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Alleanza con il Pd e Stati generali M5S: il partito di Di Maio prende forma

Di Battista isolato, Casaleggio jr minaccia di portare tutti in tribunale, Grillo silente. Di Maio festeggia la vittoria in coalizione con il Pd alle comunali e quella del Sì al referendum, mentre prende corpo la trasformazione del M5S nella forma partito. Il suo.

di Peppe Papa

Le coalizioni ci premiano ovunque, gli iscritti avevano ragione”. Luigi Di Maio non sta nei panni, il progetto per prendersi il Movimento procede come meglio non potrebbe. Il risultato del voto alle comunali è stato entusiasmante confermando la validità del “modello coalizione” a favore del quale si era espressa la base sulla piattaforma Rousseau.

Una indicazione disattesa alle regionali, ma tenuta ferma in gran parte dei Comuni dove si rinnovavano le Amministrazioni e il M5S si era presentato insieme agli alleati di governo. Una scelta che ha pagato con l’elezione al ballottaggio di 6 sindaci che si sono andati ad aggiungere a quelli di Caivano e Faenza conquistati al primo turno, oltre alla vittoria del Sì al referendum sul taglio dei parlamentari.

Un brutto colpo per gli avversari dei “governisti” guidati dal ministro degli Esteri il quale, infatti, gongola. “Dal territorio arriva nuova linfa, nuova energia, nuove idee per tutti noi”, ha scritto su Facebook sottolineando come “quella di oggi” sia stata “un’altra giornata simbolo per il Movimento 5 Stelle”.

Si è sbriciolato il tabù del “mai alleanze” elettorali, nessuna contaminazione in nome di una presunta “purezza” delle origini.

Mai un partito, e invece il partito si fa, è indispensabile per rimanere nel mercato della politica in proiezione futura. Di Battista e Casaleggio jr se ne facciano una ragione e, possibilmente, si tolgano dai piedi.

 “Vince il modello coalizione, il modello dell’apertura verso gli altri, verso i territori, verso le persone, voluto e votato fortemente dagli iscritti” ha rimarcato Di Maio. “Complimenti ai neo sindaci che incontrerò presto – ha proseguito – con loro porteremo avanti il nostro programma elettorale e continueremo a cambiare il modo di fare politica partendo proprio dalle città. Siamo una grande famiglia – ha concluso – e cresceremo sempre di più”.

Anche se per il momento, nonostante l’euforia, i numeri dicano ben altro: consensi più che dimezzati e il concreto rischio di non conservare la doppia cifra alle prossime politiche che, necessariamente a questo punto, devono tenersi a scadenza naturale nel 2023. Serve tempo.

Intanto, i rapporti di forza all’interno dell’esecutivo si sono ribaltati, adesso è il Pd, primo partito, a menare le danze, tocca adeguarsi senza fare troppe bizze.

E d’incanto, dopo quasi un anno e mezzo di convivenza, sono stati smantellati i famigerati Decreti sicurezza di Salvini, così come quota 100, a breve il Mes e l’annunciata revisione del reddito di cittadinanza.

Manca la legge elettorale proporzionale, ma anche su questo l’accordo sembra fatto, siamo ai dettagli. Il ritorno al sistema della prima Repubblica permetterebbe, riuscendo a mantenere come è nelle intenzioni i Cinquestelle intorno al 10% dei suffragi, di conservare un ruolo più o meno centrale nel nuovo parlamento.

Non resta altro da fare che mettere le mani definitivamente sul Movimento. Gli stati generali, in programma ai primi di novembre, il 7 e 8, rappresenteranno il momento topico del definitivo passaggio al tanto aborrito “modello partito”, diventato ormai inderogabile.

Di Maio ha dalla sua parte quasi tutti i parlamentari, anche quelli che si agitano minacciando sconquassi attizzati dalle velleità ‘pasionarie’ di Alessandro Di Battista, sempre più isolato e mollato anche dai suoi ex amici de “il Fatto” che lo hanno invitato a rientrare nei ranghi, oppure smetterla di dare fastidio. Di Davide Casaleggio jr parlano le sfuriate quotidiane, di fronte a un giocattolo che gli sta sfuggendo di mano, con le promesse di fare fuoco e fiamme anche in tribunale.

Beppe Grillo per ora tace, attende gli eventi. “Ho questa bellissima qualità – ha scritto a Repubblica – di non dover dire sempre per forza la mia. Tenetemi fuori”. E’, in pratica, un via libera all’ex pupillo: si faccia il suo partito. Lui resterà pur sempre un padre nobile. Per quel che gli riguarda può anche bastare.

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