

di Gennaro Prisco
Giuseppe Conte, “l’avvocato del popolo” è una persona tosta: sarà il capo politico del M5S e Beppe Grillo, il fondatore, il garante della ritrovata unità, se questa effettivamente si realizzerà in un Movimento sull’orlo di una crisi d’identità e prossimo alla depressione.
Molti lo sottovalutarono il 31 maggio 2018, quando, l’andreottiano del M5S, Luigi Di Maio, lo prelevò dal suo studio e lo accomodò sulla poltrona di primo ministro della Repubblica italiana.
Un inedito nella storia politica nazionale. La scelta obbligata, per una formazione politica cresciuta a dismisura mandando a fare in culo tutti e tutte declinando il verbo del Marchese del Grillo: “io sono io e voi non siete un cazzo”, in un corpo sociale nel quale uno vale e uno e il più furbo vince, al grido del vengo prima io.
Un grido di battaglia molto fascista. Ben interpretato dal costumista, Matteo Salvini, il quale lo declina in ogni luogo. E da Giorgia Meloni, che un partito strutturato ed identitario sul territorio ce l’ha per fare presa tra le fasce più deboli del Paese.
Salvini si mostra con il rosario tra le dita e la disumanità nell’altra. E per mostrarsi il primo tra i primi del popolo felice, beve mojito. E fa lo stesso con Victor Orban, cambiando cocktail, con Marine Le Pen bevendo champagne, con Andrzej Sebastian Duda, sorseggiando the e a vodka.
E su questo, niente può, il volto europeo di Giancarlo Giorgetti, ministro dello sviluppo economico. Perché ci sarà un dopo Draghi, e sarà deciso dal voto degli italiani, e Salvini non lascerà cavalcare l’onda dei no-Europa e dei no-Vax alla sua competitor di Fdi che ha il vento in poppa per la scelta di coerenza di stare all’apposizione dell’Unità nazionale.
Per lei il problema non c’è, comunque andrà, i suoi li farà eleggere in gran numero alla Camera e al Senato. Per questo, non perdonerà gli sgarbi che sta ricevendo d Lega e Forza Italia, che sulle nomine pubbliche l’escludono violando i diritti costituzionali riconosciuti all’opposizione.
Hanno già cominciato ad accapigliarsi, se ne stanno dando di santa ragione in un crescendo inarrestabile. E più Mario Draghi governerà il Paese, più voleranno panni in faccia, perché i due sono d’accordo solo sul restringere i diritti civili, sui condoni fiscali, su una tassazione piatta pro evasori, sulla politica estera sovranista e sulla caccia allo straniero che approda disperato sui nostri confini.
Entrambi sottovalutano il fatto che il premier è un’espressione politica di serietà che gli italiani silenti approvano. E chi saprà interpretarla vincerà il futuro confronto politico per un nuovo governo di nomina parlamentare.
Chi l’ha capito, il segretario nazionale del partito democratico, Enrico Letta, per ora non sfonda. Adesso sta cercando di stabilizzare il consenso come capo di un partito sistema che governa anche quando è sconfitto, e che non ha più un suo popolo di riferimento.
Non sono un frutto del caso, infatti, le Agorà che sta inaugurando in giro per l’Italia. E’ una scelta politica da pronto soccorso, un defibrillatore necessario.
Letta, che alle prossime elezioni per i sindaci delle grandi città italiane, parteciperà alle suppletive di Siena per entrare in parlamento, sa che con il venti per cento dei voti, non avrà altra scelta che far approvare, da questo parlamento, una legge elettorale proporzionale.
E che su questo, al di là delle chiacchiere politiche, troverà una convergenza con le altre forze politiche che ruotano intorno alle sue stesse percentuali: Lega, Fratelli d’Italia, M5S.
Non sappiamo se le Agorà avranno successo. Ciò che sappiamo è che sia nel campo largo del centrodestra, sia in quello del centro sinistra non c’è una leadership condivisa. E che né Letta, né Conte, né Salvini, né Meloni intendono abbandonare l’ambizione.
