alla saggezza del Presidente Sergio Mattarella ed hanno scommesso sul premier coraggioso, venuto da uno studio associato di avvocati, e che, come il brutto anatroccolo si è trasformato in cigno, ha smesso i panni del garante di un contratto tra formazioni contrapposte e si è fatto leader della propria parte, chiedendo rispetto per sé e per il partito che l’aveva chiamato a servire la Repubblica.
Così è stato Fiocco blu elettrico al Quirinale e Rosso vivo a Palazzo Ghigi. Tutto in un mese tra agosto e settembre. Si è passato dal grigio nero all’esplosione dei colori e ciò a cui si è assistito il giorno della fiducia, lunedì 9 settembre, onomastico di San Sergio, che fu Papa, è stato la divisione dei campi politici in destra e sinistra con i canoni della contemporaneità.
Dentro il Parlamento i rappresentanti del popolo hanno votato per il Conte due o non hanno votato per il suo governo giallorosso con Roma capitale.
Fratelli d’Italia ha convocato la piazza a Montecitorio e la Lega c’era e c’erano pure i liguri di Toti. Hanno protestato contro ciò che loro ritengono illegittimo: la nascita di una maggioranza parlamentare che li esclude dal governo del Paese.
Forza Italia non ci è andata in piazza, ha scelto di continuare ad essere se stessa anche se è ormai ridotta al lumicino. Sa che il suo poco è ciò che può determinare o meno la vittoria delle destre in Italia. E se la destra è sovranista, hanno detto, loro non ci saranno.
I manifestanti hanno promesso che non daranno tregua al governo. Sono convinti che rappresentano la maggioranza degli italiani. Poi prenderanno consapevolezza che quel treno è già andato.
Blu elettrico Teresa Bellanova. Il vestito fa la monaca e non fa il monaco. E’ questione di genere: le donne sono come sono e Teresa è stata una esplosione a balze perché così si sentiva elegante, bella, pronta a giurare sulla Costituzione come Ministro della Repubblica, lei che ha la terza media e la laurea in bracciantile, in giustizia, in difesa della terra e di chi la terra e sulla terra lavora.
Rosso vivo De Micheli, che di nome fa Paola e veste come vuole, che è la vice segretaria del partito democratico. Ciò non piace ad Andrea Cipi di Casapound, che le dà della prostituta.
Fiocco blu elettrico e Rosso vivo e il governo parte bene e svela la pornografia social. Pornografia del chi non sa chi sono io, molto maschia e assai ignorante, anche quando al termine della seduta d’esame on line o on papy e mamy c’è la lode.
In questo Paese dai titoli di studio presi per fare carriera nella pubblica amministrazione e dai curriculum soffiati, che è l’Italia, dove l’ignoranza avanza sulle tastiere e nelle piazze e si fa massa nera d’odio razzista e di sessismo, anche se alla guida di un partito in crescita come Fratelli d’Italia ha una donna come leader, il nuovo governo avrà un gran da fare e non può commettere errori per non sprecare l’occasione politica di far arretrare le forze divisive della Repubblica.
Fiocco blu elettrico al Quirinale e fiducia Rosso vivo votata alla Camera e al Senato. Se tutto fila liscio e tutti praticano leale collaborazione, chiarezza espositiva e garbo, mi sa che l’Italia, ancora una volta, ce la può fare a dimostrare che è un grande Paese istruito, accogliente, saggio di cui ha un disperato bisogno l’Europa, il mediterraneo, gli Stati Uniti e il resto del mondo che o va a velocità supersonica verso la ricchezza o verso la povertà, e per questo si fa la guerra in nome dei demoni che abitano il creato per farne cenere, così come ha fatto Jair Bolsonaro, con l’Amazzonia.
Materia blu elettrica e materia rosso vivo per il ministro per l’Istruzione Lorenzo Fioramonti, romano, che da viceministro, dell’ex ministro leghista Marco Bussetti, non toccò palla. Adesso potrà fare. Cosa? Prima spazzare via la vena del nord per una scuola differenziata come ha suggerito lo scrittore siciliano Pino Aprile, il dieci febbraio del 2019, lanciando la sua petizione per cacciare via dal ministero Bussetti, e poi quello che ha in testa: un miliardo per l’università da racimolare con micro tasse sui grandi volumi delle bibite gassate e zuccherate, delle merendine da gettone, sugli inquinanti voli aerei.
