

A Napoli si vive di contentini, alcuni dei quali e non ultimo il riconoscimento delle Nazioni Unite a decretare la ‘Pizza Napoletana’ come patrimonio inalienabile dell’umanità. Questo simbolico, quanto prestigioso riconoscimento dell’Unesco non ha fatto altro, tardivamente, di accorgersi della grande filosofia dell’arte di arrangiarsi del popolo napoletano, sintetizzata in una pietanza ormai sdoganata in tutto il mondo, sua maestà la Pizza Margherita e tutte le altre derivate. Certo, non ci voleva l’Unesco dopo 129 anni a riconoscere tutto ciò, perchè fu esattamente in un giugno del 1989, che il cuoco napoletano Raffaele Esposito, preparò per la prima volta la “Pizza Margherita”, per onorare la Regina d’Italia Margherita di Savoia, ma la pizza napoletana già esisteva ed era la classica Marinara pietanza povera, ideata con genialità per nutrire in modo completo anche chi non si poteva permettere lauti e nutrienti pranzi, ma con l’invenzione della Pizza si forniva comunque tutto il nutrimento nece
ssario con semplici ingredienti: farina impastata con acqua, olio, pomodoro e gli aromi di aglio e origano e confezionare un pasto unico, completo e anche esteticamente accattivante, dal fascino e dal gusto intramontabile malgrado la cucina mondiale avesse fatto negli anni a seguire passi da gigante. Ora che dopo tanti anni debba essere l’Unesco a suggellare l’inestimabile valore di una filosofia, fa un po sorridere, e ancora una volta al patrimonio culturale dei napoletani viene elargito un contentino che non è altro che marketing globalizzato e magari a farci fruttuosi affari non saranno i bravissimi pizzaioli artigiani della Pizza Napoletana, ma catene della ristorazione mondiale in franchising, la qual cosa è un dettaglio affatto trascurabile. A Napoli è sempre così, abbiamo avuto la prima Ferrovia in Italia, il primo ponte in ferro ancor prima di quello di Brooklyn il primo più grande Teatro europeo con il San Carlo, un sacco di altri primati ai tempi dei Borbone, come il telegrafo, ma poi son sempre stati gli altri a sfruttarne il nostro pionerismo e ai napoletani però non resta mai nulla di tutto ciò. Ancora oggi per certi versi è così, abbiamo il centro antico e storico più grande d’Europa, ma difficilmente i napoletani riescono a sfruttarne la ricchezza ai fini economici e turistici a meno che non si svenda a prezzo di saldi la possibilità di visitarli ed ecco perchè oggi a Napoli sversano in città fiumi di turisti che da queste parti arrivano copiosi solo grazie ai prezzi di outlet che l’attuale amministrazione comunale in qualche modo ‘impone’ per favorire il turismo nei siti storici. Operazione in parte anche riuscita visti i numeri, ma al di là del flusso enorme e del fascino che continua ad emanare Napoli, pochi sono i vantaggi in termini di ricchezza sia per il Comune in perenne dissesto, che per i commercianti, e figuriamoci per gli abitanti, che al di là di qualche pizza e qualche cuoppo di fritturine vendute a buon mercato e qualche proprietario di immobile nel centro storico a farci affari con la formula Bed and Breakfast, non si va oltre. Ben diverso in città come Roma, Firenze e Venezia in Italia, i cui costi per soggiornarvi, mangiare e visitare sono di ben altra proporzione, per non dire di città come Parigi, Londra e altre capitali mitteleuropee dove sarebbero capaci di vendere anche l’aria malsana che si respira a costi altissimi. Ma noi napoletani siamo così, gente povera però carnale e generosa, a cui bastano pochi riconoscimenti, qualche complimento e si vive tutti felici e contenti, tranne quella parte della città che ha sempre operato nel malaffare e che spesso è stata anche più ‘efficace’ delle istituzioni a sfruttare al meglio il marchio Napoli. Per il resto basta dire ad un napoletano che la città è la più bella di tutte, la pizza e la mozzarella sono buone, il caffè sublime e il napoletano medio vi considererà un parente stretto. Il nostro non vuole essere il solito discorso qualunquistico, ma purtroppo oltre a gomorre varie, che continuano a viversi nella cosidetta ‘città più bella del mondo’, anche questa è una cruda verità, una delle tante che descrivono una città controversa, bella e impossibile, il ‘paradiso abitato da diavoli’ come diceva Benedetto Croce, dei suoi diversi abitanti e chi la governa, e non ci resta che fare dell’amara ironia quando arrivano questi contentini sotto forma di pomposi riconoscimenti delle Nazioni Unite, per le quali già ci si sta attivando per la raccolta delle firme e rendere anche il caffè, il mand
olino, magari persino il calciatore Hamsik patrimonio dell’Unesco e stiamo a posto. Ma a proposito del calcio anche il club azzurro del Napoli anzichè essere patrimonio dei napoletani, come quello del Barcellona è patrimonio dei catalani, diventa patrimonio degli altri. Ieri patrimonio dilapidato da Ferlaino, oggi il club azzurro è patrimonio di un certo De Laurentiis, che oltre a fatturare a fine esercizio 300 milioni, senza per questo aver dato un solo posto di lavoro ai napoletani, scroccando lo stadio, altro patrimonio cittadino con la complicità del Comune, e ad altri fuori città il centro sportivo, ma lo scaltro presidente ha poi lavorato benissimo mediaticamente con una certta stampa servile affinchè il suo ‘virtuoso’ club e la sua splendida squadra diventasse quella con il gioco più bello in Europa, con il tecnico più grande, con il pubblico più caldo del mondo, salvo accorgersi che qualche giornale del nord alla prima nostra delusione sportiva ci prende in giro titolando ‘Salutaci a Soreta’ e ieri dopo un altro passo falso dei ragazzi di Sarri, fargli rititolare ‘Risalutaci a Soreta’, perchè è così, Napoli è patrimonio di tutti tranne che dei napoletani, che sono stati i primi a inventare anche la ‘Cazzimma’ e poi sono gli altri a interpretarla meglio, ricavandoci i vantaggi anche in termini di sfottò. Dio benedica Napoli, punto di riferimento di chiunque, dalle Nazioni Unite a Vittorio Feltri, giornalista della provincia lombarda, direttore per l’ennesima volta del quotidiano Libero, invidioso di qualsiasi cosa sappia di napoletano. Sua sorella non ce la saluti, se fosse avvenente quanto lui, ne faremmo volentieri a meno.
Pippo Trio