

di Gennaro Prisco
Nella città del “Ninno nato nero“, il razzismo non esiste. A Napoli ci accoltelliamo, ci spariamo, ci facciamo fessi a vicenda ma non per il colore della pelle.
Se bullizziamo, e ci piace assai, lo facciamo in egual misura al disabile e all’abile. Per puro sfizio. Viviamo sulla strada e se di giorno il caos copre l’abuso la notte è un’altra storia, i rider degli stupefacenti non si fermano mai e il vizio lo si guarda in faccia. Sia che abitiamo nei campi rom, sia che abitiamo sulla collina di Posillipo, sia che abitiamo ai Decumani.
Sulla cromia siamo ok. Così come andiamo bene sul piano dei sentimenti e degli orientamenti sessuali: é meglio “fottere che comandare”, in città è un punto fermo, nei rioni, nei quartieri, nelle municipalità. E chi riesce a comandare e fottere contemporaneamente può anche diventare onorevole, o boss, oppure ‘Masto’. E il genere conta assai poco.
Napoli è una città sentimentalmente e sessualmente liquida e genera con la stessa gioia i figli legittimi e no. Perché i figli sono quelli che si crescono, non quelli che si fanno.
Non si offendano le famiglie che agiscono nel rispetto degli altri nel loro esercizio educativo. Crescere buoni figli e figlie è un bene comune. Anche se spesso e volentieri, in mezzo, c’è chi alza muri invisibili e invalicabili tra una casa e l’altra sorridendo il buongiorno e buonasera.
Fuori la porta si fanno figli a tredici anni, in promiscuità. E, a Napoli, è sempre una gran festa la nascita di un bambino, o di una bambina nei luoghi dove si condividono cucine e letti. Poi lo spermatozoo maschio se ne va e l’ovulo femmina penserà a farlo nascere e crescere il “Ninno” o la “Ninna” . E il come poi si vedrà.
Per noi napoletani, la vita è un “morso”: è carne e sangue. E pur se le residenze fanno la differenza tra chi può e chi non può godere il mare e l’aria fresca, per gli orgasmi i cancelli restano aperti e gli incontri interclassisti a Forcella come a Chiaia si tengono con facile allegria.
Non razzista, non discriminatoria, non sottomessa alle forze esterne: l’epica tramanda che i tedeschi nazisti dovettero lasciare la città tra cori di pernacchia e di bestemmie per salvare la loro vita dai cessi che venivano lanciati dai balconi.
Napoli è una città libera. Sta tutta scassata, è vero. Ma è libera. E la sua libertà, per chi vuole infrangere le regole è una speranza per l’umanità.
E’ così dannatamente libera, che quando non si propone nessuno, elegge, con disprezzo del ridicolo, anche uno come Luigi De Magistris a sindaco della per due volte di seguito.
A Napoli ci conosciamo tutti. Anche se siamo un milione, ci frequentiamo. E se vuoi sapere qualcosa su qualcuno/a, basta chiedere. Ci ricattiamo. Sopravviviamo. E spesso ci scappa il morto. E’ la nostra arte dell’arrangiarsi in un formula evoluta e facile da applicare per uscire dai guai gratis.
Ciò che conta è che in tribunale si sappia chi è il giudice, chi l’avvocato, chi l’imputato. Così come chi è il costruttore, chi l’ingegnere, chi l’architetto, chi il commercialista, chi l’edile.
E per non fare un elenco infinito degli intrecci delle carte a posto e degli imbrogli assai, facciamone solo un terzo, politico: c’è nessuno? Ci sono, ci sono. Sono improvvisati, ma ci sono.
E sono esponenti di campi larghi. E per questi campi, che abbiamo definito “Addestrati” e “Sinistrati”, vanno bene così, rispondono alle esigenze della città dedita ai pubblici vizi e alle private virtù. Campi che non vanno bene agli astensionisti.
Si vota il 3 ottobre prossimo. E i candidati sindaci che vanno per la maggiore di questo non parlano. I diritti e le regole per loro sono vuoti di significato: chi è contro i diritti? Chi è contro le regole? Appunto, chi?