Un miliardo per l’università e dieci miliardi per la scuola obbligatoria, per garantire a tutti un’istruzione e una formazione autentica, consapevole, continua con gli strumenti digitali contemporanei e l’antica trasmissione del sapere orale.
Blu elettrico e rosso vivo per perseguire il fine costituzionale della Repubblica di offrire ai cittadini strumenti di conoscenza che possano indirizzare le generazioni verso il saper fare e farlo bene.
Lorenzo Fioramonti ha 42 anni, è un filosofo e noi abbiamo bisogno di chi sta tra il sapiente e l’ignorante. Di chi pensa, a ragion veduta, che abbiamo bisogno di invertire decisamente la rotta verso l’economia circolare, per riciclare e tentare di salvare il creato e il creatore con le conoscenze e le scienze.
Blu elettrico, rosso vivo e il governo Conte due è nel pieno dei suoi poteri per volontà del parlamento che ha messo la parola fine al governo Salvini, al quale si è rivolto il Conte uno e il Conte due per dire: italiani e italiane quello lì è pericoloso e ve lo spiego io che l’ho avuto vice premier per quattordici mesi.
Ed il film degli errori fatti che si è proiettato sotto gli ombrelloni degli italiani ha sciolto le riserve e il popolo grillino e quello democratico hanno cominciato a mettere da parte l’avversione per contrastare quell’erosione democratica che la Lega stava causando al Paese. Ed in men che non si dica, dalle spiagge al Parlamento ha mostrato una rappresentazione politica diversa da quella che andava per la maggiore e il Premier venuto dal nulla già era il primo premier in assoluto a succedere a se stesso cambiando radicalmente alleanza.
Il governo blu elettrico e rosso vivo è under 40 e non ci sono più i brontosauri di una volta.
Il governo Cinque Stelle/PD è il governo più giovane della storia della Repubblica.
Ciò che fino ad ieri sembrava inarrestabile, l’ascesa del Capitano oggi non lo è più. Oggi Salvini è un leader patetico che fa le dirette Fb e convoca la piazza leghista il 19 ottobre per dire che non darà tregua a questo governo che, a suo dire, non ha il favore degli elettori.
Va bene, va bene così. Anche se le sue leggi da ministro degli Interni vietano le manifestazioni, in democrazia ci sta che chi non è d’accordo protesta, ciò che non ci sta è pensare che l’unica ragione sostenibile sia la tua.
Il Conte due, in sede di replica al dibattito parlamentare sulla fiducia si è rivolto ai leghisti che lo apostrofavano come traditore e venduto, con queste parole: «Avete parlato di tradimento ma permettetemi di dire che conosco la vostra abilità comunicativa, ma ripetere all’infinito queste parole non potrà cambiare la realtà dei fatti: questa è una grande mistificazione. Il fatto di pensare che una singola forza politica, o addirittura il suo leader possa decidere ogni anno a suo piacimento, o addirittura a suo arbitrio di poter portare il Paese alle elezioni è irresponsabile».
Una squadra di 21 ministri e sei pagine di programma politico, questo è il governo Conte due. Sono sette le donne, un terzo sul totale: tra le donne il solo profilo tecnico presente nel governo, Luciana Lamorgese, prefetto, che va al Viminale. E’ un servitore dello Stato ed avrà il compito di portare la sicurezza fuori dalla propaganda del suo predecessore, che non potrà fare più sfoggio delle felpe della polizia né andar per comizi a spese del ministero.
Agli Esteri, Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento Cinque Stelle che spesso ha confuso la geografia politica. Gli auguriamo buon lavoro come si fa con i perdenti di successo.
Alla Giustizia è stato riconfermato Alfonso Bonafede. Ha dalla sua l’approvazione della legge “spazzacorrotti”, il pacchetto di norme che aumenta le pene contro la corruzione, per cui chi viene condannato non può più partecipare agli appalti pubblici.
