

Roberto Ziba Martucci
Le parole hanno il loro peso, lo sa bene chi scrive. Le parole possono ferire e fare del male o farti diventare un eroe. Messe bene e ad arte possono far divertire o suonare magicamente sulle note di una canzone. In rima fanno innamorare, piangere o anche riflettere. In questo preciso istante ho deciso di scriverle non a cazzo perché così mi va e siccome sono un uomo libero, preferisco, direttore permettendo, di prendermi tutte le libertà che voglio. Oggi la parola più adoperata è il verbo “condividere” la proponiamo ovunque e dappertutto cerchiamo di farla valere come tale. Religione e pilastro di Facebook, condividere è il verbo più usato per diffondere notizie e qualsiasi altra cosa. Questo spezzare il pane del conoscere e del sapere e dell’informare e dividerlo ai suoi discepoli spesso inorridisce quando si cerca di usare il mezzo tecnologico per fini poco legali o per pura perversione.
Ma la rete si sa è anche questo e la parte oscura d’internet è terrificante. Nonostante questa mania diabolica di dividere il tutto si cede nella realtà poco o nulla con chi è indigente, niente con chi cerca un lavoro o prova a essere felice. Fondamentalmente è quindi una condivisione solo virtuale, basata su un fattore spesso estetico e vanesio che mostra al prossimo qualsiasi parte della nostra vita. Spesso diventa una gara a chi si diverte di più e tende viceversa a chiudersi verso le cose reali importanti o solidali. Per esempio, non si condivide nulla con lo straniero che cerca aiuto, si divide poco anche con chi ha bisogno di sostegni economici e oggi anche di cure sanitarie. Tuttavia nella esaltazione della rete volano parole dolci, mondi paradisiaci e vite da invidiare, ma anche crudeltà senza freno e opinioni distribuite come carte da gioco a un tavolo dove spesso si bara senza vergogna.
La condivisione è moda e come tale ha le sue regole, per questo non si condivide quello che si vuole, ma si propone spesso una spartizione di tendenza che impone i propri concetti e le leggi diventando quindi poco libere ed esponendo tutto il loro lato antidemocratico. Questo baratto di opinioni, quindi, perde il suo senso reale non è una libertà, ma è una gabbia senza via d’uscita. Chiusi nelle nostre condivisioni alla amatriciana soffochiamo i nostri veri bisogni mettendo in scena sulla rete la giostra dell’ovvio che giorno dopo giorno abbatte la comunicazione vera. Siamo incapaci di esprimere il malcontento o i veri bisogni e cadiamo nelle chiusure di un mezzo di comunicazione che ci vuole muti ma, espressivi ed esalta il finto perbenismo in una piazza virtuale che si perde e si dimentica nel giro di pochi secondi.
Soli e coi nostri segreti non sappiamo più esprimere l’insofferente e tratteniamo dentro tutto, perché i veri canali d’ascolto sono spesso “intasati” dalle inutilità. Non è stato possibile condividere nulla, se non il dramma, per Giada la 26enne che l’altro giorno si è lasciata cadere dal tetto della facoltà di Scienze Naturali dell’Università Federico II di Monte Sant’Angelo. Dopo aver annunciato a parenti e amici che in quelle interminabili ventiquattrore avrebbe conseguito la laurea, aveva omesso la verità perché non era riuscita a sostenere il numero di esami necessari. Un gesto estremo fatto forse per paura di non essere capita o per timore di mostrare la parte più debole vista spesso come il difetto peggiore in una società pronta a mangiarti vivo al minimo segno di fragilità. Bisognerebbe spesso accettare l’onore della sconfitta, ma non credo che Giada, come tanti altri, abbia realmente fatto tale gesto per questo motivo e tanto meno ha creduto di deludere le attese di amici e parenti. Sono convinto che spesso l’esasperazione arrivi in un momento della vita particolare e ci chiede sempre una scelta. Pretendere aiuto in questo preciso momento forse avrebbe potuto essere la soluzione per la ventiseienne, condividere i suoi sentimenti e le vere paure, ma forse non l’avrebbe salvata lo stesso.