

di Pino de Martino
L’alleanza di governo mandata a casa dal Presidente Mattarella ha trovato il suo nuovo Prodi. O meglio, è stato l’avvocato Giuseppe Conte, diventato premier in circostanze irripetibili ed ora a spasso, ad auto candidarsi. Vuole seguire le orme del professore di Scandiano.
Pensa in grande l’uomo cha ha governato con la destra e la sinistra senza batter ciglio. Con i 5S allo sbando e un Pd acefalo e amorfo, avrà pensato, sarà gioco facile puntare al ruolo di grande federatore.
Da un banchetto striminzito, ma con aurea presunzione e sicumera, ha tenuto il discorso di commiato trasformato subito in auto investitura: “Io ci sono e ci sarò” ha rassicurato in un sol colpo “gli amici del Movimento” e i compagni di viaggio del Pd e di Leu.
L’avvocato del popolo ha percepito lo sbandamento degli alleati, il loro psicodramma è sotto gli occhi di tutti. Ed allora si è fatto avanti.
Trasformando le ferite in galloni. Del resto è duro per tutti lasciare la sedia più alta del potere occupata inopinatamente per oltre due anni. Ciascuno lo fa seguendo il proprio carattere. Anziché scomparire tra i vicoli dei palazzi romani, l’ambizioso Conte ha pensato bene nel giorno della sua Waterloo di rilanciare.
Progetto ambizioso il suo. Conte si è di fatto candidato a leader di una coalizione di centrosinistra a cui ha anche dato un nome: “Alleanza per lo sviluppo sostenibile”, formata da M5S, Pd e LeU.
E ha parlato di un programma politico “forte e concreto che aveva già iniziato a dare buoni frutti e che offre una prospettiva reale di modernizzare finalmente il nostro paese nel segno della transizione energetica, digitale e dell’inclusione sociale”.
Abile con le parole, inconcludente nei fatti, il nostro punta in alto, una “Alleanza per lo sviluppo sostenibile” la quale al momento non è altro che un’associazione culturale, ma che potrebbe diventare una lista, un partito, un nuovo Ulivo o Asinello.
Con lui come nuovo Prodi, cioè federatore paziente e di buon senso di un centrosinistra geneticamente litigioso e separatista, che da oggi al suo interno ha ufficialmente anche il M5S, o almeno, quello che ne resterà, o che sorgerà dalle sue ceneri, dopo le inevitabili scissioni, già anticipate materialmente dal senatore Carelli e da Di Battista, in caso di appoggio a Draghi.
Ma leader come Prodi non nascono tutti i giorni. Ed anche i contesti non sono facilmente ripetibili. Tuttavia né 5S, né, Pd, né tantomeno Leu hanno replicato all’auto candidatura di Conte.
Il ‘mediano’ Zingaretti sta ancora leccando le ferite per pensare al domani: ha puntato tutto su questa alleanza, e vedersela sfaldare sotto i piedi non dev’essere facile.
La prospettiva immediata che si para davanti è quella di un governo con Salvini. Difficile. Anche se si ammanta la sconfitta con il grande senso di responsabilità sbandierato ogni volta che serve.
Se la Lega entrerà a far parte della maggioranza, il fallimento dell’attuale segreteria sarà ancora più evidente ponendo la leadership in una situazione precaria. È probabile che, seppur non immediatamente, la posizione di Zingaretti come segretario, già precaria e mal sopportata, prima o poi venga messa in discussione.
Resta, inoltre, un consistente problema di leadership. Il Pd è partito capace di governare sempre e con chiunque, di annodare il filo del potere burocratico, finanziario e giudiziario, ma senza la forza di evolvere in partito maggioritario, o anche soltanto di esser il perno di una alleanza di sinistra che possa ambire a vincere le elezioni.
Quando si andrà al voto i democratici, molto probabilmente, non potranno governare senza una coalizione che vada dai 5S a Leu. Una debolezza che il Pd rischia di pagare caro, anche perché l’alleanza con i pentastellati potrebbe non bastare per mettere insieme una proposta di governo vincente.
La dipendenza politica da altre formazioni e da leadership esogene, come si è visto con il Conte II, può vanificare la ramificata rete di potere del Partito democratico. E l’ambizione del Conte federatore fallire prima ancora di cominciare.