

9 aprile
Il germe di un pensiero indeterminato e inquietante comincia ad insediarsi come un parassita nella tua testa e ti fa immaginare che sia il prodotto naturale di confuse percezioni. Poi ti accorgi che il tuo ego – prima informe –si adatta alla nuova vita che hai scelto, come un vestito confezionato su misura.Ed è allora che si smarrisce il senso della realtà, la semplicità di ogni rapporto interpersonale: gli altri diventano strumenti della tua maniacale ascesa verso il potere. Però non posso farci niente. E’ così che mi sento adesso, straripante di energia, pronto a dominare su questa misera umanità che mi ritrovo ogni giorno tra i piedi. Per il momento mi sto godendo il trionfo che mai nessuno mi riconoscerà. Procedo rigido e marziale come un centurione facendomi spazio tra la folla dei miei sottoposti sparsi tra le bancarelle del mercato. Mi guardano sottecchi con lo stupore e la gioia di chi ha il privilegio di incrociare la divinità, pur non avendo il coraggio di sostenerne lo sguardo. La mia esibizione è finita, ora posso tornare a casa.
11 aprile
Avrei potuto tagliarla per ricavarne un profitto maggiore imbustandola in pezzi da venti, ma l’andirivieni dei tossici da weekend mi avrebbe innervosito, oltre che espormi a delazioni ottenute con l’intimidazione accompagnata da un paio di schiaffoni assestati alla fine di un sommario interrogatorio. Gli sballati occasionali sono instabili, non conoscono la fermezza che si origina dalla dipendenza e non riescono a porsi obiettivi a breve scadenza da raggiungere ad ogni costo. Ho preferito cedere la coca in blocco con un semplice passaggio di mano che mi ha fruttato cinquecento euro. Ora con questi soldi voglio fare un po’ di beneficienza, non per salvare la mia anima o per rappezzarne le falle: sono troppo pragmatico, poco avvezzo a pormi quesiti esistenziali. Mi piace più pensarmi come un operaio alle prese con un ingranaggio da riparare, una macchina che non funziona più a pieno regime. Ed eccomi così davanti al “basso” del cardillo: la mamma Concetta è intenta a sistemare in bella vista le sue pazzielle, giocattoli di infima fattura in plastica, la cui vendita servirà a fornirle quel po’ di ossigeno che un pacchetto di sigarette le toglie ogni giorno. La pensione sociale non basta a sopravvivere e, con il figlio inchiodato al letto, la sua vita si è trasformata in una rappresentazione tragica. “Buongiorno signora, mi chiamo Mario, sono venuto a trovare vostro figlio”, le dico con un filo di voce. “Lo so chi sei – ribatte – che è, non ti è bastato spararlo? Devi pure vedere se hai fatto un buon lavoro?Una voce dall’interno del terraneo mi toglie dall’imbarazzo: “Mammà, lascia stà. Fallo ‘o trasì”. Mi affaccio, superando di poco l’ingresso e vedo Peppino disteso innaturalmente su un divano, con la parte destra del corpo – braccia e gamba ingessate – che poggia su dei cuscini e il volto ancora tumefatto per la caduta. Mi guarda e abbozza un sorriso: “Vieni, vieni….Pigliati una sedia”. Non mi aspettavo un’accoglienza del genere e rimango per un po’ a bocca aperta con le parole che non riescono a uscire fuori, neanche per abbozzare una frase di circostanza. “Non ti devi sentire in colpa – mi rassicura ‘o cardillo – hai fatto quello per cui ti hanno pagato, e anch’io come vittima ho avuto il mio risarcimento”. “Ma che è sta storia? – comincio ad incazzarmi – di cosa stai parlando?!”. Il ragazzo non si scompone, mi tratta come l’ultimo dei cretini, come uno che non riesce ad afferrare neanche il più elementare ragionamento.“Mario si vede che tu nun viene ‘a mmiez ‘a via, sei troppo ingenuo per la tua età – continua nello sfottò ‘o cardillo – allora mi tocca pigliarti con le mollichelle: a me hanno detto di fare mettere paura a una persona e di aspettarmi che qualcuno mi avrebbe sparato per vendicarsi dell’affronto”. “E tu hai accettato?” – gli chiedo incredulo. “E che è non lo vedi? Hai visto che mi hai combinato? Mi avevano assicurato che sul mercato per questi lavori c’erano persone esperte, professionisti che non avrebbero fatto troppi danni. E invece…”E invece hanno preferito servirsi di un soldato inesperto, all’oscuro delle loro strategie perverse. Ma loro chi? “Non farti troppe domande – mi anticipa ‘o cardillo– finisce che diventi pazzo. In questa storia ci abbiamo guadagnato tutti e due”. “No, tu di più”, gli dico e, uscendo, lascio su una sedia la busta con il mio compenso.