La permanenza di Bonafede, in via Arenula, politicamente significa che per il Partito democratico dà continuità alle politiche giudiziarie del governo Conte uno. E ciò smentisce la narrazione che il governo gialloverde sia caduto sulla TAV. E’ caduto sul blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, sui dossier aperti: riforma del processo penale e civile, intercettazioni, conflitto d’interessi.
Ministro alla Difesa è Lorenzo Guerini, vice segretario renziano, non più renziano, a cui tutti riconoscono fiuto politico e che gli è valsa la caratura del pontiere e il soprannome di gatto per la sua abilità a cadere con le quattro zampe.
Non è un pontiere il nuovo ministro allo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ma il suo contributo è stato decisivo nella trattativa con il Pd. L’attenzione alle opere pubbliche è nel suo curriculm c’è grande attenzionedella sicurezza nei cantieri:
Al Ministro per l’Ambiente è stato confermato il generale dei carabinieri, Sergio Costa. Uomo stimato per il suo coraggio e le sue idee per combattere lo sfregio ambientale della nostra e delle altrui terre di fuoco. Agli Affari regionali, lì dove si deciderà sulla nazione differenziata, è stato chiamato il pugliese Francesco Boccia. Uno schiaffo in piena faccia al governatore del Veneto, Luca Zaia, e della Lombardia, Attilio Fontana. Accompagnato dal rovescio Giuseppe Provenzano, di Caltanisetta, al ministero per il sud, con il compito di elaborare una strategia di sviluppo per l’intero meridione che era sparito da decenni dalle agende dei governi per una mal posta prevalenza di una questione settentrionale.
L’innovazione tecnologica è stata affidata a Paola Pisano. Chi è? La donna più influente nel digitale, in Italia. Assessore all’innovazione al comune di Torino, nella giunta dell’Appendino, Alla quale si rivolgerà sia il Ministro per la Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, politico del Movimento Cinque Stelle. sia il Ministro per Lavoro, Nunzia Catalfo, anche lei dei Cinque Stelle, che dovrà risolvere una quantità impressionante di vertenze industriali ma anche digitalizzare la domanda/offerta di lavoro e quindi riformare profondamente i servizi pubblici e privati per l’impiego.
Al trio tutto femminile, possiamo aggiungere Elena Bonetti, che ha la delega alle Pari Opportunità, così da comporre un quartetto da confrontare con un quartetto tutto al maschile che si occuperà dei Rapporti con il Parlamento, con Vincenzo D’Incà; degli Affari Europei, con Enzo Amendola; della Cultura e del turismo, con Dario Franceschini; dello Sport, con Vincenzo Spadafora, della Salute, con Roberto Speranza. Unico rappresentante di Liberi e Uguali, formazione politica che esiste solo in parlamento e che ci trasporta nell’agenda politica del Pd, i cui sviluppi, con la Leopolda renziana alle porte, potrebbero portare ad una scissione e ad una ricomposizione dell’area del centrosinistra.
I protagonisti dicono che se ciò avverrà, il governo si rafforzerà. Vedremo. Intanto, i Cinque Stelle, resuscitati da Giuseppe Conte, saranno impegnati a scegliere leaderschip e alleanze alle regionali in Umbria, in Emilia, in Calabria.
Il Pd spinge su questo versante, su nomi civici di spessore, si potrà realizzare. E ciò che chiede il Movimento. Forse non dovunque. Ma in Umbria, dove si vota ad ottobre ed in Calabria, dove si vota a novembre, è possibile. E ciò significherebbe far morire sul nascere l’ambizione leghista di prendere a pugni il governo giallorosso con due vittorie che fino ad ieri sembravano cosa fatta.
E Napoli? La Campania? Come stanno dentro questo processo? Con due battute: il sindaco Luigi De Magistris, con la disperazione dei napoletani, è fuori scena e continuerà a fare il sindaco fino al 2021. Mentre il governatore, Vincenzo De Luca, continuerà a non tenere conto del suo partito, del Movimento e di chiunque proverà a mettersi di traverso nella sua corsa civica alla riconferma.