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Referendum e regionali, non vincerà nessuno: meno male che Mattarella c’è

Il presidente Sergio Mattarella

Il risultato delle urne sicuramente segnerà una nuova fase politica a prescindere da come finirà. Nel senso che, pure se si dovessero avverare i pronostici dei sondaggisti, vittoria del Sì e sostanziale pareggio dei due principali schieramenti (4-2, 3-3), sarà necessario per tutti riconsiderare la propria posizione

di Peppe Papa

Quasi certamente, anche se ci piacerebbe non fosse così, al referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari vincerà il Sì. Alle amministrative, invece, la partita è aperta anche se non sono previsti cataclismi.

Dando per scontata la riconferma di Luca Zaia in Veneto, Vincenzo De Luca in Campania e Giovanni Toti in Liguria, le rimanenti tre regioni (Marche, Puglia e Toscana) restano in bilico, tra queste un po’ meno la Toscana storica roccaforte del centrosinistra, dove alla fine Eugenio Giani, candidato fortemente voluto da Matteo Renzi, la dovrebbe spuntare sulla sfidante del centrodestra, la leghista Susanna Ceccardi, sulla quale Salvini ha puntato tutte le sue fiches.

Ci sarebbero pure parecchi Comuni al voto, ma con tutto il rispetto e la sicura importanza per le comunità locali coinvolte, referendum e regionali rappresentano gli appuntamenti clou finali di una lunga fase politica, apertasi con la crisi del governo giallo-verde e il successivo varo, di segno opposto, di quello giallo-rosso.

Dove il colore giallo del M5S è quello presente in entrambi gli esecutivi, segno di una forza contrattuale enorme e imprescindibile, derivatagli dalla strabiliante affermazione alle elezioni politiche del 2018, primo partito in Italia da nord a sud. E con un’insaziabile voglia di potere.

Il risultato delle urne sicuramente segnerà una nuova fase politica a prescindere da come finirà. Nel senso che, pure se si dovessero avverare i pronostici dei sondaggisti, vittoria del Sì e sostanziale pareggio dei due principali schieramenti (4-2, 3-3), sarà necessario per tutti riconsiderare la propria posizione.

I Cinquestelle, Luigi Di Maio in testa, molto attivo nelle ultime settimane a promuovere il Sì, ma un po’ meno i suoi candidati governatori, sono già pronti, e ne hanno tutto il diritto, a intestarsi il successo al referendum.

Forse insceneranno un’altra pagliacciata fuori il parlamento con un nuovo striscione di poltrone da tagliare, ma certo si troveranno a fare i conti, secondo le previsioni, con una ennesima batosta alle amministrative, che non sarà semplice da giustificare e digerire.

Il Movimento è già in fibrillazione, c’è chi parla di una possibile scissione, di questo passo rischiano l’irrilevanza al prossimo giro per le politiche. Qualcosa va fatto, a cominciare da una profonda revisione dalle parti delle proprie radici identitarie.

Quella del taglio dei parlamentari è l’ultima bandiera che potranno sventolare, poi necessariamente dovranno assoggettarsi ad un atteggiamento più conforme alla dialettica politica istituzionale.

Si decideranno ad accogliere l’invito del Pd ad una alleanza organica con tutti gli sviluppi che questa potrebbe comportare? Sono pronti a fare una tale scelta di campo? Sarà ancora possibile affidare decisioni e destini del Movimento a una piattaforma informatica gestita da una società privata? Il premier Conte continuerà a essere il loro campione a Palazzo Chigi, oppure potrà essere sacrificato al tavolo di nuove intese e ‘necessità’?

Situazione complicata anche per Matteo Salvini e la ‘sua’ Lega il quale, nonostante l’infinito tour elettorale cominciato al Papeete e la sovraesposizione mediatica goduta, non ha toccato palla.

A lui è stata riservata la sfida più difficile, quasi impossibile, annettere la Toscana alla Padania e rischiare seriamente di rimanere a bocca asciutta, dopo aver ceduto, a parte la Liguria dove la riconferma di Toti era fuori discussione, alla sua competitor interna nel centrodestra, Giorgia Meloni, due piazze più abbordabili, Marche e Puglia. Un Capolavoro.

Chissà perché, costretto a mantenere una posizione di principio sul Sì alla consultazione referendaria contro il parere della base e dei più autorevoli dirigenti del partito, non ha voluto sentire ragioni a cambiare posizione pur sapendo di avere solo tutto da perdere.

Una vittoria, pur se improbabile del No, avrebbe rappresentato uno scossone per il governo, Giorgetti, Zaia, Centinaio hanno cercato in tutti i modi di farlo ragionare, ma non c’è stato nulla da fare. Sì era e Sì è rimasto.

Pertanto, se pure il risultato nella regione dei gigli dovesse essere come quello dell’Emilia-Romagna, anch’essa all’epoca data per espugnata, per lui risulterà difficile giustificare ai suoi l’ennesimo flop di una strategia che, dai fasti del governo nel 2018 ai giorni nostri, ha consegnato la Lega all’irrilevanza, nonostante i sondaggisti continuino a certificargli la patente di primo partito nazionale.

Per il Pd la situazione è per certi versi analoga. Dopo aver votato contro
la riforma per tre volte in parlamento alla fine, tenendo fede all’impegno preso con i grillini all’atto dell’accordo per la formazione del nuovo governo, ha prima dato il suo assenso al passaggio parlamentare finale, poi l’indicazione a militanti e simpatizzanti di conformarsi alla decisione.

Non è basta la promessa di correttivi immediatamente successivi all’approvazione, nel partito si è scatenata la solita bagarre tenuta a stento a bada dai big.

Padri nobili come Prodi, Veltroni, Parisi si sono apertamente schierati per il No, l’imbarazzo al Nazareno è diventato palpabile. Anche perché sul fronte regionali non è che le cose siano così tranquille.

Data per acquisita la Campania, del poco amato De Luca, il timore di perdere la Puglia di Michele Emiliano è concreto, il voltafaccia dei pentastellati che hanno ignorato l’indicazione di voto espressa dalla piattaforma Rousseau, potrebbe significare consegnare la regione alla destra. La dimostrazione, secondo alcuni, della inaffidabilità del M5S “con cui addirittura si vorrebbe costruire un’alleanza permanente”.

Perdere la Toscana, poi sarebbe devastante tanto da rendere inevitabile un reset sia del partito che del governo. Una eventualità, tra l’altro, che porterebbe ad un ripensamento di tutto il centrosinistra, non è che Renzi potrebbe fare finta di niente nella sua Toscana. Dire che Italia Viva è un partito giovane cui ci vuole del tempo per farsi, non basterebbe a mitigare la comprensibile delusione dei suoi seguaci.

Insomma, in questo quadro, l’unica certezza è rappresentata dal Presidente Mattarella, il solo di cui gli italiani si fidano veramente. Martedì, a bocce ferme, sarà lui a tenere il pallino in mano e i giocatori obbligati ad adeguarsi. Meno male.

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