

di Peppe Papa
Virgolettati precisi e nessuna smentita, anzi. Matteo Renzi sembra questa volta fare sul serio. La decisione di dare vita a una nuova formazione politica, a dire dei bene informati, è presa, e nei prossimi giorni dovrebbe concretizzarsi nella costituzione di gruppi parlamentari autonomi dal Pd.
Intanto è partita la campagna mediatica che ha imposto all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica il più che probabile e imminente showdown renziano. La notizia, ovviamente, anche se non inaspettata, ha mandato nel panico i vertici dem che immediatamente si sono affrettati a scongiurare l’ex premier di ripensarci.
Prima gli appelli all’unità del segretarrio, Nicola Zingarettti e del ministro della Cultura, Dario Franceschini, poi le rassicurazioni di Enrico Letta “non sono minimamente preoccupato, è una cosa non credibile, non c’è alcuno spazio per una separazione a freddo o consensuale”. Anche parecchi renziani, in particolare quelli baciati dal ‘rospo’ che hanno trovato posto nell’establishment, non sono convinti ad abbandonare la baracca proprio sul più bello per loro. Verini: “Sarebbe una grave perdita“. Nardella: “Divisi siamo più deboli“. Malpezzi: “C’è un governo che deve lavorare“. Morani: “Io resto nel partito“
Matteo non se ne cura, ha le idee chiare, le sue parole sull’argomento sono filtrate solo da un retroscena giornalistico, nessuna dichiarazione ufficiale; serve a far crescere l’attesa e a rendere ancora più deflagrante la mossa finale.
L’annuncio probabilmente arriverà alla Leopolda il 18 ottobre prossimo, la nascita di un partito “totalmente innovativo, qualcosa che non si è mai viso in Italia”.
Il suo popolo freme, cresce l’entusiasmo, anche se non è chiaro quanto può valere in termini elettorali la nuova formazione politica, quel che è sicuro è l’enorme ‘golden share‘ che può vantare sul governo appena insediatosi che giura di volere sostenere fino alla fine. Nessuno ci crede, naturalmente.
L’iniziativa dell’ex premier, ancora una volta, ha sparigliato le carte rimettendo il quadro politico in fibrillazione. Così, dopo aver sollecitato con successo l’impossibile abbraccio tra Pd e M5S, ha rilanciato imprimendo una brusca accelerata al progetto di intestarsi uno spazio franco nella maggioranza e la vasta area liberal-riformista senza rappresentanza nel Paese.
Un’operazione, comunque la si voglia pensare, che dimostra quanto Renzi sia una spanna sopra gli altri dal punto di vista della visione e della strategia politica.
Lasciare il Partito democratico ha il merito di fare chiarezza, finalmente potranno ritornare quelli della Ditta e non sarà più lui l’oggetto del fuoco amico. Anche su questo si è distinto e invece di colpi di artiglieria ha sparato il bazooka. Il Pd potrà portare a termine, senza altri impedimenti, l’assimilazione al “populismo di sinistra” dei Cinquestelle e riconquistare il suo popolo perduto, dando infine battaglia ad armi pari ai sovranisti di destra per contendersi il potere.
Sa di vecchio, gli addii scontati, da parte di chi si sente un predestinato, il leader politico capace di modernizzre l’Italia. La prima volta gli è andata male, troppa sicumera da esuberanza giovanile, adesso è un’altra cosa, si sente più maturo e in grado di lanciare la sfida sperando di venirne a capo. Dalla sua ha l’età, non ha fretta, anche se scalpita.