

“DIARIO DI UN REAZIONARIO”
20 marzo
Ogni nostro movimento è inscritto in una cornice temporale, ma nessuno di essi è – anche quando siamo convinti di riprodurlo fedelmente – uguale all’altro. La mente registra come abitudine la somma dei gesti che compongono un’azione e la colloca in uno schema predefinito e anestetizzante. Da questo serbatoio in cui sono conservati i modelli della nostra memoria motoria, attingiamo di volta in volta quanto ci occorre per dare un senso di continuità al susseguirsi, sempre diverso, dei nostri giorni. Osservando con attenzione gli spostamenti di Susetta, mi sono reso conto che la mia teoria non è campata in aria, non discende da un’ossessione generata dalla paranoia. Il punto è che ho dato per scontato per troppo tempo, sedotto da una pervadente presenza femminile, che la mia vita fosse governata da un andamento regolare, refrattario a qualsiasi perturbazione. E invece, con un tardivo rammarico, ho dovuto constatare che la fiducia nell’immutabilità di quanto ci è divenuto familiarenon può essere oggetto di fede.Dalla panchina che ho scelto come postazione strategica, cercando di simulare una postura rilassata mentre sono preda di un tormento indefinito, studio le amiche con le quali Susetta si intrattiene al bar, mentre degustacornettino e caffettuccio. “Di che staranno parlando? – mi chiedo impegnandomi nella lettura labiale di cui, tra l’altro,ignoro i fondamenti. Fallito l’approccio interpretativo, mi dedico all’analisidella compagnia: la donna con cui sta parlando adesso Susetta è la moglie di Nicola, le altre due sono rispettivamente le consorti di Pasquale e Gaetano. Il cerchio si chiude: quella dei criminali è sempre una famiglia allargata.
23 marzo
“’O tiene sempe ‘o fierro?” – si accerta il Barone. “E certo don Michè – gli rispondo – mica lo buttavo. Solo che non lo tengo qui in casa, l’ho lasciato nel posto dove vado ad esercitarmi”. “Bravo, bravo – si complimenta il boss – lo avevo capito che eri un tipo scetato”. Resto sempre sconcertato quando gli altri presumono di conoscermi meglio di quanto io sappia di me stesso. “Devi fare un servizio veloce e pulito – continua – è uno del quartiere che ha fatto una cazzata e non si è reso conto che le cose prima o poi si vengono a sapere. E poi non teniamo tempo per i guagliuncielli che si vogliono divertire. Dico bene Mario?”. La stoccatina dovevo aspettarmela, ma non reagisco e annuisco. “Lo devo uccidere? – gli chiedo, sforzandomi di non lasciar trasparire dal tono di voce la mia inquietudine. “Ma no, no…Non esageriamo. L’’e fa’ assetta’. Deve zoppicare per un po’ di tempo, così si ricorda di quando poteva camminare diritto”. “Ma chi è, lo conosco?”, incalzo, pentendomi subito della domanda. “Non credo. Ma perché, ci vuoi fare amicizia?” – “Era giusto per sapere…”, mi schermisco. “Vabbè, allora siamo d’accordo – taglia corto il Barone – fra qualche giorno ti comunico l’obiettivo, le sue abitudini e quando devi agire senza fare troppo casino. Poi, più in là ti faccio sapere se dobbiamo castigare anche il suo amico e complice”. Sto per aprire bocca, per capire i dettagli di questo nuovo scenario, ma il mio committente abbassa la testa inclinandola a sinistra e alza la mano destra. La mimica non lascia spazio a repliche: m’aggia sta zitto.
24 marzo
Ho recuperato la pistola al poligono e, adesso che sono solo tra le mura domestiche, ne approfitto per fare le prove indispensabili a garantire il successo della mia futura performance. Mi piazzo davanti allo specchio dell’armadio in camera da letto e reinterpreto liberamente una delle scene – a mio parere indimenticabili – di “Taxi driver”. Non ripeto le stronzate di De Niro che potevano fare effetto su un pubblico di esaltati. Mi limito a inguainare la beretta dietro la schiena e poi la estraggo fissando il mioriflessocon cattiveria. Riposiziono l’arma, stavolta nella cintola sul davanti- come si dice in gergo “a panzarotto” – puntando pericolosamente la canna sulle parti intime. Ce la posso fare, mi dico, e ripeto fino allo stremo gli stessi gesti. Mirare e sparare.
28 marzo
Non lo so, forse vuole mettermi alla prova. Sta cercando di capire se sono la persona giusta. Io aspetto, tormentandomi nell’attesa. Già sono morto innumerevoli volte, colpito senza tregua dal mio doppio. Come uno zombie rimango in piedi senza mai cadere, nonostante le ferite immaginarie che mi autoinfliggo. Una pantomima che mi sta snervando, ma che nel contempo mi costringe a chiedermi che cosa sto diventando: un fanatico represso in cerca di una celebrità circoscritta a una cricca di massoni di serie b? O, come temo, fa capolino il cattivello che è in me?
2 aprile
La segnalazione è arrivata ieri nel pomeriggio. E già dalla prima serata ho cominciato ad osservarlo, a studiarne i goffi e sgraziati movimenti da primate, leader di un gruppo di sottosviluppati. Mi è stato detto che non diserta mai l’appuntamento al pub: canne e birra fino alla chiusura del locale. Durante la giornata – si sveglia tardi, rincoglionito dai postumi dei bagordi – s’inventa qualche miserabile rapina, uno scippo improvvisato o un passaggio di mano che gli consenta di mantenere lo stesso ridicolo tenore di vita. Ha il braccio sinistro ingessato e il temporaneo handicap lo costringe ad un’andatura che rafforza il giudizio che m’ero fatto di lui: è l’anello mancante nella scala evolutiva. All’anagrafe Giuseppe Uccello, lo hanno soprannominato ‘o cardillo per evitare forseuna inutile e stressante incursione nella ridondante tassonomia ornitologica o perché – così gira voce – gli piace cimentarsi nell’imitazione di alcuni cantanti neomelodici sulla cui identità ho preferito sorvolare. Gira quasi sempre in compagnia di Lelluccio ‘o bassotto che, per recuperare i centimetri che la Natura gli ha negato, monta su uno scooter come se fosse una protesi naturale. Il pezzotto non è un problema, è solo il complice idiota. La “mente” è, paradossalmente, il soggetto che ne è deficitario. Il Barone mi ha indicato, come bersaglio prioritario, la scimmia che – salta, salta – prima o poi abbatterò.
5 aprile sera
Cammina, barcollante, tenendosi a malapena in piedi. Lo seguo da quando Lelluccio lo ha lasciato all’imbocco del vicolo senza uscita in cui abita. Non si accorge della mia presenza alle sue spalle ed io ho tutto il tempo di estrarre la pistola per puntarla nell’incavo del ginocchio sinistro. Sparo a distanza ravvicinata ed assisto a una microesplosione. O Cardillo annaspa in cerca di un appoggio che lo ripari dalla rovinosa cadutama non riesce a proteggere la faccia – impedito com’è dall’intelaiatura in cui è ingabbiato il suo inutile braccio. Non mi vede, crolla e impatta con lo zigomo sulla dura pavimentazione di basoli. Non ha idea di quello che gli è capitato ed io, tornando indietro, mi allontano indisturbato.