11 aprile sera
Quando provo ogni tanto a speculare sull’oscuro significato della mia vita, mi arrendo quasi subito, sconfitto alle prime battute dall’impotenza dell’intelletto umano.Addentrarsi in un labirinto metafisico, vivendo nell’incertezza di trovarne o meno l’uscita, è un’impresa riservata a poche menti eccelse. Io non ho queste velleità: a me basterebbe conoscere l’artefice di questa messinscena in cui sono stato mio malgrado coinvolto. Se ci rifletto bene ad essere ferito è stato il mio amor proprio perché un conto è cogliere di sorpresa una vittima ignara, un altro è avere a che fare con un fuori di testa con tendenze masochiste. Sta di fatto che nell’inganno è stato trascinato anche il Barone nonostante la sua boria da scienziato del crimine; e a lui mi viene la tentazione di raccontare tutto ma non lo faccio perché penso alcardillo, alla sua guarigione che – nel caso venissero fuori i retroscena di tutta questa storia – avrebbe un decorso molto più lungo.
20 aprile
Il rattusnorvegicus, più comunemente conosciuto come topo di fogna, ha una lunghezza che varia tra i 19 e i 25 centimetri e pesa mediamente circa 300 grammi sebbene, non di rado, raggiunga il mezzo chilo. E’ un’abile scalatore – si arrampica anche lungo le tubature – e frequenta di solito le discariche e ogni tipo di scarpata o fosso in prossimità dell’acqua. Le zoccole non mi hanno mai attirato e mai avrei immaginato di documentarmi sulle caratteristiche e l’habitat di questa specie schifosa, se non fosse – per il non trascurabile motivo – che mio cognato se ne è trovate tre in casa. Come ci siano arrivate è un mistero. Intanto Gennaro l’altra sera ne ha viste due scorazzare nel soggiorno, mentre la terza si era attestata sullo schienale del divano con una postura belluina e guardandolo con un’espressione interrogativa; questo quanto riferito da mio cognato che non difetta di immaginazione. Subito dopo ha chiuso la porta del salotto e quella d’ingresso e si è fiondato da noi in preda ad una crisi respiratoria e ad un attacco di tachicardia. Forse la reazione può sembrare un tantino eccessiva ma ognuno ha una bestia che alimenta le sue fobie. Ci sono quelli terrorizzati dai serpenti, altri che si lasciano prendere dal panico appena scorgono una blatta e infine coloro – innaturalmente pavidi – che si agitano anche per un semplice ragnetto. Si dice che queste siano paure ancestrali, la cui origini sono oggetto di diverse interpretazioni: una delle spiegazioni è che l’uomo proietta i suoi bassi istinti su un animale che viene così a terrorizzarlo. Mi piacerebbe, se avessi tempo, scoprire se nel caso di Gennaro esiste una corrispondenza del genere. Ma desisto. Preferisco chiamare Ferdinando che lavora al ristorante “Le tre rose” – si occupa di tenere in ordine il deposito delle scorte alimentari – e che nella sua decennale attività ha sterminato diverse generazioni di roditori per affidargli la bonifica dell’appartamento di mio cognato.