

di Peppe Papa
Meglio soli che male accompagnati, una massima a cui Matteo Renzi ha deciso di attenersi rilanciando: “Puntiamo al 5%, ma anche col 3% saremo decisivi”. E, proprio perché è nei momenti di difficoltà che riesce a dare il meglio della sua indubbia abilità politica, c’è da credergli.
L’impresa non è delle più semplici, prendersi in carica da solo il compito di dare vita al famoso “terzo polo” di ispirazione liberal democratica è una sfida improba date le condizioni, ma può riuscirci e ha almeno il coraggio di provarci.
Quello che non ha avuto l’ineffabile rentier della politica Carlo Calenda, sulla carta l’altro che avrebbe potuto e dovuto contribuire alla buona riuscita del progetto, che si è acconciato invece perbene in un accordo con il Pd per garantirsi un po’ di posti sicuri in parlamento.
Esattamente quello che affermava in televisione, era il 14 giugno scorso, fosse la reale intenzione del leader di Iv.
“Ritengo che Renzi farà un accordo con il Pd – sottolineò con convinzione – otterrà qualche collegio e non farà parte di quest’area (libdem, nda)”. Invece è andata a finire all’incontrario, convinto a cambiare idea e direzione dagli scaltri ragionamenti di quelli di +Europa ai quali deve, tra l’altro, l’uso del simbolo per evitare alla sua Azione l’incombenza di raccogliere le firme necessarie per presentarsi alle elezioni.
Per carità, una scelta sacrosanta quella di non andare tanto per il sottile pur di soddisfare la propria vanità e l’ansia di protagonismo, tuttavia quel che sconcerta è il tentativo di far passare l’operazione come un grande risultato in vista del governo del Paese, “che questa volta non potrà sfuggire”, e per la difesa contro l’ascesa inarrestabile della ‘nuova’ destra italiana.
Tra i suoi sostenitori, qualcuno tra i più coinvolti ‘emotivamente’, ha definito la scelta addirittura degna di uno statista, ma come era prevedibile ha mostrato subito tutte le sue incongruenze.
Il sito del partito (Azione.it) è stato subissato da messaggi di protesta, delusione e annunci di addio, inutile è stato il tentativo del Capo di rispondere a tutti cercando di spiegare le sue buone ragioni.
Non è bastato a evitare l’addio del presidente della Fondazione Einaudi, Giuseppe Benedetto dal ruolo di garante del programma liberale di Azione che poche settimane fa Calenda gli aveva affidato, come quello dell’editorialista del Sole 24 ore, Giampiero Falasca che ha salutato perché in dissenso con “la scelta di allearsi con persone e partiti che hanno fatto del populismo la loro bandiera”.
Renzi ha immediatamente avvertito odore di sangue e si è convinto di poterci provare, presentandosi coraggiosamente senza paracadute in corsa solitaria al centro, nel tentativo di intercettare i voti liberali, riformisti, moderati e quelli in uscita da Forza Italia che non se la sentono di votare a sinistra. Il politologo, Alessandro Campi è tra quelli che pensa che “a questo punto, potrebbe persino prendere più voti di Azione”.
Insomma, non sembra essere stata una buona idea quella di stare a sentire Bonino e Dalla Vedova e lasciarsi ingolosire dalla generosa offerta di Enrico Letta in termini di spartizione e concessioni di principio sul programma che è ancora tutto da formalizzare a prescindere dai buoni propositi di circostanza. Anche perché il piano del segretario Pd, dopo la definitiva rottura con i 5Stelle, sembra perdere altri pezzi.
A quanto pare a sinistra-sinistra non ci stanno, l’accordo con Calenda e gli ex Radicali lo considerano scandalosamente squilibrato e promettono di rifletterci bene prima di accomodarsi nell’alleanza, mentre nel frattempo cercano una qualche contatto con il M5S di Conte e Grillo per provare a dare vita anche in Italia come in Francia con Mélenchon a qualcosa che assomigli al Nupes che è stato a un passo dalla presa dell’Eliseo.
Se la cosa dovesse prendere questa piega è chiaro che cambierebbe tutto lo scenario, crollerebbe il castello di carta dell’alleanza di centrosinistra costruita con pazienza dal segretario dem. Restare scoperto a sinistra sarebbe fatale. Significherebbe cambiare in corsa tattica e strategia, tanto è vero che non a caso hanno lasciato la porta aperta a Renzi e i suoi.
Troppo facile per l’ex premier affondare il colpo, nonostante nel Pd siano in molti a riconsiderare l’opinione che si erano fatti sull’apporto quasi insignificante di Iv alla coalizione e spingono adesso per un suo ripensamento.
“Ho lasciato il Pd – ha spiegato caustico – perché non condividevo le idee di quel gruppo dirigente. Io non mi faccio adesso candidare da quel partito per salvare la poltrona, meglio rischiare di perdere il seggio che avere la certezza di perdere la faccia”.
Ci vuole ben altro per convincerlo e comunque non è detto che accetti, soprattutto se è lui, per incapacità tecnica degli avversari, a ritrovarsi in mano il pallino del gioco. Letta, Calenda & Co., avrebbero dovuto pensarci prima, non si diventa leader per caso.
1 Comment
Ottimo ragionamento, speriamo che Renzi riesca senza cedere a lusinghe, con coraggio e convinzione. Sono certo che sarà un successo.