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Rottamazione parte II: documento dei renziani per chiarire chi comanda alla vigilia della direzione. I big della minoranza sotto shock!

di Peppe Papa

La “conta interna” non serve, no a qualsiasi fiducia “a un governo guidato da Salvini o Di Maio”, sì a un confronto politico con chiunque a patto che si cambi il sistema elettorale in senso maggioritario e a doppio turno con conseguente eliminazione del bicameralismo paritario. E’ questo, messo nero su bianco, il documento approntato dai renziani del Pd alla vigilia della direzione del partito di domani, dove l’ordine del giorno relativo alla discussione se accettare o meno la proposta del M5S a dialogare per provare a formare un governo è sparito dall’agenda per far posto a quello indicato dalla maggioranza guidata dall’ex segretario. Le firme raccolte tra i parlamentari e i membri della direzione (77 deputati su 105 e 39 senatori su 52) non lasciano dubbi sull’aut aut lanciato ai capi corrente di minoranza chiamati a prendere atto della leadership incontrastata del “giovine di Rignano” e comportarsi di conseguenza. Chi non è d’accordo, insomma, è elegantemente invitato a togliersi dai piedi, o in caso contrario, adeguarsi evitando di continuare a esercitare platealmente il ruolo di spina nel fianco del leader che produce “danni per tutti”.

Rottamazione parte II

Un bivio per Franceschini, Orlando, Emiliano, Boccia e compagnia costretti a prendere atto della loro ininfluenza e chiamati ad una scelta difficile che potrebbe condizionare definitivamente il proprio personale futuro politico. Resto, o vado via? Per andare dove? Bel dilemma. Sta di fatto che, frustrati,  hanno reagito all’iniziativa renziana in maniera isterica, tipica di chi non sa che pesci prendere. Ha cominciato il deputato dem Roberto Giachetti che, alla talk  di La7 Agorà,  ha detto che “il partito democratico non è monolitico” e non è detto “che Renzi abbia la maggioranza in direzione”. Ipotesi confermata dai sostenitori di Martina in quali hanno ribadito: “i numeri sono altri”. Orlando, invece su Facebook, ha commentato caustico: “La conta promossa dai capigruppo per non fare la conta ancora non si era mai vista”. Infine il ministro della Cultura, Franceschini il quale ha preso atto su Twitter che “quando in una comunità politica, alla vigilia di una discussione seria che riguarda il partito e il Paese si arriva a questo, vuol dire che c’è qualcosa che non va”. Appunto. Ed è chiaro di cosa si tratta, anche se gli oppositori dell’ex premier fanno finta di non capire e che i firmatari del documento hanno esplicitamente chiarito con fermezza vagheggiando un’unità di intenti che al momento appare ‘drammatica’ per chi è costretto a subirne le conseguenze. “Proveniamo da storie e percorsi diversi – hanno scritto – e non sappiamo se il prossimo congresso ci vedrà sulle stesse posizioni o se, del tutto legittimamente, sosterremo candidati diversi. Pensiamo, però che i punti chiave da noi proposti all’attenzione, ci uniscono in modo forte”. Un estremo tentativo di tenere tutti dentro, ma a condizioni diverse, cioè la minoranza faccia la minoranza, ma senza “alchimie” adeguandosi al mainstream e avere una voce sola come partito nell’attuale mercato politico, altrimenti faccia altre scelte. Subito però, perché non c’è più tempo da perdere.

 

 

 

 

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