Pertanto, lasciamo governare Draghi, che male non fa, lasciano a Matteo Renzi il ruolo di Gianburrasca, e tutti nelle Agorà e nelle strade e nelle case per raccogliere consenso sui candidati cigni e sui loro brutti anatroccoli che concorrono ad un posto come consigliere comunale, in liste proprie e improprie, che se ne fottono dei destini comuni che abitano le città metropolitane italiane.
La verità è che questo nostro Paese, ha energie pazzesche e uomini e donne come Sergio Mattarella e Mario Draghi, o come Marta Cartabia e Emma Bonino, che rappresentano il non corrotto di un tessuto sociale compromesso per la sua estesa mancanza di istruzione.
Un non corrotto, Draghi, così potente che sta cambiando lo scenario del confronto. Che costringerà i partiti del venti per cento a fare i conti con il passato e lasciarsi alle spalle sia il fallace giustizialismo, sia il garantismo estremo. Che furono le risposte da tifo che gli italiani diedero alle indagini di mani pulite della Procura di Milano, guidata da Francesco Saverio Borrelli.
Siamo ancora fermi lì, agli inizi degli anni novanta del secolo scorso. Ma Totò Riina è morto con i suoi segreti, mentre ricordiamo ancora l’autostrada saltata in aria per eliminare Giovanni Falcone, il deflagrare di un intero quartiere di Palermo per straziare Paolo Borsellino.
Ciò che non è morto e vive insieme a noi è ciò che lo studio reso noto nel 2019, dall’università Bocconi, condotto dal professore Paolo Pinotti, docente di Economia delle organizzazioni criminali, ci dice:
“La perdita secca di benessere degli italiani, in relazione al Prodotto Interno Lordo (PIL), è del 15/20% pro capite per mano criminale. Che lì dove è presente in modo organizzato, come sistema di governo dei territori (Sicilia, Campania, Calabria), schizza al 60%”.
Come nella Colombia di Pablo Escobar, che ai politici del suo Paese diceva: “Plata o Piombo” cioè “Corruzione o Piombo” cioè, influenza criminale sulla politica.
Così ci ha colti la pandemia. E a morire sono stati i vecchi residenti nelle case di cura e gli italiani si sono uniti nelle case, salutati dai balconi e qualche cosa di nuovo è cominciato a muoversi nonostante i barbari del divertimento, appena hanno potuto, hanno ricominciato come se nulla fosse stato.
Conte e il suo governo giallorosso hanno ricevuto apprezzamenti per come hanno fatto fronte all’emergenza pandemica e costruito un futuro europeo all’Italia. Ma nel frattempo i Cinquestelle non esistono più. Il nuovo statuto, se verrà approvato dagli iscritti, ne decreterà la fine. E chi continuerà a mandare a fare in culo la gente, andrà a destra, a sinistra, o nel misto fritto dei senza casa.
Le ricadute politiche della fine del Movimento che conquistò la maggioranza elettorale nelle scorse elezioni, saranno importanti. Non sul governo. Draghi non è in discussione. Ma sul parlamento, sì. E questo condizionerà la scelta del tredicesimo Presidente della Repubblica italiana. Su questo, non ci sono dubbi.
E i suoi effetti si abbatteranno come fulmini sui territori che in autunno dovranno eleggere i sindaci delle più grandi città italiane. Conte, in sintonia disperata con Letta, sperimenteranno a Napoli e nella regione Calabria il gradimento del “campo largo” del centrosinistra.
Intanto i loro candidati civici, pur strillando ai quattro venti che vigileranno sulle liste stanno arruolando di tutto di più, perché l’importante è vincere e il consenso individuale si compra nelle piazze di spaccio del voto e i ‘boss delle preferenze’, in materia, la sanno lunga.
Ma nell’altro campo, le cose non vanno meglio. Apparentemente Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sono uniti. In realtà stanno solo aspettando il momento giusto per divorziare, perché non si può stare il lunedì con Ursula Von Der Leyen e il martedì con Vladimir Putin. E se Meloni è coerente, può anche accadere che a Milano, Roma e Napoli si presenta in solitaria per mettere definitivamente le carte in tavola.