

di Peppe Papa
Berlusconi al Quirinale, perché no? Sarebbe il finale perfetto dell’epopea seconda Repubblica che ha segnato la vita politica e civile degli ultimi trent’anni di storia del Paese e la possibilità concreta di mantenere Mario Draghi a Palazzo Chigi fino al 2026 per portare a termine il Pnrr su cui l’Italia si gioca il futuro.
Chiudere da buoni amici la stagione di veleni che ha messo a dura prova la tenuta dello Stato e delle sue articolazioni istituzionali, concedendo all’uomo che più di altri ne è stato, nel bene e nel male, il principale protagonista, l’onore delle armi affidandogli il compito del passaggio di consegne dalla seconda alla terza Repubblica.
Paradossalmente proprio lui, il più divisivo di tutti, ne rappresenterebbe l’icona ideale, la vecchia canaglia redenta che si è fatta saggia nel ruolo di pacificatore. Sì, proprio lui, ormai 85enne che dalla vita ha avuto tutto conquistandoselo con tenacia e spregiudicatezza, ha più di altri il necessario distacco dalle diatribe della attuale fase politica per fare da arbitro assennato e imparziale.
Sa bene di non essere stato uno stinco di santo, ma il leader Azzurro ci crede, la sua popolarità nonostante tutto non è mai venuta meno, neanche nei momenti più bui delle innumerevoli vicende giudiziarie che lo hanno riguardato, culminate nella condanna per frode fiscale nel procedimento sui diritti Mediaset e la successiva onta della radiazione dal Senato.
Agli italiani è sempre piaciuto, anche a quelli che lo avversavano, perché lo hanno sentito uno di loro, l’arcitaliano furbo e gaudente che ce l’aveva fatta. Capace di ammaliare pure i suoi nemici giurati che, eleggendolo a simbolo del male, ne avevano tratto ragione per la loro stessa esistenza.
I sondaggi che circolano sull’argomento, lo danno infatti al terzo posto nel gradimento degli italiani dopo Mattarella e Draghi, a non ha molta distanza. Segno che tra i cittadini l’ipotesi di vederlo al Colle stupisce meno che alla politica ‘bacchettona’ e inconcludente in crisi profonda di idee e credibilità. Si avverte, insomma, l’ansia di mettere fine a questa storia di contrapposizione che non ha portato a niente di buono e ci ha lasciato un Paese sfinito.
Sul piatto, Berlusconi, mette il suo partito che gli sarà fedele fino alla fine e il controllo dei suoi alleati del centrodestra che gli hanno promesso il loro appoggio incondizionato e per la prima volta ha la possibilità di avere voce in capitolo per l’elezione di un Presidente.
Nel frattempo ha sguinzagliato i suoi uomini più fidati a sondare il terreno, a oliare la rete di relazioni e ha ricominciato a farsi vedere in giro, dichiarare, lanciare messaggi rassicuranti a destra e manca per vedere l’effetto che fa.
I numeri sono dalla sua parte, o ampiamente alla portata, servono poco più di 500 voti al quarto scrutinio, quando basta la maggioranza assoluta. Può assicurarsene per il momento 450 se il centrodestra si schiera compatto, ne mancherebbero una cinquantina, non dovrebbe essere un problema per uno come lui procurarli.
Sarebbe come vincere facile, ma non è questo che gli interessa, lui vuole passare alla storia e non per vanità senile di un vecchio potente. Ambisce a un consenso largo come si addice a un vero uomo di Stato, un padre della patria, e ciò sottintende un accordo complessivo tra le forze politiche.
Draghi dal governo non si deve muovere almeno fino al 2023, questo presuppone che l’attuale maggioranza continui a farsene carico non provocando scossoni. Nel frattempo va approntata una nuova legge elettorale, auspicabilmente proporzionale per riavvicinare i cittadini alla politica e viceversa. Questo è quel che pensa per l’immediato. E non è poco.
Propedeutico però all’obiettivo vero, cioè quello di tenere l’ex capo della Bce fino al 2026 quando, si spera, tutti i miliardi europei saranno stati spesi, o impegnati e l’Italia finalmente proiettata nella modernità. A quel punto, considererà assolto il compito che si è auto-assegnato – all’epoca avrà quasi novant’anni – e potrà cedere il posto al suo successore che ovviamente, secondo i suoi piani, non potrà che essere proprio Mario Dreghi, il degno erede.
Fantapolitica, direte? Provate a chiedere al Dc Gianfranco Rotondi, notoriamente uno che se ne intende di Palazzi il quale dice che “è l’unico” che può farcela. “Primo perché – spiega – il centrodestra può perdere i Comuni, ma governa tutte le regioni, è maggioranza nel Paese e sarebbe demenziale eleggere un Presidente contro questa maggioranza percorsa peraltro da pulsioni rabbiose e ben diverse dal moderatismo democristiano del Cavaliere”.
“Secondo – prosegue – il centrodestra ha quasi la maggioranza dei grandi elettori, ne mancano una cinquantina, e Silvio Berlusconi ha relazioni insospettabili nel Pd e persino nei Cinquestelle e LeU. Terzo – conclude – la sua debolezza fisica è la sua forza, il solo a poter garantire una soluzione modello Napolitano, un mandato breve”.
E che dire di Michele Santoro, suo acerrimo fustigatore mediatico, che pentito lo considera adesso “un vecchio saggio” e ne fa l’esegesi delle capacità tattiche? “E’ stato molto abile a fare un gioco per lui inusuale – confida – cioè aspettare che gli altri sbagliassero. Anche le sue interviste sono apparse molto ragionevoli, da uno con la testa sulle spalle, ha detto cose sagge”. Saggio, ragionevole, abile, con la testa sulle spalle, roba da rimanere basiti.
Per non parlare dell’atteggiamento della sinistra passata dagli sberleffi “con lui al Colle ci sarebbero le corazziere”, alle manovre di disturbo tese a fargli credere, come ha provato Luigi Di Maio, che “Meloni è Salvini lo stanno fregando” salvo poi ammettere che una sua candidatura pur se “poco probabile” non sarebbe impossibile. Paura? Sconcerto? Probabili entrambe.
Il fatto è che il centrosinistra non ha un candidato spendibile per la necessaria trattativa da intavolare col fronte opposto, non riuscirà mai questa volta ad eleggere uno dei suoi, a meno che non tiri fuori dal cilindro un nome al quale nessuno potrebbe dire di no. Difficile. Berlusconi spera e aspetta, pronto a scendere in campo. Solo per vincere.
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Quando è stato presente del consiglio ha rovinato l’Italia se fosse presidente della repubblica farebbe ancora più danni