

di Gennaro Prisco
Il teologo Gennaro Matino chiede alla sua Chiesa se conosce Napoli. Luisa Bossa, ex sindaco di Ercolano, riprende la domanda e la gira ai candidati sindaci: conoscete Napoli?
Sconsolamento, perché la risposta è no. Il dato macroscopico è di una situazione politica, nella città di Napoli, nella quale Napoli non c’è per quella che è: una città metropolitana sotto il dominio della camorra, che ha culturalmente impregnato con il suo sistema di valori violenti e prevaricatori ogni condominio, ogni strada, dentro e fuori Napoli.
L’idea stessa di criminalizzare i neomelodici che inneggiano ai delitti e alle ragioni dei delitti, censurando i loro testi, dimostra, per intero, la distanza che c’è tra il Rettore, il Magistrato e la città musicale per antonomasia che non canta più “ Je so’ pazzo” ma “ Non vali niente “, dedicata ad un pentito.
Che amarezza. Che mancanza di conoscenza. E questo non per sminuire il valore dei contendenti che gli ‘spin doctor’, pagati per questo, vogliono da soli in campo, come se stessero preparando la gara Juve-Napoli per scommettere sul matchpoint.
Gaetano Manfredi e Catello Maresca sono persone di spessore e nei loro campi d’azione hanno guadagnato stima e rispetto per i risultati raggiunti. Per questo, il primo è stato scelto come punto di caduta di un accordo politico nazionale che tenesse assieme un fronte anti sovranista e il secondo come figura presentabile del centrodestra che, sempre sul piano nazionale, cerca disperatamente civici da sostenere per essere poi sostenuto nella sua ambizione di guidare il futuro governo della Repubblica.
Ma sono candidati a cui è stato chiesto di distrarsi dalle proprie professioni, non per Napoli, bensì per un impianto proporzionale della legge elettorale con la quale eleggeremo il futuro Parlamento, quando sarà.
Candidati che ogni giorno devono chiedere ai loro sostenitori, o di metterci la faccia (Manfredi), o di toglierla la faccia (Maresca). Poi, quando la faccia la mettono, o la tolgono, entrambi dicono: siamo lontani dai partiti e vicino al Presidente della Regione De Luca. E il governatore, conferma.
E l’articolo potrebbe anche finire qui.
E fanno cose… Come andare (Maresca) a comprare del pane e delle focacce in una panetteria del Monterosa a Secondigliano, i cui titolari hanno denunciato il racket e fatto arrestare gli estorsori, finendo emarginati nello stesso quartiere che è sotto il controllo militare di una delle famiglie che compongono la piramide di Camorra nostra e che, né prima e né dopo la visita del caritatevole di turno, torneranno a comprare pane e focaccia dal coraggioso imprenditore.
Come chiedere, (Manfredi) da intellettuale ad altri intellettuali che Napoli non riconosce come fari di progresso, perché la città ha un proprio concetto di sentimenti deviati e fantasie nere che mal si abbinano ai “Mille colori” evocativi di un Pino Daniele di maniera, lasciando fuori dal testo: “Napule è mille paure… …è nu sole amaro, na’ carta sporca e nisciuno sene importa e ognuno aspetta a’ sciorta… … a’ sape tutto o’ munno. Ma nun sanno a verità”.
A quale sciorta ci chiamano i due candidati civici, di una società civile che si contrappone agli incivili? Ma chi sono gli incivili? Chi sono i civili?
In una città che ha incontrato il Coronavirus e visto sparire dalle sue strade il tour greco romano e quello seriale di Gomorra, proposti a se stessa e ai turisti, con il sostegno del sindaco scaduto (De Magistris), compiendo solo l’ultimo, in ordine di tempo, scempio, emozionando con la propria offerta notti di risse e di coltelli.
Nella conoscenza del magistrato e del professore non c’è. C’è il tribunale e l’Università. C’è il delitto e lo studio. Delinquono in tanti, studiano in pochi. C’è un mondo sotto accusa difeso dagli avvocati e un mondo che non ha bisogno di grate e cancelli per difendere il Campus di San Giovanni a Teduccio, o la facoltà di medicina a Scampia.
