

di Gennaro Prisco*
Ho detto sì ad una follia. E le domande sono scivolate giù: reggerò fisicamente all’impegno? Riuscirò a districarmi tra la lavatrice, la spesa, il lavoro, i figli, la scrittura e una campagna elettorale che improvvisamente mi trasforma da sostenitore a competitore di una storia antica e nuova che sta salendo dalle viscere della città affollando piazze e marciapiedi, vicoli e scale, condomini popolari e parchi residenziali?
Puoi farcela, ma sì. Non sei un dirigente politico della sinistra da marciapiede? Non è questo buco nero della città il tuo buco? Sei nato al vico Maglione (Secondigliano), sei cresciuto alla Masseria Cardone (Miano), vivi da trentacinque anni a via Detta nuova Casoria (San Pietro a Patierno).
Qui hai studiato, qui hai fatto politica, qui hai le amicizie più intime. Da qui sei partito per la città, come se andare a Napoli fosse il passaggio tra il dormitorio e l’aria. Per poi scoprire che la città non era senza respiro solo nel tuo buco, ma nei tanti buchi neri che ogni giorno ingoiano vite e speranze come se fossero bocconcini deliziosi.
Mi sono chiesto, consumando il pavimento di casa: come mi presenterò? Intanto ai canditati e alle candidate della unica lista che mi sosterrà. Conquisterò la loro fiducia? Riuscirò a motivare ancora di più questa voglia di vincere le elezioni e dare sostanza a questa speranza che non c’era e che Bassolino, il politico Bassolino, ha indicato alla città invitandola a rialzarsi ed affrontare di petto i problemi che abbiamo proprio con i buchi neri, con la rappresentanza politica dei buchi neri (Manfredi/Maresca) che fanno venire alla mente la famosa frase: “tutto cambia, nulla cambia”.
Poi ho guardato le mie scarpe: consumate. Tutte le mie scarpe finiscono così. E più invecchiano, più diventano comode come la memoria, che con il trascorrere del tempo alleggerisce il suo peso.
Ecco, giudicatemi dalle mie scarpe. Guardatele, non distrattamente, con attenzione. Le scarpe sono state e sono la mia compagnia. Non ho mai guidato, e pure sulla bicicletta perdo l’equilibrio.
Ho camminato. Sono quasi sessanta anni che cammino per sopravvivere in questa città che mangia i suoi figli mentre diffonde musica, parole, scienze e letteratura perché oltre ai buchi neri c’è il mare, il Vesuvio, la civiltà greca e una storia millenaria, mille volte conquistata dallo straniero e mille volte liberata, perché la terra è nostra e nessuna la deve toccare. Tranne noi. Che per contrappasso la occupiamo e spartiamo da soli con le famiglie, i clan, i sistemi imponendo la legge del più forte e un modo di agire che si basa sulla sopraffazione, l’arroganza, il ricatto, la violenza.
Giudicatemi dalle mie scarpe bambine. Scarpe sfruttate dai ‘Masti’. Dalle mie scarpe adolescenti in mezzo al fuoco della camorra e del terrorismo. Amori, teatro, politica, lavoro, studio. Con dentro la forza inaspettata della libertà che negli anni settanta s’imponeva come un prezioso bene individuale che componeva la comunità sociale, religiosa, politica, generazionale in un mondo sotto il dominio delle zone d’influenza, divise dal muro di Berlino e in un Italia spaccata politicamente in due campi: uno democristiano e un altro comunista.
Quella libertà, quella richiesta dei diritti individuali di cui fu portatrice la mia generazione, era così potente e pericolosa che non doveva diffondersi oltre il consentito.
Finì che gli americani, con la complicità dei servizi segreti dei paesi occidentali decisero di demolirla, diffondendo dentro le università e le scuole l’eroina, l’orgasmo irraggiungibile con l’unione dei corpi. Così finì la mia generazione. Una generazione che ha saltato il governo del Paese.
Giudicatemi dalle mie scarpe di giornalista e scrittore abusivo, che ha incontrato le luci del giorno e il buio della notte. Conosciuto il suburbano maledetto e la piccola e finta borghesia della città vinta dalle apparenze che hanno anticipato i social, i conflitti d’interessi e visto conquistare il governo della Nazione dal partito dell’Innominabile.
Giudicatemi con il peso della sconfitta. Perché poi tutto questo, nella mia municipalità, tra la mia gente, ha portato dolore e sofferenza ma anche resistenza. Perché se è vero che siamo la municipalità che batte tutte le altre per la mancanza di istruzione, di lavoro, di cura e di povertà, siamo anche quella che non ha paura del cambiamento. Quella che può dare alla città la vittoria di Antonio Bassolino
Giudicatemi dalle mie scarpe che ancora mi accompagnano alla ricerca della umana città con abitanti veri. Che mi ha fatto incontrare straordinarie storie individuali, memorie familiari. Intrecciare relazioni comunitarie dentro e fuori le mura dove la vita non è bella, ma come è bello vivere. Qui, non altrove. Anche se l’altrove spesso diventa la mia casa perché l’orizzonte sei tu: come stai? E gli altri? Come stanno gli altri? Ci vediamo? Ci mettiamo l’uno di fronte all’altro e parliamo?
Per sentirsi cittadini al centro del villaggio e dell’amministrazione pubblica. Cittadini che pensano che chi più sa e più ha, più deve dare.
Giudicatemi dalle mie scarpe. Con loro camminerò per l’umana Settima municipalità. Invitando chi vorrà a camminare assieme per ammirare non il buco nero ma il paesaggio nuovo da costruire come centro vitale, come porta della città (aeroporto internazionale), come porta della città metropolitana (area nord), come porta tra nordest di una città che, con Bassolino rivoluzionerà le funzioni urbane riparando, ricucendo, rilanciando ciò che si deve riparare, ricucire e rilanciare per non dover più fuggire via.
Giudicate dalle mie scarpe l’amore per i figli e i nipoti e per l’attrazione irrinunciabile che hanno quando vanno in direzione della creatività e della bellezza.
Creatività, impresa e diversità. Voci uniche come uniche sono le esistenze. Che qui, qui, proprio qui, hanno bisogno di risorse finanziare private, risorse della Repubblica Italiana, risorse dell’Europa, la nostra grande Patria che per il nostro Paese ne ha stanziate come mai prima d’ora. Più del piano Marshall che avviò la ricostruzione post bellica.
Antonio Bassolino è il sindaco della città. Giudicate anche le sue scarpe. Le sue, le mie, quelle di ogni candidato e di ogni candidata che nella mia e nelle altre nove municipalità sfideranno le scarpe lucide delle armate del consenso per il consenso.
E poi guardate le scarpe degli altri. Scarpe tutte uguali che pensano con i piedi. Diverse dalle nostre che camminano lasciando al cervello il pensiero, le emozioni al cuore, la vista agli occhi, l’ascolto all’udito, i sapori alla bocca e il tatto alle mani.
Camminerò e ciò che c’è da fare lo decideremo insieme. Anche se la prima cosa che faremo, se dovesse accadere di vincere, sarà quella di riaprire i Municipi nei quartieri. Perché la casa del Presidente è la casa comunale, è lì che bisogna stare insieme e assieme, con serietà e passione civile. Perché è nella casa di tutti che tutti possono trovare ascolto per costruire nuove fondamenta per chiudere il buco nero e andare verso il cielo.
*candidato presidente alla Settima Municipalità (Miano, Secondigliano, San Pietro a Patierno) per Bassolino sindaco di Napoli