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Il racconto del pentimento e l’inerzia delle istituzioni nel libro di Paolo Coltro

Il giornalista in oltre un anno di colloqui ha raccolto e verificat la testimonianza e la rabbia dell’anziano collaboratore di giustizia.

Tra il giugno del 1992 e l’aprile dell’anno successivo Nunzio Perrella, esponente di spicco dell’omonimo clan camorristico attivo nella periferia occidentale di Napoli, svelava tutto ciò che c’era da sapere sul traffico di rifiuti in Italia. In decine di ore di registrazioni e in più di cento pagine di verbali, all’esterrefatto Franco Roberti, all’epoca dei fatti sostituto procuratore dell’Antimafia del capoluogo partenopeo, spiegava come e perché la monnezza si era trasformata in oro. Non solo nelle sue mani, ma in quelle di centinaia di altri insospettabili. A conferma del suo incredibile racconto forniva un lungo elenco di nomi, circostanze, località e metodi di smaltimento (legali e illeciti) di milioni di tonnellate di scarti industriali altamente pericolosi. Magistratura e forze dell’ordine avevano a disposizione un quadro ben preciso del patto scellerato che era stato posto in essere da industriali senza scrupoli, imprenditori al di sopra di ogni sospetto e camorristi, con la silente complicità di politici e amministratori locali inseriti nel libro paga dei clan della camorra.
Prende il via da quella che, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere la più prevedibile delle conclusioni per il più fetido e paradossale scandalo italiano, il racconto di Nunzio Perrella, che con il giornalista Paolo Coltro, ha firmato “Oltre Gomorra. I rifiuti d’Italia” (pp. 256, Euro 15), l’ultima inchiesta shock pubblicata dalla casa editrice Cento Autori. La stessa, tanto per intenderci, che sei anni fa diede alle stampe “il Casalese”, la biografia non autorizzata dell’ex sottosegretario all’Economia e proconsole di Berlusconi in Campania, Nicola Cosentino. Un racconto lucido e documentato, dettato più dalla rabbia e dalla voglia di far conoscere al grande pubblico ciò che è realmente accaduto in Italia negli ultimi trent’anni, che non da un malsano bisogno di protagonismo, di cui la storia della camorra purtroppo abbonda.
«La testimonianza di Perrella è di una sconcertante attualità, perché nonostante le sue rivelazioni e i riscontri che già all’epoca dei fatti si potevano facilmente ottenere, in Italia non è cambiato praticamente niente», spiega Paolo Coltro, che nel corso di un anno di colloqui ha raccolto e anche verificato la testimonianza dell’ex padrino. «Ha ragione Perrella ad essere arrabbiato. Ai magistrati ha raccontato tutto ciò che aveva avuto modo di conoscere e vedere dall’interno di un’organizzazione complessa e articolata. Questo però l’ha automaticamente estromesso dall’impresa – chiamiamola così – che lui, in prima persona, aveva contribuito a far nascere e crescere. Tutto ciò in cambio di promesse – come quella di una nuova identità – che lo Stato non ha mai mantenuto», aggiunge il giornalista. Ma non è solo questo. «Perrella ha deciso di mettere nero su bianco la sua storia perché a pagare è stato soltanto lui. Come se, responsabile di qualcosa che esisteva prima di lui ed è andata avanti anche senza di lui, fosse solo Perrella. Difatti – aggiunge Coltro – ho cercato di guardare anche più in là del racconto dell’ex padrino. Cercando di capire come è stato possibile che, nonostante le dichiarazioni di Perrella, sia mancata una contrapposizione efficace da parte delle istituzioni. La battaglia è stata persa a causa di una legislazione carente orfana di norme in grado di scoraggiare chi avvelenava l’ambiente. Si tenga conto – giusto per fare un esempio illuminante – che fino al marzo 2001 (otto anni dopo il pentimento di Perrella) il commercio di rifiuti era punito con una sanzione di carattere amministrativo che andava da 20.000 a 2 milioni delle vecchie lire, se sorpresi a trasportare rifiuti speciali. Immaginarsi quale grande preoccupazione poteva rappresentare per un’organizzazione che per ogni trasporto guadagnava decine di milioni di lire».

Piros

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