

di Vito Nocera
Se vai sulla collina di Pizzofalcone, dove la leggenda vuole siano le origini di Napoli, in via Monte di Dio ti imbatti nel palazzo dei duchi Serra di Cassano. Gennaro, figlio giovanissimo del principe di Cassano, fu decapitato nella disfatta della rivoluzione partenopea.
Da allora – era il 1799 – il portone principale d’ingresso è rimasto chiuso per cordoglio e protesta. Fu aperto, e solo per poco, nell’autunno del 1993, quando la città, con l’elezione di Antonio Bassolino a sindaco, respirò l’aria di una nuova ed esaltante stagione.
Fasti e tragedie di Napoli sembrano sintetizzati in quello storico palazzo, oggi sede dell’Istituto per gli studi filosofici. Lì si incontravano il giovane Gennaro e la Pimentel Fonseca, Domenico Cirillo e Mario Pagano. Quel grumo di intelligenze che fa da motore alla romantica e sfortunata rivoluzione.
Vi furono errori, impazienze, certo ritardi. In ogni caso quella tragedia resta una lezione di enorme valore. L’educazione del popolo, la sua crescita umana e civile, è opera di lunga e profonda fatica. E serve svolgerla educando nel contempo con gli altri anche se stessi. Mai come aristocratica operazione dall’alto.
Cosa vi sia di quella lontana lezione nel frastuono stonato della odierna contesa per il voto di ottobre è difficile dirlo. Poco o niente nell’intesa tra grillini e Pd, che più che un progetto futuro sembra avere piuttosto la testa rivolta all’indietro.
Così come nelle giravolte del magistrato anticamorra che si è buttato nella mischia senza una adeguata cultura politica. Il suo oscillare tra dichiarato civismo, appartenenza al centro destra, inseguimenti un po’ populisti a consensi da stadio.
La giovane candidata del sindaco uscente, Alessandra Clemente, merita rispetto – anche per la sua storia umana di sofferenza – ma è, nonostante i quasi dieci anni passati da assessore, piuttosto vaga nella identità e nella proposta.
Infine Bassolino. Non so se potrà davvero farcela ad arrivare al ballottaggio (dove per lui poi la cosa si metterebbe in discesa) ma la sua figura è quella che sembra sintetizzare meglio la storia, insieme drammatica e nobile, di questa grande capitale europea.
Lui Napoli l’ha governata. Due volte dal Comune e due volte dalla Regione. Della città negli ultimi 30 anni è stato l’uomo più potente ma anche a suo modo il più umile, il più capace di ascoltarla e interpretarla. Anche di fare tesoro della lezione del 1799.
La sua ‘leggenda’ è tutta in quella capacità di tenere insieme borghesia colta e popolo diffuso, quelli che si scontrarono nel ‘99. Un capolavoro in anni in cui già la forza del vecchio insediamento operaio, e la sua capacità di mediazione sociale, si era di fatto largamente dissolta.
In fondo la storia contemporanea di Napoli si ferma a quel tentativo, per molti anni riuscito. Quell’equilibrio sociale che ha permesso ciò che fu definito un Rinascimento.
La grande piazza del Plebiscito liberata dalle auto come specchio di una città che ricominciava a vivere per tutti, sottoproletari e borghesi. Opere come la Metropolitana, il verde, i parchi, i nuovi bus acquistati con i Boc comunali piazzati negli Usa. La cultura, il rilancio dei grandi musei storici e il varo di quelli contemporanei.
E dalla Regione le politiche sociali, le scuole aperte, la prima sperimentazione in Italia del reddito di cittadinanza, l’integrazione al reddito degli operai in cassa integrazione nella difficile stagione della crisi apertasi nel 2007. La battaglia corale per portare all’impianto di Pomigliano la produzione della Panda.
Certo poi anche le ombre, come quelle dei rifiuti, su cui, rovesciando facili luoghi comuni, varrebbe però la pena di scavare più a fondo.
Le cose venute dopo, specie i due mandati di De Magistris, sono un intermezzo. A tratti anche qualche intuizione, ma priva di una visione e di solennità culturale. Prima ancora il decennio della Iervolino, capace e seria amministratrice, continua sulla scia di Bassolino e poi incrocia con la tumultuosa fase che sarebbe arrivata. La contesa odierna in fondo si gioca su questo.
Da un lato candidature troppo ordinarie, l’ex rettore ed ex ministro spinto dal disperato bisogno di Pd e 5S di accordarsi almeno in una delle città che vanno al voto. Un assessore uscente che, come tutta l’esperienza De Magistris, non ha certo brillato. Il magistrato Maresca che pur avendo fatto bene nel contrasto alla criminalità organizzata sembra fatichi a inquadrare il nesso tra quel mondo, la crisi delle classi dirigenti della città, la disgregazione sociale nei grandi mutamenti intercorsi nell’economia e nel lavoro.