Chi è indifferente alla povertà che ha la sua casa in strada. Chi non dice che bisogna smantellare le 219 e tutti i rioni imbalsamati dalla camorra e costruirne dei nuovi che non servano solo per dormire. Chi non afferma il diritto alla cittadinanza di chi nasce qui.
Viene l’amaro in bocca. Napoli è una città libera, utilizza una propria grammatica. Per il napoletano non esiste lo straniero, chi nasce qui è napoletano. E se mancano guide autorevoli, fanno da soli anche nel bene. E sono napoletani meravigliosi. Solitudini che agiscono pur sapendo che non sono altro che gocce.
Invece di nominare garanti della legalità per le proprie liste (Manfredi), o offrirsi “anima e core” sui manifesti come un neomelodico borghese allo sguardo degli elettori (Maresca), dovrebbero parlare di questi argomenti primari.
Dire al Parlamento e al Paese: chi nasce a Napoli è napoletano, italiano, europeo. Chi è rifugiato in questa città deve avere una residenza, un documento d’identità, un codice fiscale e sanitario. E che devono legiferare per rendere questo possibile. E spingeremo per questo. Organizzeremo marce per questo. E il sindaco sarà alla testa con la striscia tricolore.
Immaginate che scossone nelle enclavi? Quante discussioni appassionate? Quante solitudini che si fanno comunità consapevole che la libertà è fatica, è rispetto degli altri e non per l’arrogante? Quanti si impegneranno nel conflitto verso il suo contrario: la camorra, l’occupazione di suolo pubblico, la malavita?
In questa situazione di degrado, peggiorata dal turismo di massa che ha sfregiato le fondamenta e le mura del centro storico, questa libertà innata non è sostenuta da un linguaggio con significato.
Le parole assumono la forma dello slang individuale e alla fine finisce in rissa. Con grande indignazione dei dotti e dei sapienti che invece si capiscono benissimo, e si fanno capire altrettanto, quando devono tutelare, sostenere le proprie convenienze.
Ma è una città libera. E la sua creatività artistica, la sua musica, il suo canto, la sua scrittura non hanno confini, non hanno tabù. Sono universali. Incontrano l’amore e l’odio, le differenze e le indifferenze, la compagnia e la solitudine dell’uomo, della donna.
E gli elementi: sole, terra, fuoco, acqua, aria, odore, sussurro non abbandonano il campo, sono qui, con le melodie più raffinate e con le sceneggiate più disgustose.
Se la bellezza, o la crudezza dei sentimenti è viva, lo è anche l’ignoranza. A Napoli i bambini in gran numero non frequentano la scuola e i genitori delinquono. E quindi, quando uno dice: ius soli, non capiscono che parli del diritto alla cittadinanza del “Ninno” nato nero, del fratello della porta accanto, del compagno di scuola e di gioco.
Approfittando di alcune amicizie, mi sono recato in quattro luoghi diversi e popolari: nella 219 di San Pietro a Patierno, al rione Traiano a Fuorigrotta, al rione Incis di Ponticelli e nel centro storico della città. E mi sono intrattenuto a discutere con la peggio gioventù napoletana, che le condizioni di vita fa vivere sui bordi dell’inferno.
Per loro libertà è un fatto individuale, ognuno fa quello che la paranza fa. E guai a pensare che il gruppo rappresenti il rione. In ognuno dei rioni ci sono tante paranze quante famiglie e dentro le famiglie in tanti praticano la pesca sciabica per catturare i pesci più piccoli.
Lo Ius soli per loro non ha alcun significato. Ma quando glielo spiego, la risposta arriva dal profondo delle viscere della città a loro sconosciute: “ma quelli sono fratelli e sorelle nostri“.
Ecco: spiegare e offrire soluzioni. Per liberare la libertà dei napoletani e farla diffondere come una grazia sulla città per guarirla dai suoi demoni e farne beneficiare un intero Paese che ha venduto la sua anima ad una visione della libertà ‘nordista‘ che esclude.
Un buon sindaco, dovrebbe impegnarsi a far questo.