

di Peppe Papa
La campagna elettorale per le amministrative di ottobre è appena iniziata e già finita. Con il risultato che a contendersi la vittoria finale a Napoli saranno l’ex Rettore e Ministro, Gaetano Manfredi per il centrosinistra allargato al M5S e Catello Maresca per quello di centrodestra (forse), gli altri aspiranti sindaci, Antonio Bassolino in testa, dovranno accontentarsi di aver partecipato.
A Roma, invece, l’ex ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri del Pd incrocerà la spada per la conquista del Campidoglio con il campione di Fdi, Enrico Michetti sostenuto anche da Lega e Fi, mentre Carlo Calenda, che gira come un matto da mesi per la Capitale, sarà costretto ad ammettere di aver perso solo tempo.
Previsioni che rispecchiano, più o meno, quello che accade uguale nelle altre grandi città al voto che hanno quasi sempre un trionfatore annunciato, o la coppia degli sfidanti più performanti.
Questo dicono i sondaggi (dunque è vero) e che i media, più o meno allineati al mainstream di un’informazione alle prese con le proprie difficoltà di sopravvivenza, fa da grancassa.
Insomma, se così fosse potremmo evitare di recarci alle urne in autunno, o quando sarà, optando per un week end all’insegna del relax e vada come deve andare, augurandoci il meno peggio. Ma per fortuna non è così.
La contesa infatti è ancora aperta, quello che ci riserva il futuro resta tutto da scrivere, la campagna elettorale non è ancora entrata nel vivo e può succedere qualsiasi cosa, anche che un asteroide imprevisto piombi sulla terra e addio sogni di gloria per vincitori e vinti.
Dare credito, infatti, alle varie rilevazioni degli istituti di ricerca statistica sulle intenzioni di voto dell’opinione pubblica, ha storicamente riservato sorprese cui gli Istituti stessi non hanno mai fatto ammenda, nascondendo dietro improbabili giustificazioni i limiti di una ricerca scientifica, che tanto scientifica evidentemente non è. Generando confusione nella confusione, utile solo ad alimentare il chiacchiericcio di talk show televisivi e titoloni di giornali ‘tifosi’ a scapito della corretta informazione.
Innanzitutto, va precisato (ma questo i sondaggisti si guardano bene dal farlo per ragioni comprensibili di business) che l’indagine (come è scritto in qualsiasi manuale di statistica) è solo uno “strumento di rilevazione di tendenze e non di misurazione” che al massimo può funzionare quando si tratta di oggetti fisici (tipo le merci, i consumi ecc.), ma non di oggetti sociali (opinioni, atteggiamenti e comportamenti) come molti matematici avvertono da tempo senza esito.
Il problema è quella che si chiama “inferenza statistica”, vale a dire la generalizzazione dei risultati ottenuti da un campione estendibile a un universo più ampio, in questo caso il corpo elettorale preso per intero.
La questione, dunque, è stabilire criteri, molto rigorosi, affinché un insieme di persone intervistate possa essere considerato un “campione rappresentativo”, pratica che, visti gli esiti, sembra essere quasi sempre ignorata da chi viene pagato per produrre risultati da poter manipolare a proprio uso e consumo.
Per farla breve, andrebbero valutati, ai fini di una corretta interpretazione dei dati, i tassi di non risposta alle domande e le dimensioni stesse del campione preso in esame. Insomma, un campione di 800-1000 intervistati (quello usato dalla maggior parte degli istituti demoscopici) difficilmente potrà essere rappresentativo di qualche milione di elettori italiani, anzi, è privo di senso.
E i fatti stanno lì a dimostrarlo. Nel 2013, nessuno aveva previsto l’avanzata impressionante del M5S e la rimonta sontuosa di Berlusconi dato per spacciato, mentre addirittura gli exit poll assegnavano un’ampia vittoria al Pd e al centrosinistra per essere poi smentiti clamorosamente nel corso della notte concedendo una risicata maggioranza alla gioiosa armata da guerra di Bersani & co.