Il Pm dà l’impressione di un eccesso di vaghezza. Non sembra un suo interesse riflettere su come la città – uscita da tempo dal paradigma fordista – possa trovare una nuova vocazione. Sceglie piazze casuali, corre al ritiro del Napoli calcio, aggancia per la sua lista il fratello sconosciuto di un mito come Diego (beccandosi peraltro il comunicato di dissociazione del figlio del campione scomparso). Baruffa con le destre che però guidano il suo schieramento.
Dall’altro lato, in mezzo a questo caos, è logico che il “vecchio” ed esperto comunista Bassolino, l’antico collaboratore di Berlinguer e allievo di Ingrao, svetti. La sua non sembra solo una candidatura, ma un esempio di educazione alla politica e un po’ anche alla vita.
E’ stato potente, trionfante, e anche perseguitato e sofferente. Forse non vincerà ma c’è una evidente connessione di sentimenti tra lui e tanti napoletani. Rispettato da tutti, amici e avversari. Gli unici a fingere di ignorarlo sono i suoi più stretti ex compagni. Pd e dintorni cercano imbarazzati di archiviarlo.
Come è stato scritto, oltre ai voti sembra in cerca di qualcosa di più profondo. Bassolino vive nel corpo della città, vaga poetico per vicoli e piazze, sbuca da ogni strada, sale e scende dagli autobus, si ferma a parlare davanti a portoni e cancelli, organizza comizi come quelli di un tempo, gira quartiere per quartiere.
Racconta la città e un po’ anche sé stesso, ascolta molto e poi spiega che lui è – insieme – quello che sa come si riparano le buche delle strade e che sa immaginare – aiutato da tanti intellettuali che si stanno schierando – come Napoli potrà avere un ruolo nel mondo.
L’armata del candidato Manfredi resta in vantaggio, ma è fredda, non scalda emozioni e passioni. E in fondo anche i programmi non è che si vedano molto. Ci sono i fondi del Recovery da spendere. Come, mi pare si stenti ad articolarlo.
E ora l’ex rettore dovrà fare anche i conti con l’imperizia di Conte. Dopo la sua minaccia di ritiro, a causa della voragine che un nuovo inquilino troverà nelle casse di palazzo San Giacomo, l’ex premier grillino si è sbandierato come il principale garante di un presunto patto per Napoli.
Era già una forzatura, semmai il patto andrà dopo il voto siglato con Draghi, ma Conte in sovrappiù è maldestramente inciampato sulla vecchia e fallimentare idea del Nord come locomotiva di sviluppo.
Vi sono poi, sappiamo, progetti che attendono da tempo. Le due aree industriali dismesse, il porto, le periferie, la vocazione da conferire a una città che sembra dentro una transizione infinita. E ora, col Covid, la necessità di reinventare gli spazi, cercare respiro in una intera città metropolitana tra le più congestionate d’Europa.
Ma sono temi che appartengono a tutti e su cui scrivono ogni giorno i cronisti. Il Pd napoletano, balcanizzato tra partito e Regione, la vittoria più che con le idee spera di centrarla con il peso dell’oligarchia. Una separatezza dalla città reale che è però una diversa modalità di cattura del consenso.
Lì c’è il potere costituito, il presidente De Luca, i portatori di voti anche se privi di profili riconoscibili alla opinione pubblica larga. E ci sono i resti di quei 5S che il Pd spera lo traghettino al Comune come domani al governo nazionale. Difficile poter dire che Napoli meriti questo. Eppure – almeno per ora – questo caravanserraglio sembra in vantaggio.
L’alternativa di Bassolino pare fondata non tanto, come si dice, sulla rivalsa dopo le 19 assoluzioni nei rispettivi processi, ma proprio sulla forza e sulla modernità di quell’antico progetto. Con lui lo condivisero tanti a sinistra, compreso il Prc degli anni migliori che svolse una funzione essenziale tra disoccupati e movimenti.
Se Napoli da trent’anni a questa parte, pur nei tanti cambiamenti, non ha trovato una sua strada bastano i fondi dell’Europa da spendere per delineare una visione? O non resta essenziale riprendere – con nuove e giovani energie – quell’antico progetto di tenere coesa la città tra le sue classi centrali?
La borghesia colta e perbene, gli artisti illuminati, la bellezza. E il popolo profondo. Quello delle residue isole fordiste come la Whirlpool e quello del nuovo lavoro supersfruttato e precario soprattutto tra le giovani generazioni.
Quello che ancora organizza liste di disoccupati, così come quello che – unico caso in Europa – brulica nei vicoli del centro dove ancora non è stato soppiantato, come in altre metropoli europee, dai flussi invisibili della finanza e dalle boutique di alta moda. Insomma la lezione del ’99.
Non è solo l’ossessione di Bassolino, ma una cosa essenziale per chi vuole tentare con una qualche efficacia il governo di Napoli. Un progetto dal quale traspare, prudente, perfino qualche sprazzo di indicazione a scala nazionale per rianimare una sinistra che ne ha tanto bisogno.
Chi passa da Pizzofalcone, chi fa una visita anche breve tra gli scaloni e le stanze di palazzo Serra di Cassano, chi vede quel portone sbarrato, lo comprende all’istante.