

Nessuna trattativa, di tutte quelle che si sono susseguite incessanti in questi mesi è riuscita a far recedere il segretario dalla determinazione di far pesare la sua autorità di leader e dare così l’ultima spallata ad un partito ibrido, sospeso tra i vecchi paradigmi della politica e la modernità.
di Peppe Papa
La fiera degli scontenti e dei Tafazzi, tanto per non perdere l’abitudine, quella che è andata in scena al termine dell’estenuante maratona della direzione Pd per definire liste e candidature in vista delle prossime elezioni politiche del 4 marzo. La minoranza è andata via sbattendo la porta non partecipando alla votazione finale i cui esiti erano già scritti, accusando Matteo Renzi di avere giocato sporco, decidendo tutto da solo con i suoi fedelissimi, tenendoli all’oscuro delle decisioni già prese. Insomma, nessuna trattativa, di tutte quelle che si sono susseguite incessanti in questi mesi, tra un caffè al bar, cene riservate, sms a profusione, è riuscita a far recedere il segretario dalla determinazione di far pesare la sua autorità di leader e dare così l’ultima spallata ad un partito ibrido, sospeso tra i vecchi paradigmi della politica e la modernità. In pratica, completare la rottamazione avviata e poi colpevolmente trascurata negli anni della permanenza a Palazzo Chigi. Che passa necessariamente anche dalla composizione dei prossimi gruppi parlamentari, a prescindere da come andrà a finire alle urne. Pertanto con il sostegno di quasi il 70% del partito ha pensato bene che la stessa quantità di posti da assegnare fosse da considerarsi in dote alla propria disponibilità. D’altronde Bersani nel 2013 non fu molto più generoso nei suoi confronti concedendogli appena il 10%, che lui incassò senza fiatare. Orlando invece ha protestato a proposito di “troppo rinnovamento e troppe poche riconferme”, Cuperlo ha fatto sapere di rinunciare al collegio assegnatogli (sicuro) di Sassuolo criticando la scelta del segretario di paracadutarlo in Emilia e non farlo correre a Roma. Entrambi, tuttavia, hanno affermato che non faranno mancare il loro contributo alla causa profondendo tutte le forze nella campagna elettorale ormai già entrata nel vivo. Renzi è apparso sinceramente provato, ha ammesso che “è stato un lavoro complicato” pur avendo messo nel conto che sulle liste si sarebbe scatenata la bagarre. “E’ stata una delle esperienze peggiori, una delle esperienze più devastanti dal punto di vista personale. Abbiamo ricevuto dei no, alcuni mi hanno fatto male: persone con cui abbiamo fatto anche un pezzo di strada insieme”, ha spiegato al termine della riunione. Comunque sia, dei circa 200 posti considerati blindati, una percentuale di ben oltre l’80 per cento andrà alla maggioranza. In prima linea quasi tutto il governo e qualche nuovo compagno di squadra tipo Casini. L’ex premier sarà candidato nel collegio uninominale di Firenze al Senato e in due listini plurinominali in Campania e Umbria. Gentiloni correrà a Roma 1 per la Camera e in due listini nelle Marche e in Sicilia. Confermata Maria Elena Boschi all’uninominale di Bolzano alla Camera, mentre Beatrice Lorenzin si cimenterà sempre alla Camera nel collegio di Modena. Si diceva in precedenza di Pier Ferdinando Casini, bene a lui è stata affidata la sfida non ‘impossibile’ di Bologna nel collegio uninominale per il Senato. Valeria Fedeli al Senato nel collegio di Pisa. Dario Franceschini alla Camera a Ferrara, Graziano Delrio a Reggio Emilia. A Roma 2 Marianna Madia, Pier Carlo Padoan a Siena e Marco Minniti a Pesaro. Saranno molte le facce nuove e qualche prestigioso ritorno come quello di Emma Bonino a Roma per il Senato così come riconfermati dell’area della minoranza Cesare Damiano e Barbara Pollastrini che, in precedenza, erano stati esclusi, segno che qualche colpo l’opposizione pure lo ha assestato. Adesso, però comincia il difficile per il Partito democratico, costretto a rincorrere volendo dar retta ai sondaggi, per recuperare uno svantaggio nei confronti degli avversari che si fa sempre più ampio. Toccherà mettere da parte le divisioni e remare tutti nella stessa direzione, per le rivincite c’è tempo. Dovrebbe essere questo l’atteggiamento per puntare alla vittoria ricordando che ci sono un 40% di cittadini italiani indecisi o propensi all’astensione che andrebbero convinti e che sicuramente farebbero la differenza.