
di Peppe Papa
Meglio andare tutti in vacanza, poi a settembre ne riparliamo. Sembra questa l’idea che si sta insinuando nella politica italiana all’epoca del governo giallo-blu, praticamente imballato sulla guerra ai migranti, mai come adesso ridotti a pochi fantasmi che tentano la traversata della disperazione, la richiesta a gran voce della flat tax, della riduzione delle tasse, della nazionalizzazione dell’Alitalia, la mai dichiarata apertamente volontà di chiudere l’Ilva di Taranto (con annessa perdita di 20mila posti di lavoro) per farne un grande parco giochi ecosostenibile e il tentativo di licenziare in parlamento il fantomatico “Decreto dignità”.
Lo stallo è totale e il duo Salvini-Di Maio prende tempo, battendo sui soliti slogan da campagna elettorale ai quali, la loro base elettorale, comincia ad assuefarsi e trovare stucchevole, rimandando tutto a dopo la ‘rinfrescata’ degli italiani in villeggiatura (anche chi, sulla carta, non potrebbe permetterselo). Hanno capito che con un “guardiano dei conti”, da loro stessi scelto, come Giovanni Tria c’è poco da scherzare in termini di rigore e che se vogliono dare seguito alle loro balzane idee in materia di finanza pubblica, devono sbarazzarsene. Ma, sanno pure, che non possono farlo.
Difficile, insomma, venirne a capo nel breve periodo, pertanto provano a tenere viva la piazza facendo finta di stare facendo la rivoluzione. La verità, quella che Tria si è incaricato di far presente ai due principali soci di governo, è che “non esistono più soldi facili nel mondo per l’Italia” (cit. G. Turani –Uomi e business.it) e che le cose previste nel ‘contratto’ del “governo del cambiamento” non si possono assolutamente fare per conservare la credibilità di “buoni pagatori”.
Il Ministro è stato chiaro al termine del G20 a Buenos Aires ai microfoni del GR1
Ha ribadito in pratica la sua posizione tra disciplina di bilancio e spinte ad applicare misure onerose, dal reddito di cittadinanza e la flat tax appunto, senza parlare delle panzane tipo il rilancio della compagnia aerea pubblica, già costata agli italiani diverse decine di miliardi.
Anche se serve a poco rallegrarsene sapendo che, da qui al momento del varo della prossima Legge di bilancio, continueremo a sentire delle balle all’insegna dell’incompetenza e della confusione con il Paese specchio delle sue maschere, da Arlecchino a Pulcinella, passando per Pantalone.
Il vice premier pentastellato ha reso nota la sua contrarietà, tanto per dirne una delle più recenti, ad una delle ultime operazioni varate dal governo Gentiloni riguardante la fusione tra Fs e Anas.
“E’ un’operazione sbagliata che si deve fermare” ha detto Di Maio nel corso della trasmissione di La7 “L’aria che tira”, “le Ferrovie già hanno abbastanza problemi a fare il loro lavoro, unendosi non funzionano né le Ferrovie, né l’Anas”.
La sua uscita è sembrata l’ennesima “ripicca” presa a danno dei predecessori a prescindere, tanto per mantenere le distanze e rappresentare il nuovo che tanto piace alla stragrande maggioranza del popolo italiano, ma che non sposta di una virgola le loro condizioni materiali. Anzi. Le promesse, prima o poi, vanno mantenute se no la gente si incazza e non vuole sentire ragioni: basta tasse “omicide”, stipendi per tutti, trasparenza, onestà e sicurezza. Lotta ai corrotti e ai privilegi, mentre spunta un altro giorno e tutto è come prima, forse peggio.
Vabbè, ci penseremo. Per ora, tutti al mare.