Anche i figli dei boss si istruiscono. Ci vogliono competenze tecniche, economiche, giuridiche, politiche per governare un sistema. Competenze che dovrebbero essere parte di una borghesia illuminata che a Napoli non c’è perché troppo promiscue sono le relazioni e senza odore è il denaro.
Non è forse per questa scomoda verità che due napoletani su tre non vanno a votare? Non è per questa condizione che si fatica a trovare una speranza comune di riscatto? Non è la mancanza di proposte politicamente radicali che contribuisce a non far nascere un sentimento di speranza che vada oltre le pur straordinarie opere di resistenza e di rinascita che vengono costruite sul vetro?
E’ radicalità politica, sentire ripetere il mantra (Manfredi/Maresca) di essere loro stessi i controllori dell’illibatezza dei candidati che verranno inseriti nelle liste che li sosterranno? Senza cominciare il discorso dicendo, senza ambiguità, che il loro impegno per Napoli è sincero e che non verrà meno in caso di sconfitta. Che resteranno in consiglio comunale per tutto il tempo del loro mandato.
Per dare credibilità a loro stessi e far cambiare anche il tono di questo pezzo, inserendo dentro elementi di certezza verso quell’opinione pubblica che chiuderà le porte alla propaganda individuale, al partito di comodo, al virus della democrazia che si chiama frantumazione, o assenza della partecipazione popolare.
Intanto, solitari si muovono per dimostrare che la politica non serve più, che ciò che utile per la città è un accordo tra Pd, Conte, Speranza, De Luca e tutto il resto del ‘carrozzone’, o un’alleanza Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia che va avanti da sé per scaramanzia, fottendo tutti quanti.
Così, come non è edificante lo spettacolo che stanno offrendo i candidati a sindaco Alessandra Clemente e Sergio D’angelo che cercano una casa nuova per sé stessi e per i loro sostenitori.
O quello dei dissidenti del neo movimento di Giuseppe Conte che correranno da soli con chicchirichì.
Oppure di Potere al popolo che sta per pronunciarsi per la Clemente, candidata in continuità con Giggino, cioè con l’autogoverno napoletano che tanto fa pendant con l’antagonismo che a volte è ingenuità e altre è abuso di classe. La sua campagna non va. E i suoi sostenitori fanno anticamera nei comitati elettorali di Maresca/Manfredi. Qualcuno, si salverà o si è già salvato. Mentre De Luca è occupato a preparare una super lista che deve eleggere almeno cinque consiglieri comunali.
E adesso andiamo all’eccezione, ad Antonio Bassolino, all’uomo che sussurra alla città di fidarsi di lui che sa fare il sindaco. Che si è messo in testa di fare la rivoluzione e sottoscrivere un “Patto con Napoli”. Manca il passaggio alla radicalità politica, ma suscita interesse. La sua conoscenza della città è orizzontale. Non è da tribunale e non è da aula universitaria: è da sezione politica.
Sa di essere espressione di una minoranza. Confida di farla divenire maggioranza. Fa interviste, va in televisione, usa i social e senza dire dove, da anni, va su e giù per la città, percorrendo strade, visitando quartieri, case, negozi, imprese, associazioni, singoli cittadini e cittadine mettendosi le mani nei capelli per come è ridotta la città che ha una sua grammatica e una sua letteratura.
Da lui la città si aspetta di ascoltare parole politiche radicali e l’impegno a combattere per esse. L’occasione per farlo c’è, come suggerisce, “guardandosi negli occhi”. E’ il comizio che ha convocato il 16 giugno 2021, alle 18.00, a piazza Carità, per parlare in presenza alla città.
Sarebbe bello se lo facesse anche chi ha fatto “Patti nazionali” per pagare i debiti del Comune e chi interpreta il Rudolph Giuliani di casa nostra.