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Comunali, primarie sì/no: Letta vara il partito a candidatura variabile

Primarie ovunque è stato il diktat del segretario, ma Roma e Napoli non vale se si trova l’accordo con il M5S.

di Pino de Martino

Enrico Letta vara il partito a candidatura variabile. Ad ogni realtà territoriale una modalità diversa di selezione della classe dirigente.

Si spiega solo cosi la sicurezza con la quale il segretario metropolitano del Pd a Napoli Marco Sarracino affronta la questione facendo trapelare che il diktat sulle primarie lanciato 48 ore fa dal segretario nazionale vale per Roma, per Bologna, forse per Torino, ma non vale per Napoli. E rassicura quanti sono rimasti allarmati dall’uscita improvvisa di Letta.

Manfredi infastidito

E’ il caso dell’ex Rettore della Federico II, Gaetano Manfredi, che ha già manifestato un sensibile fastidio all’idea di gareggiare ai gazebo per un posto da candidato: “Cosi rinuncio”, avrebbe sbottato il candidato in pectore.

A tranquillizzare l’ex ministro dell’Università del governo Conte II ci ha pensato celermente la segreteria metropolitana del Pd. “La segreteria provinciale e quella nazionale – hanno fatto sapere da via Santa Brigida – sono in continuo contatto e si è concordato che le primarie non si faranno”.

Sarracino ha ricordato che già nell’ottobre scorso il Pd annunciò che si sarebbe perseguita non la strada delle primarie ma quella della coalizione con il M5S. Dunque, ragionano a Napoli, non si può tornare su una discussione già tenuta e su una decisione già presa.

D’altronde, nel caso che il Pd riuscisse a strappare la candidatura per il Campidoglio, la scelta più probabile per Napoli sarebbe allora il Presidente della Camera dei Deputati il Cinquestelle, Roberto Fico. Anche per lui diventerebbe imbarazzante dover competere per rappresentare il Centrosinistra nella competizione per Palazzo San Giacomo.

Sia Manfredi, sia Fico si guarderebbero bene dall’entrare in competizione con esponenti della coalizione nel durissimo scontro delle primarie. E ricordano bene gli scempi del passato: dallo scontro Cozzolino-Oddati-Ranieri del 2011, fino a quello Bassolino-Valente-Sarracino del 2016. Guerre fratricide che hanno lasciato più di uno strascico e una diaspora interna tra correnti mai risolta.

Coalizione in subbuglio

Della questione Napoli si discuterà nei prossimi giorni quando si riunirà nuovamente il tavolo del centrosinistra coordinato proprio dal segretario metropolitano del Pd. Resteranno da risolvere però parecchi problemi causati proprio dall’uscita improvvida di Letta.

La posizione di Italia Viva, ad esempio, resta arroccata sulle primarie. E bisognerà convincere Gennaro Migliore, già in pista per Iv, a fare un passo indietro. Più facile a dirsi che a farsi.

Cosi pure la pensano i Verdi. “La via maestra sono le primarie per trovare i candidati. Servono figure che risollevino le sorti della città e non nomi che accontentino le segreterie dei partiti”, sono state le parole di Fiorella Zabatta, componente dell’esecutivo nazionale dei Verdi e delegata al tavolo del centrosinistra per Europa Verde. In caso di primarie il nome forte su cui puntano è quello di Francesco Emilio Borrelli.

L’anomalia di Napoli

Reste infine da capire il senso di questa disparità di scelta da parte di Letta. Se considera le primarie “la via maestra con le quali individuare i candidati”, cosi come ha dichiarato, perché questo vale altrove e non a Napoli? Forse per evitare quegli orrori del passato di cui sopra? O per scelta opportunistica?

Continuando nelle motivazioni addotte a sostegno del metodo delle primarie il segretario ha sostenuto che “La partecipazione delle primarie è sempre una spinta energetica per sfidare gli altri candidati“, e che “solo così saremo di nuovo vincenti”. E ancora: “Il partito che voglio proporre è un partito in cui gli iscritti saranno il cuore di tutto perché saranno gli iscritti a decidere sulla grandi questioni, il partito dei territori, della prossimità, il partito che si candida a guidare il Paese con le sue idee, ma non un partito del potere“.

Se tutto ciò può avere un senso, e può essere addirittura condiviso, non si spiega perché Napoli debba restare fuori da questo processo democratico e di crescita e debba puntare su una classe dirigente scelta altrove.

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