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Luciano Crolla, da renziano deluso al sindaco ‘outsider’: lui il più bravo di tutti

Da Italia Viva a Azione di Carlo Calenda, poi la candidatura nella lista a sostegno di Antonio Bassolino. Parla il giovane manager Eav e prende di mira il gruppo dirigente renziano napoletano: “Ha fatto scelte molto discutibili, non si presenteranno agli elettori nemmeno con il proprio simbolo”

di Alfio Mancini

Luciano Crolla, candidato al Consiglio Comunale di Napoli, capolista con Azione a sostegno di Antonio Bassolino. Perché?

In un “cappello di lista” insieme ad un bravissimo manager e a una giovane donna straordinaria, Simona Russo, grande competenza e curriculum internazionale di tutto rispetto. Ma vengo alla domanda, la risposta è semplice: primo, Antonio Bassolino sa fare il Sindaco e non deve dimostrarlo. Il migliore la città abbia avuto. E noi, ora più che mai, abbiamo bisogno di certezze. Basta esperimenti politici disastrosi sulla pelle della città, Napoli non è una cavia per testare le ambizioni d questo o quel politico romano. Secondo, il cartello giallo/rosso/arancione/azzurro con robuste sfumature bianco-nere che sostiene Manfredi, personalità rispettabile, è un treno che non ha una direzione, ma mille, quindi un’altissima probabilità di deragliare, anche presto. Terzo, mai con Salvini e con questa destra.

Lei è stato tra i fondatori di Italia Viva a Napoli, un orgoglioso riformista. Come mai questa scelta? Bassolino rivendica per intero la sua storia, anche quella di ex-comunista.

E meno male, vuol dire che esistono ancora persone serie. Guardi, proviamo a capirci. Il cosiddetto “riformismo” è come il silenzio, se pronunci il suo nome sparisce. È pratica, metodo, non una bandierina ideologica da sventolare al vento. Alcuni nemmeno si rendono conto che, agitando vuotamente questa parola come una scimitarra contro presunti nemici, altro non sembrano che talebani, esattamente come i populisti che vorrebbero combattere. Riformare vuol dire avere un’idea graduale del progresso, ma sapere che la direzione da perseguire è sempre il progresso. Vuol dire correggere, “ridare forma” (appunto) alle istituzioni e alla democrazia per preservare e dispiegarne meglio i valori fondanti, ma questi valori restano sempre giustizia, libertà, pari opportunità, uguaglianza, diritti. Altrimenti ci si perde nel nulla. Quanto a Bassolino, mi fanno sorridere certe accuse. Temo prevalgano ruggini antichissime, di quelle che racconta magistralmente Ermanno Rea; sarebbe arrivato forse il tempo di guardare avanti.  Parliamo di un uomo delle istituzioni, cosa pensano abbia fatto da parlamentare, sindaco, governatore, allestire musei della rivoluzione d’ottobre? Ha governato e, per gran parte della sua esperienza amministrativa, bene. Certo, commettendo anche degli errori, come succede a tutti. Errori che ha pagato, come invece succede a pochi. Anzi, mi pare Bassolino sia decisamente in credito con la storia, avendo pagato un prezzo assai ingiusto in termini di sofferenza personale e di gogna mediatica. E questo dovrebbe essere un altro tema caro ai riformisti.

Così ha sbattuto la porta e ha scelto Azione.

