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ELEZIONI Tutti vincitori e governo ‘blindato’, ma c’è poco da stare tranquilli

De Luca soddisfatto per la rielezione

La vittoria del Sì al referendum costituzionale sostenuta dall’intero arco parlamentare, il pareggio insperato delle elezioni regionali che ha bloccato la crisi emorragica di consenso verso il centro sinistra e alcuni risultati di affermazione dei governatori uscenti (Zaia, De Luca, Toti, Emiliano) fanno oggi esultare quasi tutti. Ma c’è poco da stare tranquilli.

Editoriale di Gaetano Piscopo

C’è poco da stare tranquilli se alla vigilia di una nuova ondata pandemica e di una stagione di forti tensioni sociali per i danni irreversibili già provocati dal passato lockdown, siamo costretti ad assistere ad un teatrino solito e classico che è l’esatto contrario di quello che annunciavano i picconatori del sistema che, votati a furore di popolo per aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, oggi sono i più strenui difensori delle poltrone conquistate.

Il Movimento Cinque Stelle che in queste ore dimentica di aver dimezzato i propri voti rispetto alle regionali del 2015, inneggia alla vittoria per aver ottenuto il taglio dei parlamentari. Un taglio orizzontale senza una adeguata riforma elettorale e senza modificare il bicameralismo paritario, quello sì vera fonte di enorme dispendio di tempo e danaro per gli italiani.

Ma quello che suscita più imbarazzo e incredulità sono le dichiarazioni a caldo dei diversi politici ed opinionisti. Ma andiamo con ordine

Zingaretti alla sua prima uscita afferma che con l’alleanza allargata al M5S il risultato sarebbe stato diverso. Diverso da cosa? Dal risultato positivo avuto senza i penta stellati in Puglia, Campania e Toscana?

Manco a riflettere che l’unica esperienza di alleanza in Liguria è miseramente naufragata a dimostrazione che la fase ascendente dei grillini è terminata e che la pura e semplice alleanza elettorale non ha possibilità di successo per tutte le contraddizioni e le diversità che comporta.

De Luca trionfatore in Campania si affretta ad affermare che le collocazioni di destra e di sinistra sono superate e con questa posizione lancia la sua Opa per le prossime elezioni comunali di Napoli.

Il proprio successo personale ha di fatto dimezzato la rappresentanza del suo partito in consiglio regionale, così come era nei presupposti. La lista del presidente ha conteso il primato al Pd e porta in Assemblea eletti che in alcuni casi possono suscitare più di un imbarazzo.

Basti pensare che la seconda piazzata in ordine di preferenze nella sua lista è figlia ventenne di un sindaco dell’entroterra napoletano senza alcuna esperienza e valore politico, tanto per far capire a tutti che bastano solo i voti, al resto c’è chi ci pensa.  

Il governatore pugliese Emiliano si è subito ringalluzzito e dopo aver chiesto ed ottenuto un voto disgiunto che ha contribuito al suo successo si appresta a rilanciare le tematiche che tanto hanno in passato fatto discutere anche all’interno del suo partito. La Tap e l’Ilva di Taranto sono un esempio della demagogia mai dismessa e che ora viene legittimata dal voto. 

Zaia in Veneto con il clamoroso successo della sua lista, che ottiene il triplo del consenso della Lega, cerca di nascondere da una parte l’imbarazzo e dall’altro il chiaro ed evidente segnale di sfida ad un leader, Salvini ancora intontito dal Papeete.

Forse per la Lega, che dovrà accantonare le ambizioni di partito nazionale, si apre una nuova stagione e la resa dei conti con quanti individuano nell’attuale leadership le responsabilità di scelte avventate e avventuristiche.

C’è un elemento però che mette d’accordo tutti gli opinionisti. L’unico sconfitto di questa elezione è Renzi

Lo dicono tutti coloro che mediante i sondaggi gli accreditavano un misero 2%.  Fa comodo in questo momento avere qualcuno su cui appigliarsi e non è che Renzi non se lo vada a cercare. Ora tranne l’esperienza pugliese che è una storia a parte per una sfida impossibile, leggendo i numeri sembra che Italia Viva come prima esperienza elettorale abbia raccolto un consenso rispettabile.

In Toscana, la patria di Matteo solo il 4,5%? E cosa si voleva da un partito non strutturato, e da Renzi che è stato il tessitore e propositore della candidatura di Eugenio Giani? In Toscana il Pd è sempre stato radicato tanto da non lasciar scappare tutti quelli che con l’ex premier hanno avviato e concretizzato il proprio percorso politico. In Campania con il 7,4% Italia Viva è il terzo partito in consiglio regionale e nelle competizioni comunali in alcuni casi è in doppia cifra.

Se c’è una critica da muovere alla nuova formazione è quella di essersi lasciata coinvolgere dalla smania del consenso trascurando il giusto equilibrio nella rappresentanza delle proprie liste e l’impegno diretto dei suoi fondatori, correndo il rischio di divenire solo il veicolo di opportunità di transfughi da esperienze con altre forze politiche.

Si tratta di capire ora se in Italia Viva c’è un vero progetto di radicamento che valichi i propri confini e che si collochi con chiarezza e coerenza a rappresentazione dell’elettorato liberale e riformista.

Una cosa è certa, la posizione di sostegno a questo governo non lascia margini di crescita. Intanto perché sembra essere sempre più attuale l’asse Di Maio-Zingaretti e poi perché questo esecutivo resta minoritario nel Paese.

Sono tante le diverse visioni e tante le contraddizioni che rappresenteranno un freno alla possibilità di spendere bene le risorse messe a disposizione dall’Europa.

La mancata utilizzazione del Mes, la battaglia tra chi è proteso all’assistenza e chi immagina il sostegno al rilancio dell’economia, sarà la scusa per perdite di tempo in annunci senza riscontro nei fatti. 

Forse tutto sommato alla luce del risultato referendario, ha ragione chi pensa che questo governo ne esce ancor più delegittimato e che non è questo parlamento che dovrà eleggere il successore di Mattarella.

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