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Pd allo sfascio, Orlando e Boccia tengono viva la fiamma della discordia interna

Boccia litiga con Calenda via twitter, Orlando a Milano dice che il Pd “non esiste più” soprattutto nel Mezzogiorno. Renzi silente, ma il congresso non è più rinviabile.

 

di Peppe Papa

Nel Pd, nonostante la buona tenuta alle ultime amministrative dove ci si aspettava il tracollo definitivo, non smettono di farsi del male mantenendo viva la fiamma della discordia interna. Le scorie renziane non sono ancora state smaltite, l’ex premier continua ad essere oggetto delle attenzioni della minoranza che vorrebbero cancellarlo, se potessero, dalla storia del partito. Un semplice accidente, un inciampo di percorso che non ha scalfito i valori profondi dello stare insieme, la natura delle rispettive tradizioni politiche che si richiamano al comunismo italiano e al solidarismo sociale cottolico interclassista incarno dalla Dc. Purtroppo per loro sanno che non è così e che dovranno continuare a misurarsi, almeno ancora per un po’, con “l’arrogante” leadership dell’odiato “rottamatore”.

Pertanto continuano a sparare a palle incatenate, incuranti del male che fanno a se stessi e al partito, ma senza mai arrivare al dunque. Cioè ad una risoluzione che metta fine alle contumelie e ognuno per la sua strada. A mantenere alta la tensione, in questo momento, sono Andrea Orlando e Francesco Boccia, due di quelli tra coloro che avrebbero fatto carte false per  l’apertura di un dialogo con i Cinquestelle, soluzione prontamente stoppata da Renzi i quali, senza alcuna remora, o cautela, non perdono occasione per polemizzare, prefigurare scenari apocalittici e augurarsi di ripartire dalla “base”, dal “territorio”, dagli “ultimi”. In che maniera non è dato saperlo. Intanto, lo scontro è cruento, il battibecco tra l’ex Ministro Calenda e Boccia (area Emiliano) è quasi degenerato nell’insulto. Tema del contendere l’Ilva di Taranto, una questione quasi chiusa dall’ex ministro dello Sviluppo, ma la cui soluzione non era stata gradita dal governatore Emiliano, lo stesso del No-Tap, che si era sentito tagliato fuori dall’accordo con la nuova proprietà e i sindacati.

Un’onta per i ‘padroni’ del Pd pugliese da cui sono partite bordate nei confronti del “marziano” Calenda. Il quale, alla sua solita maniera un po’ secchiona e franca, ha risposto con un twitter all’ennesimo attacco personale. “Disturbi di personalità di Boccia – ha scritto – che vuole confronto con me su Ilva. Francesco sei del Pd! Devi chiederlo a Di Maio il confronto. Alle brutte a Salvini. Falla finita. Di buffoni in giro ce ne sono già troppi e l’Ilva è questione troppo seria per le vostre battaglie interne”. Apriti cielo, immediata è arrivata la replica del parlamentare di Bisceglie: “Trasparenza, si chiama tra speranza e non fare il bullo con me perché non attacca. Luigi Di Maio dovrà tenere aperta l’Ilva perché è giusto così. Ma nel Pd dobbiamo ripartire da una posizione unica e tu devi chiarire molte cose – ha aggiunto con perfidia – tra Taranto, Piombino e Bxl. A presto”. Non meno perfida la controreplica di Calenda. “Basta! Mi sono stancato delle polemiche – ha liquidato, con una punta di snobismo, il diverbio – questa è l’ultima risposta che ti do. Sull’Ilva ho chiarito tutto fino all’esaurimento in ogni sede. Se vuoi altre risposte chiamami. I confronti li faccio con gli avversari, quando finalmente ti iscriverai ai 5Stelle – ha concluso – ripassa”.

Nelle stesse ore da Milano era Andrea Orlando a mantenere vivo il fuoco della polemica dichiarando che il Partito democratico “non esiste più in gran parte del Paese” e che bisogna ricostruirlo. E dove non c’è “sarebbe meglio non esistesse, soprattutto in molte realtà del Mezzogiorno”. Niente male per uno che è stato tra i massimi dirigenti del partito, convinto capo corrente e ministro della Giustizia fino a qualche mese fa. Anche se poco dopo si è corretto precisando che le sue parole “estrapolate fuori dal contesto possono apparire fuorvianti e offensive per la comunità del Pd che è una forza fondamentale per la democrazia italiana, anche se purtroppo in alcune realtà è molto al di sotto delle aspettative”.

Resta la disillusione nei confronti di un progetto politico che sembra naufragato e su cui si è accesa una battaglia feroce per contendersene le spoglie. E lui si è portato avanti con il ‘lavoro’. Intanto archiviando la parentesi Renzi come “una stagione politica della quale abbiamo fatto tutti parte, ma che è sopravvissuta oltre il quadro generale configurandosi come la terza via di Blair arrivata in Italia quando non aveva più senso”. Poi illustrando la sua ricetta che prevede la capacità di “capire come far partecipare i cittadini” senza però indicarne le modalità e “arrivare a un cambio di classe dirigente (lui escluso) e di leadership”. Il tutto non dimenticando di mettere i paletti alle ingerenze non richieste dei “padri nobili”, Prodi e i Veltroni chiarendo che “vanno bene i loro appelli, ma non faccia modi loro i riferimenti per il futuro. Quando diciamo di aprire una fase nuova, non vuol dire tornare ad una fase precedente”. Una dichiarazione di guerra su tutti i fronti, anche se non seguita da atti concreti, tranne chiedere al più presto il congressso, “perché non possiamo stare in una posizione di limbo dove non si capisce chi detta la linea”. In attesa di novità, non ci resta che occuparci del governo gialloblu, attendere qualche esternazione di Renzi che al momento resta silente e, da spettatori inermi, vedere come va a finire.

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