Un risultato che induceva Piergiorgio Corbetta dell’Istituto Cattaneo di Bologna ad ammettere senza mezzi termini che “in Italia i sondaggi si fanno spesso in maniera superficiale: su campioni piccolissimi e basati sui telefoni fissi, mentre molti cittadini giovani e meno giovani che sono una parte importante dell’elettorato, usano solo il cellulare”.
E che dire di quanto successo l’anno dopo alle Europee del 2014, quando nessuno dei cervelloni incaricati di testare gli umori della ‘piazza’ era riuscito a prevedere la grande affermazione di Matteo Renzi e del Pd (accreditato di non più del 25%) con il 40% dei consensi.
Stessa cosa, ritornando ancora più indietro nel tempo, quanto accaduto nel 2006 con i rilevamenti che davano largamente in testa la coalizione di Romano Prodi che ottenne poi una “vittoria dimezzata”, o come nel 2008 quando il flop riguardò la Lega, fortemente sottostimata, e la Sinistra Arcobaleno, invece, sovrastimata.
Si tratta dunque di un fenomeno non episodico e legato perlopiù, spiegano gli esperti, alla committenza, in prevalenza i media “che sono molto attenti ai costi e spingono a produrre ricerche di basso costo e, inevitabilmente, approssimative”.
Basti ricordare, andando in questo caso parecchio indietro nel tempo, alle presidenziali Usa del 1948, probabilmente il fiasco sondaggistico più clamoroso di tutti i tempi.
Secondo i rilevamenti il presidente uscente, Harry Truman, non aveva alcuna chance di battere il candidato repubblicano Thomas Dewey dato con un vantaggio in doppia cifra. Tanto sembrava scontata la vittoria di Dewey che il “Chicago Daily Tribune” (una sorta di Fatto quotidiano nostrano dell’epoca) andò in stampa scrivendo a caratteri cubitali in prima pagina “Dewey defeats Truman”, ovvero “Dewey batte Truman”.
Da qui la storica foto del riconfermato presidente uscente che sorridente mostra ironicamente la prima pagina del quotidiano che lo dava sconfitto.
Ma tonfi di questo genere, magari meno eclatanti, si sono registrati nel 1992 in Inghilterra, dove contrariamente ad ogni previsione il mai amato leader dei Tories, John Major, riuscì a riconfermarsi a capo della Camera dei Comuni contro ogni aspettativa conservando una larga maggioranza staccando di sette punti i laburisti dati fino a quel momento alla pari.
Oppure in Francia nel 2002, quando per i guru statistici la lotta per la presidenza si sarebbe dovuta svolgere tra il gollista Chirac e il primo ministro socialista Jospin, mentre andò a finire che l’uscente Chirac se la dovette vedere con il candidato nazionalista Jean Marie Le Pen, con gran spavento di tutto il fronte democratico transalpino.
E cosa dire di quello che avvenne in Spagna due anni dopo nel 2004 con l’affermazione del leader socialista Zapatero il quale sbaragliò i favoritissimi Popolari guidati da Mariano Rajoy che dovette aspettare ben due legislature prima di potersi sedere alla Moncloa come capo del governo iberico.
Così come inaspettato fu il successo dell’Spd tedesco nel 2005, considerato morto e defunto dopo le riforme lacrime e sangue imposte ai teutonici dai governi guidati da Gerard Schroeder, che costrinse invece l’astro nascente Angela Merkel del fronte di centro destra (Cdu-Csu) a scendere a patti e varare un esecutivo comune, “Grosse Koalition”, a quasi quarant’anni di distanza da quella presieduta dal cristiano-democratico Kurt Kiesinger.
Insomma, per tornare all’oggi e ai fatti di casa nostra, tutto lascia pensare che è meglio diffidare di quanto la pubblicistica influente va propinando quotidianamente – tra l’altro senza che quasi nessuno tenga in debito conto il monstre dell’astensione – e cioè che la partita sia già decisa, ma dar retta al vecchio Trap: “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.