

di Peppe Papa
Il futuro del Partito democratico si decide a colpi di tavoli imbanditi per la cena. A quella organizzata nel suo appartamento privato dall’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda cui parteciperanno Renzi, Gentiloni e Minniti, ha risposto l’altra più ruspante (e di sinistra) del governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, per ora unico candidato alla segreteria del Pd prossimo venturo, in una trattoria romana in compagnia di “un imprenditore del Mezzogiorno di una piccola azienda, un operaio, un amministratore impegnato nella legalità, un membro di un’associazione in prima fila sulla solidarietà, un giovane professionista a capo di una azienda Start Up, una studentessa ed un professore di Liceo”. Ai quali, ha aggiunto, chiedere cosa fare per ritornare a vincere “perché la nostra storia ricomincia così: ascoltando le persone”.
Due visioni contrapposte dello stesso problema che proprio non riescono a stare insieme, alle quali se ne aggiunge una terza, quella ufficiale del segretario ‘facente funzioni’, Maurizio Martina. Che, poverino, con l’innaffiatoio cerca di spegnere gli incendi lanciando le primarie a gennaio (chissà perché non prima) e intanto accetta l’ospitata al meeting di Atreju di Fdi per discutere del ‘nulla’ con il sottosegretario di Palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti.
Avanti, insomma, in ordine sparso in attesa che qualcuno prenda saldamente in mano le redini dell’organizzazione, ammesso che sia questo il tema, e indichi la strada per il riscatto contro la deriva populista che ha preso corpo in Italia. E come sempre in questi casi a scontrarsi sono le coordinate che da sempre evidenziano un vizio storico di cui la sinistra (propriamente detta) non riesce a venirne fuori. L’ammissione, tout court, che le rivoluzioni le propongono e vincono le elite, piaccia o no, il resto (il popolo oppresso che reagisce) è fuffa, sterile retorica. Pertanto non sono da escludere nuove scissioni, visto che le distanze tra le due parti sono profonde e insanabili. E non ci sono congressi che tengano. La situazione è obiettivamente complicata, nessuno al momento delle parti in causa può prescindere dalle contingenze e da una realtà che registra una mancanza di connessione con la pancia viva del Paese ben rappresentata, tra l’altro, dal governo in carica.
Nel frattempo, mentre si chiacchiera sul menù da servire per le serate a ‘lume di candela’, è uno dei più autorevoli fondatori del partito, Romano Prodi, a lanciare l’allarme, intervenendo a una conferenza a Bolzano, contro il sovranismo in Europa: “E’ un suicidio. O stiamo assieme e abbiamo una parola nel mondo, oppure torniamo al sovranismo e non abbiamo nessuna parola”. Chiaro? Sì, ma come? Lo decidano le elìte chiamate in causa da Calenda, o i quattro amici al bar di Zingaretti. Purché ci si dia una smossa, non c’è molto tempo per evitare di precipitare nel baratro.