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Il Pd sotto schiaffo di Conte e M5S: suicidio politico per puntare al Quirinale

Il Pd ha fatto la sua scelta: sta con Conte e il M5S. Bettini e Franceschini, che vuole fare il Presidente, esultano per aver liquidato Renzi e tenuto in piedi il governo anche se solo grazie all’astensione di Italia Viva. Intanto nel partito crescono i malpancisti e il futuro non promette niente di buono.

di Peppe Papa

Il Partito democratico ha fatto la sua scelta: sta con Conte e il M5S che spera ancora di fagocitare, liquida Renzi nonostante il rumoreggiare della sua base e non solo, assume la responsabilità di prendersi la colpa qualora il governo di minoranza appena varato dovesse naufragare, come appare probabile.

Ha vinto la strategia ispirata da Goffredo Bettini di un’alleanza organica con i grillini, in vista delle elezioni amministrative e di fine legislatura, guidata dall’attuale premier di cui non perde occasione di tessere le lodi. La battaglia campale di martedì in Senato, con l’esito tutt’altro che esaltante di un esecutivo rimasto in piedi solo grazie all’astensione di Italia Viva e l’appoggio di qualche sbandato peones, non desta preoccupazione.

Basta un voto più” dettava dalla sua casa romana “poi allargheremo la maggioranza”, mentre sorrideva all’idea di aver mandato a sbattere Renzi: “il suo schema politico di fare il Macron italiano e mandarci al 6% è fallito”.

Anche se questo è costato, nel frattempo, l’essersi consegnati mani e piedi a un improbabile leader, una volta convintamente sovranista e populista, poi di colpo convertito “a una imprescindibile vocazione europeista” contro qualsiasi “deriva nazionalista”.

Un’occasione che l’avvocato ha colto al balzo sostituendosi ai Dem nell’invito, durante il discorso a Palazzo Madama, a liberali, popolari e socialisti di entrare a far parte della maggioranza, come se fosse lui e non loro il naturale interlocutore di quel fronte politico.

Il dado è tratto, conta poco a questo punto l’essersi consapevolmente votati a un probabile suicido – i sondaggi danno tra il 10 e il 12% a un più che scontato partito di Conte che attingerebbe voti per un terzo proprio al Pd (Masia, Emg) – decidendo di chiudere qualsiasi interlocuzione con Renzi e i riformisti di Bonino e Calenda, accettando di fare quadrato intorno al capo di Palazzo Chigi, insieme agli sgherri Cinquestelle.

Certo, forse riuscirà a eleggere un suo uomo al Quirinale, Dario Franceschini, il pezzo da novanta del partito tra i più accesi sostenitori dell’asse Pd-M5S, lavora da tempo alla propria candidatura e in questa prospettiva, approfittando della contingenza, chiusi i conti col senatore di Rignano, sta lanciando ami dappertutto in parlamento da giorni e rassicura i suoi.

E’ chiaro – ha detto in una intervista a Repubblicache quello del Senato non è un punto di arrivo, ma di partenza su cui costruire una prospettiva politica”. Un governo forte deve contare su almeno 170 senatori e quindi è necessario “rafforzare” la ‘squadra’ rivolgendosi senza alcuna remora “ai moderati di centrodestra, all’Udc a Forza Italia, alla componente di Romani e Quagliariello”.

Insomma, avanti, c’è posto. La deriva delle ragioni della politica al servizio delle convenienze personali e l’affermazione della degenerazione dell’uno vale uno, nell’uno vale l’altro.

Anche se nel partito qualcuno ha cominciato a alzare il dito provando a manifestare il proprio malumore, come la deputa Lia Quartapelle.

Il governo così non può continuare, serve una nuova maggioranza – ha spiegato all’Inkiesta– Conte deve dare una prospettiva politica, quanto successo al Senato dice che questa fase è conclusa”. Il premier in buona sostanza deve dimettersi, secondo Quartapelle, e aprire una crisi vera.

“Il piano che dobbiamo approvare si chiama ‘Next Generation Eu’ non ‘Next election’, come ha detto Emma Bonino – ha rimarcato – Non possiamo scriverlo da soli, ma va condiviso, serve per disegnare l’Italia dei prossimi vent’anni, non può essere il progetto di una parte, che adesso mi sembra sia anche piuttosto esigua in Parlamento”.

E a tal proposito ha indicato una serie di segnali che il suo partito farebbe bene a prendere in considerazione come “l’appello lanciato dalle forze politiche europeiste e popolari, di Forza Italia, +Europa e Azione, oltre alle questioni poste da Italia Viva”.

Dubbi, perplessità, insofferenze che non è la sola a provare, ma che non trovano sfogo in un partito centralizzato e “romanocentrico”, poco incline alla discussione interna. Qualcuno, dicono, comincia a pensare a un coordinamento di tutti i critici che ammicchi all’area di Base riformista, i vecchi amici di Renzi.

Ci sarebbe forse bisogno di un congresso, ma non se ne parla proprio più, scomparso dall’agenda del Nazareno, eppure verrà il momento, sperando che non sia quello convocato per celebrare un ‘funerale’.

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