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L’agenda Letta che segna il passo e la lezione di Bassolino

L’azione riformatrice del Pd condotta dal nuovo segretario resta al palo, molti titoli di giornali e poco costrutto, anzi risultati zero. Il tentativo di recuperare la connessione sentimentale con il proprio popolo affidato alle “Agorà” virtuali, mentre c’è chi come l’ex sindaco di Napoli rilancia il ‘faccia a faccia’ e i comizi per riconquistare Palazzo San Giacomo

di Peppe Papa

Tanto fumo e poco arrosto, si potrebbe dire, parlando della gestione del Partito democratico versione Enrico Letta. Molti titoli di giornali, ma poco costrutto, questo il risultato del tentativo di darsi una nuova identità e della spasmodica ansia di recuperare il popolo che lo ha abbandonato.

Per ora, risultati zero. Una sequela di iniziative fallimentari, la pedissequa prosecuzione della linea Zingaretti/Bettini e il solito schema dell’individuazione del nemico. Meglio se due, come nel caso di Renzi e Salvini che “sono la stessa cosa”, per dare un senso al ruolo che ha ritagliato per il suo partito di ultimo baluardo a difesa della libertà e della democrazia.

Certo non si può imputare a Letta di non averci provato, l’iniziativa è stata costante, solo che si è scontrata con una realtà che corre il doppio della velocità di elaborazione politica del Pd, nel quale la bagarre correntizia continua cruenta sottotraccia.

Pertanto, la proposta del segretario di aumentare la tassa di successione per finanziare i giovani, è stata praticamente bruciata. Bocciata da Draghi senza appello, nella migliore delle ipotesi potrà forse entrare nella riforma generale del fisco annunciata dal premier per i prossimi mesi.

La proroga dei licenziamenti, tentata di imporre con un blitz in Cdm e perorata dal Ministro Andrea Orlando, colui che nell’esecutivo rappresenta il riferimento della sinistra non solo dem, non ha subito miglior trattamento dal Capo del governo che l’ha subito stoppata accogliendo non solo le rimostranze di Confindustria, ma anche le critiche del Sindacato, costringendo tutti a prendere atto della necessità di affrontare il problema senza perdere altro tempo.

Per quanto riguarda poi le proposte sul voto ai sedicenni e lo ius culturae, su cui Letta giurava di immolarsi, dopo un po’ di grancassa mediatica ben orchestrata si sono perse le tracce. E in fine, sorvolando sull’inspiegabile (o forse sì) opposizione del Nazareno all’istituzione di una Commissione d’inchiesta sulla gestione della prima fase della pandemia proposta da Renzi, arriva l’ultima perla.

Il ddl Zan, la madre di tutte le battaglie, quella su cui Letta gioca tutte le fiches della sua leadership decidendo di andare fino in fondo anche a costo di rimediare una sonora sconfitta. La verità è che per lui, comunque vada, sarà una vittoria, frutto di una decisione tutta sua, ignorando le sirene interne che suggeriscono di trattare.

Tanto la colpa del fallimento, nel suo piano, sarà imputata al solito Senatore di Rignano e al Capo del Carroccio che fin dall’inizio, nonostante abbia manifestato la disponibilità a trovare una mediazione, ha lavorato per il boicottaggio del ddl. Insomma, escluso qualsiasi contraccolpo.

Magari avrà ragione, staremo a vedere. Intanto, prosegue martellante la campagna promozionale di un’altra sua creatura, “Le Agorà”. In pratica una piattaforma digitale, dove dal primo settembre al 31 dicembre “i cittadini potranno intervenire proponendo idee sulla politica o sulle politiche”.

La cara, vecchia democrazia partecipativa, casomai qualcuno se ne fosse dimenticato. Già immaginiamo migliaia di persone (costa un euro partecipare) dibattere, fino allo sfinimento, dei massimi sistemi, l’antico vizio della sinistra di parlarsi addosso, anche se questa volta nella modernità liquida del Web.

Pazienza per quelli, ed è la base con cui si è persa la connessione sentimentale, che il Web non lo frequentano e che di questi tempi hanno altro cui pensare. Il ‘virtuale’ è un lusso che in tanti, e sono la maggioranza, non possono permettersi, loro hanno bisogno di guardare in faccia l’interlocutore, avere un corpo a corpo e rappresentargli i problemi e le loro preoccupazioni.

Basterebbe per Letta prendere esempio da Antonio Bassolino a Napoli dove è uno dei candidati civici alla carica di primo cittadino. Sarebbe una rivoluzione, l’occasione per liberarsi del fardello rappresentato dall’immagine di un partito di apparato votato al potere per il potere, lontano dal cuore del Paese reale.

L’ex governatore della Campania e sindaco del “Rinascimento napoletano”, abbandonato in malo modo dal Pd di cui è stato tra i fondatori, dai suoi più fedeli amici e collaboratori, dopo aver sistemato le sue vicende giudiziarie uscendone a testa alta, è risorto dalla polvere e si è lanciato anima e corpo nell’impresa di riprendersi Palazzo San Giacomo.

Lo ha fatto da lì dove la sua storia politica è iniziata, tra la gente, comprendendo saggiamente che l’unico modo per giocarsi la partita era quello di occupare l’unico spazio libero lasciato dai suoi contendenti, alle prese con alchimie politiche, comparsate in piazza a favore di telecamere, programmi fumosi e alleanze complicate.

Compassato, ogni giorno, macina chilometri spostandosi da un quartiere all’altro dove, al centro di capannelli di persone, si intrattiene ad ascoltare e sciorinare le sue ricette per riportare la città ai fasti che merita. Incontra famiglie, lavoratori delle fabbriche in crisi partecipando alle loro manifestazioni, non si è perso il “Gay pride” e ha rilanciato il comizio.

Il primo a piazza Carità, cui altri seguiranno, con un migliaio di partecipanti è riuscito a rompere l’indifferenza, se non l’ostracismo dei media locali, costretti a dare conto di un evento dal sapore antico ma di straordinaria efficacia comunicativa.

Faccia a faccia, commovente nella sua umiltà, senza paura di rivendicare il proprio passato comunista e fare ammenda di qualche errore compiuto, guardando negli occhi i suoi interlocutori rivolgendosi a tutti, anche chi non è di sinistra “perché Napoli viene prima di tutto”. Piano piano il consenso cresce e lui ci crede: “partecipo per vincere”.

E chissà che non gli riesca davvero, in tal caso tanto di cappello. Comunque finirà, Letta e gli altri leaderini che affollano la scena politica nazionale, farebbero bene nel cominciare a prendere appunti. La Politica sta tornando e il governo Draghi ne è la conferma.

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