

di Gennaro Prisco
Un Parlamento di onorevoli sbandati e di delegati regionali, con l’aggettivo di grandi elettori, dalla prima chiama del 24 gennaio 2022, dovranno eleggere il successore di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica italiana.
Nessuno ha i numeri per proporre un candidato di parte, perchè le parti sono frantumate e la politica, in questa legislazione, ha dato ampi e convincenti argomenti che spiegano il fallimento delle attuali classi dirigenti.
E il premier in carica, Mario Draghi, è il simbolo di questo default. L’unica certezza è che il candidato/a non proverrà dal Partito democratico e dai suoi alleati.
Per questo, Enrico Letta lo vorrebbe al Colle, ed ha proposto in cambio un patto di governo per concludere la legislatura e salvare stipendi e pensioni degli onorevoli deputati e senatori che, dalla primavera del 2023, come si dice dalle mie parti, la gran parte andranno a raccogliere i cartoni.
Ha ricevuto l’unanimità dalla direzione del suo partito. Ma come è costume delle correnti del Pd, Dario Franceschini e Andrea Orlando lavorano per un’ipotesi alternativa, perchè il solo pensiero molesto di non fare più i ministri in un nuovo governo nominato da Draghi, in ossequio al patto di legislatura, li mette di pessimo umore. Diversamente dal ‘renziano’ Lorenzo Guerini, che invece su questa ipotesi non ha alcuna remora.
Giuseppe Conte vorrebbe rieleggere Mattarella, ma non può dirlo. Vorrebbe eleggere Draghi è non può dirlo. Vorrebbe dare le carte ma non tiene il mazzo. Luigi Di Maio, invece, tiene le file e dialoga con il centrodestra proprio per portare l’ex presidente della Bce al Quirinale. L’unica carta possibile perché Sergio Mattarella non è Giorgio Napolitano. Per l’attuale Presidente, l’ineleggibilità al secondo mandato è scritta nel marmo della Costituzione.
Roberto Speranza fa il ministro della Salute, lo fa anche bene e con impegno, ma non conta assolutamente nulla sul piano politico. Ma sta lavorando con determinazione per creare le condizioni per tornare lui, Pier Luigi Bersani e i democratici di sinistra alla corte di Enrico Letta, al quale Massimo D’Alema ha conferito il titolo di guaritore dall’infezione portata in circolo da Matteo Renzi nella sua scalata al vertice dem.
Silvio Berlusconi si è candidato, si è fatto candidare e non scioglie la riserva. Intanto fa regali e mette un prezzo per ogni tentazione. Intanto il presidente della Camera, Roberto Fico, ha fatto sapere che leggerà solo i cognomi segnati sulle schede. Cosi facendo ha tolto a “Silvio c’è” il trucco del voto ‘griffato’ per ogni singolo partito alleato.
Matteo Salvini, che teme come la peste l’incazzatura del Cavaliere, insieme alla Meloni e ai Centristi, lo ha candidato, chiedendo chiarezza sui numeri. Sa, il lombardo, che se il tycoon, alla chiama con maggioranza semplice, la quarta votazione, non ce la fa, sarà lui stesso a proporre una figura di alto profilo istituzionale, ovviamente proprio Draghi, e a firmare il patto di legislatura proposto da Enrico Letta. Le conseguenze per le ambizioni di Salvini e della stessa Meloni, sarebbero devastanti.
Non è un caso che il suocero del Capitano, Denis Verdini, scrive una lettera alle Residenze per anziani di Forza Italia, per dire: sarebbe bello eleggere Silvio al Colle, ma non ci sono i numeri, nè le condizioni. Per proporre, infine, di riconoscere proprio al Salvini il ruolo di king maker. E a lui piace assai esser il king maker della situazione. E fa circolare nomi al di sopra ogni sospetto: Letizia Moratti, Elisabetta Casellati, Marcello Pera.
La leader di Fdi vuole Draghi. Non può dirlo. Ha la fissa delle elezioni per cogliere l’attimo. E quasi non vede dinanzi a sè che l’ipotesi non sta in piedi. Con Draghi Presidente della Repubblica ci sarà un nuovo governo molto più politico. Mentre se Berlusconi, ce la facesse, allora sì, che si andrebbe dritti dritti alle elezioni e al conflitto di piazza nel Paese. Ma con il pericolo per il centrodestra di dovere bere l’amaro calice della sconfitta e il Pd con i suoi alleati vincere le elezioni della primavera del 2023, con l’attuale legge elettorale, per poi andare in processione a Loreto.
Matteo Renzi che ambisce ad essere il leader del centrodestra e sostituire l’anziano capo di Fi, come riferimento dei centristi liberali e riformisti, gioca a carte scoperte: No a “Silvio c’è”, sì al patto di fine legislatura con Letta, e il nome di Draghi, lo farà lui, dopo aver sentito Giovanni Toti e Luigi Brugnaro, dopo aver ascoltato Carlo Calenda e Benedetto Della Vedova di Azione e + Europa. Fregando l’altro Matteo, con il quale c’è un continuo scambio di amorosi sensi.
1 Comment
È una accozzaglia di ipotesi ..ma chi scrive?..