

di Peppe Papa
Preso dal panico e ormai al rush finale della campagna elettorale, rassegnato a una pesante sconfitta, Enrico Letta prova a sfoderare gli “occhi di tigre” tanto evocati e tenuti finora nascosti dai propri occhiali appannati. Sferza, i suoi poco entusiasti candidati, attacca a testa bassa a destra e a manca invocando il pericolo di una deriva democratica del Paese, rilanciando il vecchio classico “voto utile”.
L’estremo tentativo di raddrizzare una segreteria, nata con il vento in poppa e la possibilità di una rivoluzione interna, finita nella maniera peggiore, costellata da errori a ripetizione e fagocitata dai soliti quattro o cinque capibastone, sembra una impresa impossibile.
L’unica possibilità per evitare una disfatta è quanto sostenuto in uno studio riservato commissionato dal Nazareno che indica come sia “indispensabile” rendere pienamente contendibili 24 collegi uninominali, blindare la vittoria in un’altra quindicina sicuri e conquistare almeno 23 seggi in più nel proporzionale, che significa risultare il primo partito.
Praticamente è quello al quale fa riferimento il leader Pd quando chiede al partito di lottare strenuamente per conquistare il 4% in più erodendo due punti al M5S e un paio al Terzo Polo. Operazione che, a dire la verità, si sta concretizzando invece in senso contrario, come era prevedibile sarebbero andate le cose. Gli unici a non accorgersene, lui e la mummificata nomenclatura dem.
La situazione, come dicevamo, appare disperata e le ragioni della débàcle sono da imputare tutte alle scelte politiche improvvide assunte dal partito nell’ultimo anno e mezzo, dall’avvento di Letta alla guida dei democratici, di Draghi al governo e del governo di unità nazionale. Errori a cui nessuno, dalle parti del Nazareno, ha il coraggio di fare ammenda.
A cominciare dalla mancata volontà di cambiare la legge elettorale in senso proporzionale dopo l’accettazione pedissequa del taglio dei parlamentari imposto dai Cinquestelle. La riproposizione del “campo largo” di zingarettiana memoria, la ricerca a tutti i costi di un’alleanza privilegiata con Conte e gli smandrappati grillini salvo poi escluderli dall’alleanza di centrosinistra – compensata improvvidamente con quella a sinistra di Fratoianni e il ‘verde’ Bonelli – infine la rottura con Calenda e il resto dei riformisti del partito sacrificati all’altare delle liste.
Senza contare il must, appartenente proprio a tutti i big e a gran parte della base, dell’odio sfrenato nei confronti di Matteo Renzi, l’origine di tutti i mali, bersaglio preferito della propaganda.
Veemente l’invettiva di Letta nel ricordare che fu l’ex segretario Pd “a volere il Rosatellum, una legge elettorale pensando solo a sé stesso, credeva di avere il 40% e di prendersi il 70% del parlamento”.
Peccato che questa fu approvata a larga maggioranza dal governo Gentiloni succeduto a Renzi, come gli ha prontamente ricordato la presidente di Iv, Maria Elena Boschi: “La legge elettorale fu frutto di un accordo di Pd, Fi e Lega, la fiducia fu messa dall’esecutivo Gentiloni, evidentemente il rancore personale di Letta sta facendo male alla comunità del Pd. Noi andiamo avanti”.
In tutti casi poteva essere cambiata, il tempo c’era, invece, non si è fatto niente e la colpa non è certo di Renzi che impietoso non si è lasciato sfuggire l’occasione per infliggere una stoccata dolorosa al suo ex partito e al proprio segretario in evidente stato confusionale da ansia da prestazione.
Una mazzata decisa, diretta, senza possibilità di replica per evidente mancanza di argomenti. “L’unico che sta facendo campagna elettorale da tempo per la destra si chiama Enrico Letta”, ha detto a Milano alla presentazione della sua candidatura nella metropoli meneghina.
“Ha cominciato – ha sottolineato – chiedendo di aumentare le tasse, ha insistito attaccando noi, ha restituito alla vita il Movimento 5 stelle e come se non bastasse le sta sbagliando tutte, dicendo che non è per il Jobs act, cioè per il lavoro, ma per il reddito di cittadinanza“.
“L’unico modo per fermare la cavalcata della destra in queste elezioni – ha concluso – è che Enrico Letta smetta di far campagna elettorale per loro. Dal nostro punto di vista dico che il voto ad Azione e Italia Viva e l’unico voto utile di queste elezioni”.
Soprattutto se il Pd, del tutto fuori controllo, ripudia una iniziativa legislativa come il Job act, convintamente sostenuta fino al momento del passaggio della campanella tra Gentiloni e Conte, che ha prodotto oltre un milione e trecentomila nuovi posti di lavoro, definendolo un provvedimento iniquo e difendendo a spada tratta, invece, il reddito di cittadinanza, su cui non solo il Pd aveva votato contro, ma fatto ostruzionismo.
Un suicidio politico, ma poca cosa per la ristretta oligarchia dei cinici dem se, stando ai sondaggi, c’è chi salva il proprio posto al sole. Per loro il Pd può pure scomparire, o diventare altro, non importa, poi si vedrà.