

di Peppe Papa
L’unica certezza di Enrico Letta, alla guida di un Pd avviato a un mesto declino e a una possibile pesante sconfitta alle prossime elezioni politiche nazionali, è quella di avere impedito, “e non era scontato”, la fine del partito dopo “il trattamento Renzi”.
“E’ una confortante sicurezza – ha detto in una intervista al settimanale L’Espresso in uscita domenica – sapere che il Pd c’è oggi, ci sarà domani e ci sarà in ogni circostanza, sia al governo che all’opposizione. Qualche anno fa, dopo il trattamento Renzi, il Pd ha rischiato di fare la fine Partito socialista francese e del Pasok greco, allora la stessa esistenza del Pd era in pericolo perché avevano provato a distruggerlo”.
Una magra consolazione considerando che il rischio di fare la fine di francesi e greci non è affatto scongiurato, nonostante l’ottimismo di circostanza del segretario. “L’esito di questa elezione non è già scritto – ha proseguito in un altro passaggio dell’intervista – possiamo ribaltare le cattive previsioni con il voto dei giovani, il sociale, l’ambiente”.
Esattamente gli stessi temi su cui sta martellando, pare con successo stando ai sondaggi, l’ex alleato pentastellato Giuseppe Conte che, con il suo M5S, sta erodendo non pochi voti a sinistra, quelli che Letta pensava di compensare con Sinistra italiana di Fratoianni e i Verdi europei di Bonelli dati però, dai demoscopi, tristemente sotto la soglia del 3%.
Senza contare i consensi persi al centro, attratti dal Terzo polo dei riformisti di Azione e Italia Viva che, alle urne, conta di essere la vera sorpresa in grado di condizionare la nascita del prossimo governo con il sogno, apertamente perseguito, di una riconferma di Mario Draghi a Palazzo Chigi.
Non ne ha imbroccata una, insomma, il segretario, ma è felice di aver fatto un dispetto a Renzi, restituito lo sgarbo subito ai tempi di “Enrico stai sereno”. Ha messo in conto che il dopo 25 settembre per lui sarà probabilmente l’addio e il ritorno a Parigi a insegnare Politica agli studenti di Science Po. L’eterno apparato dirigente dem lo aspetta al varco per imputargli la sconfitta e toglierselo dai piedi.
Eppure c’erano tutte le condizioni per fare meglio. A partire dal fatto di essere stato chiamato a furor di popolo a Roma a mettere ordine in un partito litigioso, afflitto dalle lotte correntizie, abbandonato dall’ex segretario, Nicola Zingaretti sbattendo la porta schifato. Poteva fare una rivoluzione, invece si è accontento di uno strapuntino al gala di corte.
Il partito ha continuato a funzionare come prima, anzi peggio. Confermato il sistema maggioritario, la costruzione del fantomatico “campo largo”, l’intesa alla morte con Conte e i suoi grillini, l’inclusione del mondo centrista con l’unica eccezione del leader di Iv con la giustificazione che “fa perdere voti”.
E’ finita che si voterà con le ‘bizze’ del Rosatellum che non piacciono a nessuno e non si capisce perché non si sia fatto niente per metterci mano, Conte in recupero che rivendica di essere il vero progressista, Renzi e Calenda in grande spolvero e già sopra Forza Italia. Il Pd, e quel che resta del “campo”, rimasto solo in balia degli eventi, sperando alla fine di non farsi troppo male.
Facile la profezia di Matteo Renzi, che di politica ne capisce davvero, a differenza di tanti professoroni di Università importanti, e che quel partito lo conosce bene, il quale ha sentenziato:
“Al Pd che è stato dominato dal rancore personale di Enrico Letta, noi vogliamo mandare un abbraccio affettuoso. Non rispondiamo al loro rancore. Dal 26 settembre saranno bravissimi a fare l’analisi della sconfitta e dargli la colpa, anche se sono tutti corresponsabili”.
Ci sono pochi dubbi che così andrà a finire, si salveranno i soliti noti che occuperanno per un altro giro uno scranno in parlamento sperando che si creino le condizioni per rientrare in partita, come è successo negli ultimi anni, e Enrico a casa. Tutto già scritto, la politica non si fa con il risentimento, questo si spera Letta spieghi ai suoi allievi, e che leader non si diventa per caso.