

di Peppe Papa
Infine, è crollato. Dopo Conte sfrattato da Palazzo Chigi, anche Nicola Zingaretti ha alzato bandiera bianca, annunciando le sue dimissioni dalla carica di segretario del Partito democratico.
L’ultimo bastione della “grande alleanza strategica” con M5S e LeU si è sgretolato sotto i colpi di un contesto politico radicalmente mutato, innescato dalla nascita del governo Draghi e dalla tenacia tattica di Matteo Renzi.
Non poteva durare, insistere nella difesa di un progetto sostanzialmente fallito, risultava puro masochismo fino a provocare una ripresa cruenta della faida interna tra le correnti, tutte concordi su una cosa: la testa del segretario.
Così ha fatto l’unica cosa che doveva per cercare di sottrarsi al fuoco incrociato dei suoi compagni di partito, costringendoli nel contempo ad assumersi la responsabilità della casa comune e della inarrestabile deriva intrapresa verso il baratro.
Nel commiato via Facebook è stato esplicito nell’indicare i motivi e le finalità della sua iniziativa, non disdegnando una certa durezza. “Lo stillicidio non finisce – ha scritto -, mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie”. Certo non un bel quadro, ma per lui l’occasione di chiamarsi fuori a fin di bene suo e della patria.
“Visto che il bersaglio sono io – ha infatti aggiunto – per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti – ha intimato – dovranno assumersi le proprie responsabilità”. Che è esattamente quello che può rappresentare l’inizio della fine.
Chiarire una buona volta che cosa vuole essere il Pd, se recuperare il riformismo delle origini, oppure inseguire il “populismo gentile” di Giuseppe Conte, capo annunciato dei nuovi Cinquestelle e improvvidamente incoronato proprio da Zingaretti e il suo ideologo di riferimento, Goffredo Bettini, come “punto di riferimento fortissimo di tutte le forze progressiste”.
Due anime del partito, mai amalgamatesi, quella degli ex Ds e quella dell’area Popolare, liberal-socialista democratica intorno a cui aveva costruito la sua ascesa Renzi.
Hanno provato a stare insieme, ma il massimo risultato ottenuto è stato quello di diventare una brillante fucina di amministratori da prestare allo Stato, gente capace, ma senza visione. Insomma, efficiente burocrazia, sempre più distante dal popolo.
Non è un caso che fin dalla sua nascita il Pd si sia distinto nella pratica dell’ammazza segretari, non c’è n’è stato uno, a partire da Veltroni, passando per Franceschini, Bersani, Renzi e adesso Zingaretti, il quale non abbia dovuto arrendersi al gioco al massacro delle fazioni interne. E che, nonostante tutto, in poco più di un decennio il partito sia mancato solo per un anno mezzo dal governo del Paese e, si sa, il potere dà alla testa.
Solo che non è più possibile tenere insieme il giocattolo così com’è, la pandemia prima e l’esecutivo dell’ex capo della Bce dopo, hanno impresso un’accelerata alla necessità di riconnettersi con la realtà e prendere atto che il mondo è cambiato. Se non ci sono le condizioni per restare insieme, meglio chiuderla qui.
Che è esattamente quello che si aspetta Matteo Renzi, la cui idea di “svuotare il Pd” non l’ha mai abbandonata e, nonostante tutti lo abbiamo deriso per questo dandogli del “bullo”, sta preparando una nuova svolta. Una casa comune di europeisti riformisti, liberal-democratici, socialisti, ecologisti, mondo dell’innovazione e imprenditoria illuminata. Direzione Europa.
“L’avvento di Draghi è una svolta per il governo – ha scritto nella sua e-news qualche settimana fa – ma produrrà una grande rivoluzione anche nella politica italiana. E noi saremo protagonisti del tentativo di europeizzare i partiti di casa nostra. Avanti tutta che il meglio deve ancora venire”.
Un altro viaggio, la riproposizione di sé stesso – anche se dà fastidio e non piace . della sua leadership che si impone con la forza della visione sul lungo termine, il riscatto della politica dalla gogna populista. La prospettiva è chiara, dunque, sta al Pd e ai suoi dirigenti provare a scongiurare il piano del loro odiato/amato ex segretario. In caso contrario c’è solo la fine. E non è detto che sia un male.