Non ho sbattuto alcuna porta, sono uscito dicendo quello che penso senza sconti, ma educatamente, come è nel mio stile. Tanti amici e persone perbene e straordinarie sono ancora li e ci vogliamo bene. Ma parliamoci chiaro, ha ragione Carlo Calenda, l’unico che abbia avuto il coraggio di dirlo apertamente: mettersi assieme o sparire, in prospettiva non esiste una terza via. Azione, +Europa e le altre forze riformiste devono costruire un campo che valga almeno il 10% dei consensi, se non vogliono condannarsi all’irrilevanza. Senza settarismi. Insieme, alternativi al populismo e alla destra, soprattutto a questa destra, si può svolgere una funzione utile per il Paese. “Ognuno perso dentro i fatti suoi“, per dirla alla Vasco Rossi, no. Il gruppo dirigente di Italia Viva a Napoli (non so altrove) ha fatto scelte molto discutibili, che ho contestato da subito apertamente. Non si presenteranno agli elettori nemmeno con il proprio simbolo (una sconfitta terribile, inutile girarci intorno) ma in una lista che raccoglie soprattutto ceto politico sparso, uscenti in via di ricollocamento ed ex di Forza Italia, guidati da esponenti di spicco come Lanzotti e Cesaro, stando a quello che riportano molte cronache di stampa di questi giorni. Un’operazione di trasformismo puro spacciata per avanguardia riformista. Abbiamo altre storie, lo dico con tutto il rispetto per quelle altrui. Poi ognuno fa ciò che gli pare.

Azione?

Azione, con i suoi dirigenti nazionali e locali, da Matteo Richetti e Marcello Tortora e tutti gli altri, ha fatto un’altra scelta, che condivido pienamente. Nessuna ansia da prestazione, ma l’obiettivo di crescere davvero come forza politica e non come cartello elettorale o, peggio, come il marchio di un franchising. Ci sarà una lista col simbolo, l’unico in campo tra tutti i partiti nazionali che si riferiscono a quella area. Tanti nomi di persone che ci credono, profili di grande qualità, competenze vere. Lo vedrete voi stessi. Voglio dirlo a tutti i compagni di tante battaglie, agli (mi passi la battuta) “orfani dei mille giorni” che, nonostante gli errori, hanno rappresentato una speranza per il Paese: si ricomincia così. Sostenete questo tentativo, non svendete quella speranza. Lanciate un messaggio forte. Alla fine, logica e cuore ci dicono che torneremo a camminare insieme.

Napoli nei prossimi 5 anni.

Dobbiamo essere seri.  Napoli ha un debito (incredibile doverlo dire) non definito, che oscilla tra i 2 e i 5 miliardi, a seconda delle valutazioni politiche di parte riportate sugli organi di stampa. Innanzitutto bisogna definire il problema senza ulteriori indugi e nelle sedi di governo. Di fronte a questi numeri, in ogni caso, soltanto la teorica dismissione del patrimonio e la riscossione dei crediti ancora esigibili sarebbero una goccia nell’oceano. E senza nemmeno aprire il capitolo delle partecipate. Bisogna sedersi al tavolo con il governo nazionale e ragionare del problema, che riguarda tutte le grandi città a partire dalla Capitale. Poi dobbiamo dire chiaramente che il PNRR è un investimento per costruire la casa dei figli e non per pagare i debiti dei padri. Lo dico anche da genitore. La spesa di questi fondi deve rientrare negli obiettivi stabiliti dall’unione europea: transizione ecologica, digitalizzazione, green economy ecc. Si chiama, non a caso, Next generation EU. Anche per questi motivi serve un sindaco vero: per sedere con autorevolezza a quel tavolo e per spendere con competenza quei soldi, poiché più spesso il problema è stato spenderli, o destinarli in progetti che avessero una visione di insieme, non prenderli. Ma per i primi 100 giorni io immagino un “gabinetto di guerra” a Palazzo San Giacomo che abbia due obiettivi principali e che li persegua con infaticabile “cazzimma“: primo, restituire immediatamente decoro urbano alla città, piazza per piazza, parco per parco, strada per strada, pianificando gli interventi su ogni municipalità. Secondo, rimettere l’amministrazione nella capacità di erogare ovunque servizi decenti ai cittadini, anche riorganizzando la macchina e introducendo nuove risorse possibili e le competenze necessarie. In più, cercando anche di inventarsi qualcosa che restituisca un po’ di respiro culturale internazionale alla città, condannata ingiustamente da anni alla sagra strapaesana del fritto. Tutto il resto mi sembra il solito libro dei sogni. Bisogna suonare la sveglia, ricominciare subito a prendersi cura di Napoli, sul serio.

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