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Il peggior nemico di Matteo i suoi ‘talebani’: riformismo out, elezioni a rischio

di Peppe Papa

Matteo contro tutti, o meglio, tutti contro Matteo. Così come un anno fa al referendum costituzionale, si è venuto a creare lo stesso scenario che portò Renzi alla sconfitta irredimibile che lo avrebbe dovuto consegnare a un passato ricco di buone intenzioni seguito dal suo “sparire” dalla vita politica nazionale. Non è andata così, naturalmente. E’ rimasto in campo. “Perché convinto dalla sua squadra” ha confessato Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e ‘intimo’ dell’ex presidente del consiglio, intervistato l’altra sera a La7 da Marco Bianchi per la trasmissione “Propagandalive”. Sicuri che non sia stato un errore? Se proprio non se ne poteva fare a meno, sarebbe stato meglio andare subito alle elezioni? Il 40% degli italiani che comunque lo avevano investito della loro fiducia, è certo che avrebbero mantenuto un atteggiamento propositivo nei suoi confronti, premiandolo probabilmente per l’atto di coraggio e lo spirito da condottiero. Nel caso, partita aperta e giocata d’anticipo sugli scissionisti chiamati a chiarire subito la loro posizione: dentro, o fuori, basta veti e minacce. Ma tant’è. Non è andata così. E guai a ricordarlo. C’è sempre qualche fondamentalista renziano, ahinoi un gruppo numeroso di cui purtroppo il segretario continua a circondarsi, che sfodera gli “ombrellini dei talebani (soprattutto signore scatenate)” li ha chiamati così Giuseppe Turani nel suo editoriale su U&B (Uomini & Business)  il quale, ogni volta si muove una critica al ‘capo’ è un’eresia e  “pensano che qualunque cosa abbia fatto Renzi, dalle scuole elementari in poi, è una genialità. Anzi, pensano che lui sia proprio un genio e che quindi non convenga nemmeno perdere troppo tempo a pensare: ‘Abbiamo Matteo, cosa altro ci serve?’. Non sia mai, ad esempio, che si faccia osservare che la legge di stabilità non è la panacea e che rappresenta il massimo delle possibilità che l’uomo dei conti di Palazzo Chigi, Padoan, sia in grado di fare perché non ci sono soldi. E che i mille giorni di Matteo al governo hanno prodotto, oltre a tante cose positive per l’economia del Paese, 200 miliardi di nuovi debiti. Che non sono bruscolini. Come, tanto per dire, non è ‘igienico’mettersi a rincorrere grilli e affini sul populismo di maniera, invece di proporsi come antidoto a quattro decenni di consociativismo che hanno ridotto la politica ad una specie di mercato delle vacche. Insomma dire no, viva dio, a un ennesimo partito anti-sistema di cui, nell’iconografia mainstream di questi tempi, francamente non se ne sente l’esigenza a prescindere se alle elezioni può materializzarsi il rischio  di rimediare una batosta. E’ questione di serietà, affidabilità. Poi ognuno giochi pure le sue carte. Quello che la gente vuole sapere – ed è l’asso nella manica, crediamo, del leader democratico – è che cosa succede il giorno dopo le elezioni e cosa ne sarà dei suoi  debiti e risparmi, del lavoro, tasse, consumi e del proprio destino in Europa e nel mondo. Le vicende di Banca Etruria, del Ministro Boschi e del padre, i “successi dei mille giorni renziani” non se ne frega nessuno, tranne la propaganda contro. I riformisti nel Partito democratico che pur ci sono (anche se la voce è flebile) provino a far presente alla ‘guida suprema’ che  lui non ha sempre ragione, sperando che si decida a dedicargli  ascolto.

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