

di Vito Nocera
Amministrative e nuovo capo dello Stato segneranno la politica dei prossimi mesi. Il voto locale avrà probabilmente aspetti contraddittori, un po’ tutti potranno dire di aver vinto. Qualcuno conquisterà grandi città come Milano e Bologna, altri – magari previo ballottaggio – faranno risultato a Napoli e Roma. E poi i comuni minori. Per non parlare delle regionali in Calabria. Una politica sospesa, però non potrà autoassegnarsi, in nessuna sua componente, la palma della vittoria.
Il blando segretario Pd si farà forte della probabilissima vittoria di Sala a Milano. Ma lì il sindaco uscente è forte di suo, dal partito ha preso le distanze e corre senza alleanza coi grillini, che i sondaggi danno nella principale città italiana al di sotto del 5%.
Se a Napoli dovesse passare l’ex rettore Manfredi – cosa però non ancora scontata visto il forte recupero di Bassolino – a contendersi il risultato saranno lo stralunato nuovo capo grillino, che vaga per l’Italia mi pare senza una vera bussola politica, il giovane segretario napoletano dei dem, il governatore De Luca e chissà quanti altri, Renzi compreso.
Per non dire di Roma, non so se almeno lì le destre sapranno approfittare della confusione del centro sinistra. Ma di certo una vittoria di Gualtieri sarebbe un bel colpo per il duo Zingaretti Bettini, gli stessi però che tirano per l’alleanza strutturale con i Cinquestelle di Conte. Solo dopo aver buttato giù la Raggi?
Insomma difficile cogliere in questo marasma indirizzi credibili e certi. Vero le città si articolano, hanno una loro vita autonoma, come è giusto, ma qui tutto sembra una maionese impazzita. Certo qualche sfida di cultura politica alta, insieme di grande civiltà istituzionale e di grande attenzione al sociale, come quella che sta interpretando Bassolino a Napoli, non manca. Anche per questo è sperabile possa riuscire. Il quadro generale però è più o meno quello descritto.
Vedremo se l’elezione del nuovo Presidente (o la riconferma di quello che c’è) replicherà le convulsioni dell’ultima volta, ma non credo. Pandemia e declino di tante illusioni populiste, hanno reso il Paese più riflessivo e – di conseguenza – la politica più cauta. Perfino il giustizialismo nostrano vive (per fortuna!) una stagione di lento declino.
Fa impressione vedere sugli schermi televisivi Davigo, invecchiato e sotto accusa, che non trova parole convincenti per argomentare la crisi devastante d’immagine dell’intera categoria. Mentre, sia pur timidamente, una Ministra competente ha un po’ riformato gli scempi del ministro grillino suo predecessore, mentre tutti gli alfieri della stagione giustizialista – a partire da Di Pietro – sembrano in fuga, o al massimo al riparo nell’ultima roccaforte del foglio di Marco Travaglio.
Peccato che in un Paese così in transizione non vi sia una sinistra all’altezza. Né sui temi sociali, dove persino Prodi ha rimproverato a Letta di parlare “solo di diritti civili” (peraltro ne parla soltanto) senza occuparsi di lavoro, disoccupazione, diseguaglianze, e altri nodi sociali di chi soffre.
Né su quelli istituzionali. Il solo Bettini da sinistra ha avuto il coraggio di non disdegnare alcuni dei quesiti referendari dei radicali che almeno provano ad aprire nel Paese un dibattito sulla giustizia. Un coraggio che va sottolineato, anche perché arriva da un esponente politico che sostiene con forza (troppa) l’alleanza con i pentastellati, che certo vedono come fumo negli occhi una linea riformatrice sulla giustizia.
Personalità che a sinistra avrebbero potuto fare e dare di più (vedi la splendida intervista di D’Alema che ha spiegato con competenza e chiarezza la vicenda afghana e la stessa crisi occidentale) si sono rintanate su sé stesse. Restano un po’ di movimenti e conflitti su grandi nodi emergenti nel mondo del lavoro.
Crisi industriali, delocalizzazioni, precarietà e nuovo super-sfruttamento in settori come la logistica, o quello di rider e corrieri. Grande insicurezza sul lavoro con morti ogni giorno, anche in settori produttivi tradizionali.
Conflitti ancora molto fragili, ma toccherà ripartire da lì. Senza nuove illusioni movimentiste, anzi con grande attenzione alla politica. Sapendo però che la crisi della politica, lo smarrimento drammatico delle culture politiche, si possono recuperare solo ripartendo – con pazienza – dal Paese profondo e dalle sue contraddizioni reali.