

di Umberto Minopoli
Zingaretti ingarbuglia. Gli chiedono, compiacenti in Tv cosa propone al congresso e lui risponde: “un nuovo Pd, aperto a nuove forze, partiti, culture ecc…”. Assenso commosso dell’intervistatore. Una pantomima. Allora va fatta un po’ di chiarezza. E di verità. Che, invece, si vuole confondere.
La candidatura di Zingaretti, dopo la sconfitta del 4 marzo, aveva due obiettivi dichiarati e uno implicito. Gli obiettivi, pomposamente esplicitati, erano (ricordate?): “rompere con il passato” ( inteso come i 5 anni di Renzi); puntare al recupero dei voti finiti ai 5Stelle e al ritorno al governo attraverso (sic) un’alleanza politica proprio con loro. Obiettivi coerenti: non ci si poteva richiamare ai 5Stelle senza annullare, nel Pd, il peso, l’influenza e la presenza di Renzi. I notabili del Pd che appoggiavano Zingaretti ne erano convinti. In otto mesi questi due propositi di Zingaretti sono politicamente falliti. Sono diventati “impresentabili” e impraticabili: i 5Stelle sono risultati inutilizzabili per ogni ipotesi di alleanza o di governo; Renzi e il suo lascito riformista (al di là della persona) sono una presenza non cancellabile pena la definitiva dissoluzione. E così a Zingaretti è rimasto solo il terzo obiettivo. Quello implicito e meno confessabile: riportare nel Pd gli scissionisti che lo avevano lasciato. Operazione però impopolare. E, anche, irrispettosa per molti.
Si può, senza nemmeno tante scuse, o pentimenti e facendo finta che nulla sia successo, riaccogliere chi prima nel Pd ha fatto l’opposizione al governo del Pd, alle riforme del Pd, ha attaccato il Pd in un referendum strategico e, infine, lo ha rotto con una scissione? Troppo. Pure per un popolo fiaccato e spaesato come quello dei democratici. E poi di nessuna validità politica né elettorale: non allarga il centrosinistra.
Leu è una operazione fallita, una poco significativa “ridotta” (sotto il 2% ). Non allarga, ma ha il potere di restringere il centrosinistra: se entrasse Leu se ne andrebbe il centro. Zingaretti (e i notabili) perciò stanno ricorrendo a un trucco per camuffare il riferimento a Leu. Parlano di modello Abruzzo. A vanvera. Come Toninelli con la Tav, per inglobare Leu e la sinistra-sinistra, si truccano i numeri.
In Abruzzo la coalizione del Pd ha preso il 32%. Buon risultato. Ma il Pd ha preso un allarmante 11% (perdendo ancora sul 4 marzo) e Leu ha preso un misero 2%. Insieme fanno il 13% (quasi i voti di Fratelli d’Italia). Una percentuale da desaparecidos. Per fortuna (e grazie a un candidato eccezionale) al Pd e a Leu si è unito un 17% di consensi, una sorta di coalizione di Legnini, che ha portato centrosinistra al 31%. Che voti sono? Non ci vuole Piepoli, o il mago per capire che sono voti liberali, cattolici, civici, radicali. In una parola, vi piaccia o no, centristi e moderati. Essi sono, casomai, il “modello”. Che non ha niente a che vedere, com’è evidente, col Pd “ricomposto” che hanno in testa Zingaretti e compagnia. Mentre ha tutto a che vedere con chi, nel Pd, auspica un partito (male endemico) che non guardi, sempre e solo alla sua sinistra, dove c’e’ poco popolo e molta resiliente testimonianza. E che guardi, invece, al centro che non trova rappresentanza, alle forze liberali, europeiste, non antisistema, riformiste. E soprattutto a chi è disperso nell’astensionismo (il vero target che il Pd dovrebbe avere). Chi si astiene? Chi è stanco di offerte politiche nominalistiche (destra, sinistra, centro), ideologiche, impalpabili. E vorrebbe, invece, offerte percepibili nei contenuti ed efficaci. Ecco la verità.
I media ufficiali pompano Zingaretti in quanto “discontinuità” con Renzi (un’ossessione). Ma nascondono le domande vere sulle primarie del Pd. Che tipo di “apertura” si auspica per il partito?
Quella che propone il governatore del Lazio è retrograda, inefficace ed elettoralmente sballata. Occorrerebbe un’opera di disambiguazione. Che i media non fanno. Questo congresso è nato sul fantasma di Renzi. E invece è su dilemmi molto chiari e indipendenti dalle scelte di quest’ultimo: chi vuole un Pd espansivo e che torni attraente è stupido se sceglie un restauratore. Chi vuole un Pd nuovo e più aperto è sciocco se sceglie chi intende arretrare a quando il Pd era più chiuso. Chi vuole un nuovo dentro il Pd non dovrebbe incoraggiare chi, riaprendo al vecchio fa scappare il nuovo. Chi vuole un centrosinistra più largo non dovrebbe incoraggiare un centrosinistra più stretto, con la sinistra-sinistra, ma senza il centro. Il Pd di Zingaretti sarebbe “l’eterno ritorno dell’uguale”. Dopo un lungo ciclo politico si finirebbe per tornare alla casella di 10 anni fa: lo stesso Pd di sempre con la ri-aggiunta di D’Alema. Dove sarebbe il nuovo? Che roba è? Rigore e buon senso alle primarie del 3 marzo significa perciò scegliere i prodotti originali. Non le maschere. Chi vuole il vecchio e ritrovarsi D’Alema (è legittimo) voti pure Zingaretti. E auguri. Ma chi vuole il nuovo, l’alternativa e aprire davvero il Pd rafforzi Giachetti e Ascani: l’unica offerta che non è volta al passato.
1 Comment
Umberto Minopoli chi? Mai lette tante stupidaggini in un solo articolo. Uno che viene dalla storia della FGCI e poi del PCI prima di scrivere le cose che ha scritto a sostegno dell’ex radical digiunatore Giachetti, uno dei responsabili della caduta di Marino come Sindaco di Roma per consegnare la città ai 5 stelle, dovrebbe solo vergognarsi. Ho letto con ritardo, solo oggi, questo articolo che considero semplicemente vergognoso, pieno di livore nei confronti di chi ha dato il suo contributo alla sinistra in questo nostro Paese.