

di Umberto Minopoli
Fossi stato l’ospite avrei detto, a quei quattro, quattro cose. Prima: perché voi? C’è un solo filo che vi unisce: l’esperienza del governo tra il 2013 e il 2018, il secondo governo, per durata, il primo della sinistra e il più produttivo. Per calcoli tattici, malintese convenienze personali, poco coraggio e imbarazzo state, anche voi, contribuendo alla demolizione di una ragguardevole esperienza riformista. Legittimate, col nostro imbarazzo e silenzio, la tesi che occorresse cambiare e che questi stanno “cambiando”. E, invece, l’Italia sta regredendo e restaurando. E con i luoghi comuni, le paratie ideologiche, i fantasmi fossili delle cose più vecchie di destra e di sinistra. Svegliatevi.
Seconda: all’Italia (e al Pd) serve veramente, un congresso? Ci sono tre scadenze sul tappeto, entro maggio 2019 ( otto mesi, un batter d’occhio): la legge di bilancio, il confronto in Europa sulle riforme comunitarie, le elezioni europee ( la prima vera verifica della forza dei populisti). Che facciamo? Ci concentriamo sul congresso? Peraltro solo di conta e per stabilire ( questa è l’unica domanda che sembra preoccuparvi tutti) se Renzi comanda ancora o no nella geografia del Pd? Che catastrofica perdita di tempo. Passate ad altro. Alle cose serie: condurre un’opposizione che strappi risultati (su Bilancio e dibattito europeo) e preparatevi alle elezioni europee. O le date già per perse? Fatene invece, ha ragione Giuliano Ferrara, il vero laboratorio di nuove e diverse liste, che abbozzino l’idea di un nuovo Pd aperto a chi (senza vecchie paratie ideologiche) si oppone al populismo e si riconosce nelle famiglie della tradizione democratica europea (socialisti, popolari, liberali).
Terza: mettetevi, almeno voi quattro, finalmente, d’accordo sulla premessa di tutto: cos’è il populismo? Un sintomo (dei discontentments, delle paure, dei disagi, degli sconfitti ecc.) o la malattia? Non è un fenomeno sociologico. Il populismo è una cosa nuova, epocale, inquietante. E non segnala problemi ma propone ricette, distruttive, disgreganti, reazionarie e le porta al governo. E aprite gli occhi: non consolatevi dicendo che è destra. Il populismo non è di destra o di sinistra. E’ insieme il peggio della sinistra e della destra. E’ bombaccismo all’epoca di Internet: propone la sintesi delle ricette e dei cascami culturali di ambedue le tradizioni politiche del secolo passato, la destra e la sinistra.
Quarta: se nuovo è il mostro, questo ircocervo di destra e di sinistra, nuovo deve essere il cavaliere che lo affronta. In questo ha senso la tesi di un nuovo partito, di un’alleanza repubblicana, oltre il Pd. Se il populismo mette insieme il peggio di destra, centro e sinistra, da questa parte va unito il meglio di esse. Questa novità non nasce per delibera congressuale. Ma nel fuoco di una dura e rigorosa opposizione. E’ un traguardo. Non il punto di partenza. E non si motiva con la retorica, il genericismo evocativo alla Veltroni, la demagogia del l’umiltà, il pappagallismo vetero dei burocrati alla Zingaretti, la psicotica evocazione di una parola ormai vuota, logora, che non comunica: sinistra, sinistra, sinistra.
Tornate allo spirito del 2013: indicate (stavolta dall’opposizione) l’agenda delle cose da fare. Per l’Italia. Tornare a fare delle riforme, possibili e concrete, la narrazione. Di chi non vuole morire populista né pedagogo che romanizza i populisti. Guardatevi meno l’ombelico. O non sarete perdonati. E magari parafrasate il vecchio “Riformisti di tutto il mondo (e di ogni colore o famiglia politica), unitevi!”.
1 Comment
Il PD è una contraddizione: l’idea primaria di mettere insieme democristiani con tendenza al liberismo e ex comunisti si è dimostrata, alla lunga, un’utopia.
Il PD può fare solo una cosa: sciogliersi e ricostituirsi in due partiti, uno di centro ove Renzi può tranquillamente muoversi, e uno di sinistra, fossanche di governo, cioè socialdemocratica, come dice sempre Bersani, per riassorbire i fuoriusciti e permettere ai Cuperlo e agli Orlando di sentirsi a casa.