

di Peppe Papa
Una “super-corrente” per scongiurare la salita al Colle di Mario Draghi con annesse elezioni anticipate e fare da argine alla sinistra del partito che si appresta a riabbracciare i compagni della vecchia “ditta”. Nel Pd si accende una nuova disputa, a dispetto dell’apparente unità sbandierata ai quattro venti, ad opera dell’area moderata e centrista che fa capo all’ex Ministro, Graziano Delrio e alla presidente dei deputati dem, Debora Serracchiani.
La sfida lanciata dai due, come ad un congresso che si svolge a porte chiuse, è quella di dare vita a un ampio fronte liberaldemocratico interno in grado di mandare in minoranza Enrico Letta, almeno a livello di gruppi parlamentari, e giocare da protagonisti la partita Quirinale, oltre che garantirsi lo spazio politico necessario in chiave futura quando si tratterà di compilare le liste elettorali.
L’iniziativa ha già visto l’adesione di alcuni amministratori locali tra cui il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini e il sindaco di Firenze, Dario Nardella, oltre quella imminente e più numericamente significativa di Base riformista, la componente degli ex renziani che va dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini a Luca Lotti e all’ex capogruppo al Senato, Andrea Marcucci.
Numeri alla mano, tutti insieme, fanno il 65% contro il 35 del segretario tra Camera e Senato, in pratica la ‘golden share’ in capo a qualsiasi decisione in merito alla linea del partito, sempre più spostata a sinistra e magistralmente interpretata dal vice di Letta, Peppe Provenzano ispirato dall’immarcescibile Goffredo Bettini, all’alleanza con i Cinquestelle e con gli ex di Articolo 1 che si apprestano a rientrare attraverso le Agorà democratiche volute fortemente dal leader del Nazareno.
Oltre, ovviamente, all’elezione del Presidente della Repubblica, sulla quale aleggia l’intenzione non confessata, di usarla come grimaldello per ribaltare il quadro politico, liberando Palazzo Chigi dall’attuale premier e ritornando al più presto alle urne per stabilire i nuovi rapporti di forza in un perimetro bipolare, dove a farne le spese saranno tutti i “piccoli”, Renzi in testa.
Uno scenario nel quale, quelli della “super-corrente“, sono decisi a mettersi di trasverso per rendere plastico e tangibile il proprio peso. Bruciata l’ipotesi Paolo Gentiloni, forse l’unica che poteva tenere insieme il Pd, sugli altri nomi che si fanno, Cartabia, Casini, Amato e il già citato Draghi, sono disposti a dare battaglia con la minaccia che più della metà dei parlamentari non segua le indicazioni del partito.
Un bel pasticcio per Letta, costretto a rivedere i suoi piani e con l’incognita di perdere anche il sostegno di ‘Area dem’ del silente Ministro Dario Franceschini, in attesa come sempre di capire dove spira il vento. Sarebbe un disastro non portare a casa un accordo soddisfacente sul nome del prossimo Presidente e mostrare ambiguità sul prosieguo della legislatura. A quel punto servirebbe un congresso, ma vero stavolta.
1 Comment
Il PD vivrà se manderà a casa i grillini. Forse Letta era a Parigi quando i grillini sbraitavano contro il PD. Ma chi ha sempre votato a sinistra non se lo scorda.Perciò non va più a votare. Bisogna avvicinare Renzi,molto in gamba, e non quelli della “ditta”, che hanno lavorato contro il PD x far fuori Renzi( ricordatevi il famoso Referendum). Potrei continuare x 24h . Mi fa pena ricordami che Letta è tornato da Parigi x impossessarsi del partito. Si è comportato come un bambino privato di un “lecce lecca”. Mi fa piacere se il mio parere sarà pubblicato. Donato GIANNUZZI